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L'INTERVISTA. Ciro Andolfo, la vita nel teatro e il teatro nella vita

Si è  portati a pensare al mondo dello spettacolo come a una realtà disgiunta da quella comune, fatta di cachet da capogiro, di fama e successo.

Quanto più la società si complica, tanto più l'interazione tra realtà e recitazione subisce cedimenti, nonostante registi e produttori puntino su quegli aspetti della sfera umana trascurati.

Oggi siamo bombardati di messaggi provenienti da ambienti tra loro distanti ma accomunati dai medesimi intenti, nonostante ciò la realtà non dà segni di cambiare in positivo. Siamo pieni di messaggi, ma se questi messaggi non attecchiscono, è  perché  sono vuoti di anima. Il teatro, il cinema stanno attraversando un momento di crisi fatto di eccessi e di autoreferenzialità, e ciò  sembra un paradosso se confrontato con le origini del teatro tese a far risuonare la divinità in un processo di trasformazione finalizzato a se stessi e agli altri. Fortunatamente non tutti gli attori sono così e c'è chi ancora brilla di luce propria, avendo scelto di trasmettere la sostanza attraverso il palcoscenico. Tra questi è sicuramente  Ciro Andolfo. L'umiltà  che lo contraddistingue  è la porta alla sua grandezza interiore e con maestria gli consente di entrare in più ruoli distanti e divergenti tra loro, riuscendo a farli propri. E così, Ciro Andolfo dallo sguardo mite  che sprigiona consapevole dolcezza, si trasforma nel burbero capoclan, facendo vivere in chi lo segue l'inferno di questa nostra società.  

Ciro, artisticamente con quale ruolo nasce?

“Artisticamente nasco comico, poi nel tempo mi sono misurato con altri ruoli che mi hanno portato a confrontarmi con varie tipologie umane, non ultima quella dell'uomo violento. Nella serie televisiva andata in onda su Sky “Le Camorriste 2", interpretavo il ruolo del papà, capoclan, della camorrista. La mia è stata un'interpretazione  convincente  al punto che mi ha telefonato la vera ex camorrista complimentandosi e chiedendomi di incontrarla.”

La sua è una lunga carriera, vero, Ciro?

“In effetti quest'anno ho festeggiato  trent'anni di teatro.”

Complimenti! Lei, Ciro, con tutta la dolcezza che traspare dallo sguardo riesce a esprimere nei ruoli che interpreta anche gli aspetti peggiori dell'umanità. Le viene difficile questa operazione?

“Assolutamente no. Mi viene spontaneo  calarmi in quel ruolo che trasferisco anche nella vita. Ad esempio, quando ho interpretato la parte del balbuziente in uno spettacolo teatrale, già  due mesi prima del debutto mi sentivo un balbuziente  anche nella realtà.”

Ciro, che cos'è per lei la vita?

“Incomincio col dire che non sono un uomo che prende sul serio la vita, ma il personaggio che interpreto. La vita per me è  una  commedia. Sono un uomo di Fede, so di essere di passaggio e la vivo come se il Signore mi avesse  dato un personaggio da interpretare.”

Il suo motto è “La vita nel teatro e il teatro nella vita", giusto?

“Sì,  esatto. Io sono anche cantante e durante un musical mi toccò interpretare la parte di Giuda. Per me che sono cattolico può immaginare quale sarà  stata la sensazione che ho provato quando mi sono  prostrato in adorazione di Gesù, mi sono rialzato  per dargli il famoso bacio e poi, subito dopo  ho chiamato le guardie. Terminata la canzone da me intonata, mi sono impiccato. A seguito di quest'episodio, un'anziana mi ha fermato per strada e avendomi riconosciuto, mi ha detto con rabbia e rimprovero “Lei ha ucciso Gesù!””

Ciro, per lei la recitazione è qualcosa di molto serio, vero?

“La vivo con il giusto spirito, come ho detto prima, ma anche con divertimento. Due registi apprezzati con i quali ho lavorato, mi hanno sempre detto che l'importante è che io con la recitazione  mi diverta, ed è così.”

Lei, Ciro, è  una persona ricca dentro e questa sua ricchezza la trasla in tutto quello che fa, vero?

“Grazie, ma non è stato facile per me esprimermi al massimo. Da ragazzo ero timido e introverso e proprio il teatro mi ha salvato. Nell'anima sono rimasto bambino e mi emoziono nelle parti che interpreto e non solo. La vita nelle sue espressioni più vere mi emoziona.”

Per me lei è un antidivo, sbaglio?

“No, anzi! Non mi piace mettermi in mostra, atteggiarmi a grande personaggio... non è  da me. A meno che non mi venga richiesto, e per una causa giusta. Ieri, ad esempio, ho partecipato a uno spettacolo  per bambini disabili e affetti da malattie rare. A conclusione, ho fatto la foto con loro non per mettermi in evidenza, bensì perché mi sono sentito parte di loro. Ho abbracciato i loro problemi, i loro disagi... Con la foto è  come se avessi voluto ricambiare il loro affetto.”

Cosa pensa lei della cattiveria? Nell'ambiente dello spettacolo le è  capitato di sentirsi avversato furbescamente?

“Due anni fa mi capitò d'interpretare la poesia letta anche da Frizzi nel suo ultimo periodo di vita, che ha per titolo “Le quattro candele.” Il presentatore a conclusione mi chiese cosa pensassi io della speranza  e della cattiveria. Io risposi in riferimento alla seconda domanda  che tutti nella vita riceviamo cattiveria, ma io non rispondo e la vita mi premia sempre. Nel mondo del teatro ci sono quelli che per apparire, tendono a macchiare gli altri, specie i migliori, gli attori più  richiesti. Io sono stato attaccato piu’ volte per rivalità e una volta sono stato quasi sul punto di mollare il mio lavoro, ma poi mi hanno chiesto di girare un film e ho continuato a recitare.”

Il mondo dello spettacolo è spietato, cosa pensa a riguardo?

“È un settore difficile, ma diciamo che come tutti gli ambienti, lo fanno le persone che ci lavorano. Alcuni attori pur di lavorare vanno avanti a sgomitate, interpellano registi e produttori. Io personalmente credo che la bravura non è disgiunta dalla correttezza. Si è  bravi se si brilla dentro e nel tempo ti accorgi che sei stimato. Sono loro, i registi, a chiamarti perchè vogliono affidarti ruoli e parti. Non nascondo che, per quanto mi riguarda,  spesso sono costretto a rinunciare anche a ruoli importanti  per abbondanza di richieste. La considerazione che ricevo nel mondo del lavoro è  la dimostrazione della mia serietà professionale e mi permette di difendermi coi fatti. A me non piace vincere facile.”

Ciro, a differenza di molti suoi colleghi, lei è  presente  su fb con un semplice profilo  sul quale interagisce con i fans in modo amichevole. E’ così?

“Ho anche la pagina official, ma mi viene spontaneo interagire sul semplice profilo.”

Cosa pensa degli attori che puntano tutto sul cachet?

“Non amo giudicare, ma trovo che per un attore sia fondamentale la disponibilità verso gli altri. Sono stato una sera chiamato a recitare a Caserta per un'associazione. Avevamo pattuito il gettone di presenza ma alla fine non l'ho accettato per devolverlo all'associazione, con grande stupore della Presidente. Io non apprezzo la venalità e mi dispiace che abbia preso piede anche nel mondo del teatro. Per me è  più  importante  e gratificante  ricevere una targa o un riconoscimento per il lavoro svolto.”

Alla luce di quanto ha detto, lei è  cresciuto con valori importanti, è  così?

“Sì, ho due genitori fantastici che mi hanno trasmesso i loro principi, per questo e grazie alla Fede, sono sereno e non ho paura della morte.”

Ciro, lei crede che questa eccessiva presenza della violenza in televisione e al cinema, invii messaggi positivi ai giovani?

“Direi proprio di no. Penso anzi,  che invii segnali di incoraggiamento verso il male. La gente apprende anche dai film e spesso apprende linguaggio e contenuti  sbagliati. Non dovrei dirlo, avendo recitato in Gomorra, un film sicuramente valido, ma che non rispecchia il mio genere. Altra cosa invece è  “L'amica geniale" nel quale ho recitato con piacere, per contenuti e non solo. Un film bello sotto tutti gli aspetti.”

I suoi progetti per il futuro?

“Oltre ai vari set che mi vedranno presente, sto lavorando a due progetti. Il primo riguarda uno spettacolo che dalla  Napoli antica condurrà a quella presente. Uno spettacolo  che racconterà gli antichi mestieri accompagnato da lettere d'amore e canzoni. In anteprima,  proprio per la Redazione de “Il Centro Tirreno.it”, annuncio che è in previsione un concorso rivolto a ragazze e ragazzi su sedia a rotelle, a cui dovrei partecipare. E poi sicuramente lavorerò a cortometraggi e a tanto altro.”

Complimenti  e sinceri ringraziamenti da parte mia e di tutta la Redazione. In chiusura, con quale spirito affronterà questo Natale?

“Il Natale per me è una festa di gioia e lo vivo con grande allegria, anche se vedo i miei genitori invecchiare e ciò mi rattrista. Io spesso sono portato a ricordare e nel periodo natalizio specialmente, questa spinta a rivisitare il tempo trascorso e’ molto forte. Ripenso a quando loro erano più giovani e avverto il passaggio del tempo.”

Ciro, si considera un romantico?

“Sicuramente. Se la mia carriera dovesse interrompersi, trascorrerei il resto dei miei giorni sfogliando foto e ricordi.”

“I ricordi sono importanti. Sono la  ricchezza dell'anima e la compagnia del solitario. Un pò tutti, specie i più  sensibili, sono stimolati dal Natale a rivedere le cose perdute. Lei il Natale lo trascorrerà in famiglia?”

“Sì,  con i miei genitori. Per me è  una festa importante, ma la vera magia è  la sera del 24, quando ogni cosa sembra si fermi nell'attesa di Gesu'. Tutti smettono di rubare, di uccidere e si riuniscono in famiglia. Accade solo una volta l'anno.”

È  vero, mi riconosco in queste parole. L'attesa è  più  forte di ogni azione umana. Gesù  nasce e si ferma il mondo, incantato dalla Sua venuta nella Storia. Ci si raccoglie in famiglia e in se stessi per assimilare la Sua luce che ci guiderà nella corsa dei giorni. I Napoletani lo sanno molto bene e in fondo, la tradizione  del presepe da questi principi trae la sua forza. Ciro Andolfo è napoletano e fa propri i pilastri della tradizione. A lui e alla sua famiglia i migliori auguri di un sereno Natale da parte mia e di tutto lo staff.

 

Ippolita Sicoli
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