L'INTERVISTA. ''Dear Gaia'' di Jean-Luc Servino. La sacralita' del dolore e il volo
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L'INTERVISTA. ''Dear Gaia'' di Jean-Luc Servino. La sacralita' del dolore e il volo

Il cinema non dovrebbe  limitarsi a raccontare. Il cinema dovrebbe ispirare.

Oggi, nella società  fluida, siamo sulla strada di un impoverimento generale delle facoltà di apprendimento che attengono alla sfera immaginativa. L’arte oggi aspira a una sua collocazione e cerca di ritagliarsi un ruolo  nella  rappresentatività dell'oggetto, in completa  assenza di spirito di contemplazione. Abbiamo tutto, eppure siamo vuoti. Nel clangore che ci ammorba perdiamo l'interazione con il diverso, fondamentale nell'elaborazione  del pensiero critico. Nel magma esperienziale l'oggettività si dirada e con essa la matura coscienza dell'essere.

L'uomo di oggi avrebbe bisogno di tante cose e innanzitutto di recuperarsi. A tal fine indispensabile è l'introiezione, ossia il trasferimento all'interno di ciò  che  lo circonda. Solo così potrebbe circoscrivere il suo spazio critico e arginare l'individualismo imperante che vede traslato il soggetto in tutte le cose.
Occorre appartarsi e riaprire la valvola del silenzio.

Vi è  un  crescente  bisogno  di  silenzio  per ritrovarsi e prendere la giusta distanza dalle cose, affinché ne cogliamo il giusto senso. L'introspezione è la  cura del mondo, un cibarsi sommerso che porta l'uomo a emergere dalla caverna della sua brutalità  per riacquisire spessore nella luce. All'ordinarietà che ormai ha raggiunto valori di banalità va contrapposta una lettura in chiave simbolica del reale che ci consenta di ritrovare lo spessore perduto. Quella dei simboli oggigiorno  e’ l'unica via  possibile per un confronto necessario con qualsiasi forma d'arte non trincerata dietro  un severo concettualismo.

Nonostante i botteghini registrino una forte ripresa del cinema italiano, l'impostazione risulta sempre la stessa. Provinciale e di saturazione di dialoghi. Il cinema da noi e’ registrazione della realtà roboante che trova spazio in rotocalchi e articoli di cronaca. Alla ripetitività di contenuti anche canzonati, nel caso del cinema comico, si aggiunga lo spiattellamento di temi che privano lo spettatore della sua libertà  immaginativa, otturando i canali dell'emozionalita' partecipata.

Il Cinema non dovrebbe limitarsi a raccontare, il Cinema dovrebbe ispirare.

In quanto arte, dovrebbe respirare quella creatività  che gli consentisse di proiettarsi su lidi insperati e di abbattere il dogmatismo semantico.

Il cortometraggio “Dear Gaia" sfugge a tutto questo. La scia di riverberi che disperde sono aneliti di libertà ben espressi nella suggestiva immagine del volo. Un'immagine liberatoria che si diparte dal silenzio non nota di disturbo ma contenuto dai risvolti profondi. Il silenzio di questo cortometraggio è  invito a scendere nelle viscere  delle cose per rintracciare quel filo fragile quanto prezioso che unisce le esperienze di vita. L'opera è  pervasa da un alone di poesia attraverso cui cogliersi in simbiosi con ciò che nella vita accade, senza quella tragicità stucchevole o mistificatrice. Nuda appare, rivelandosi nello scorrere delle immagini, tesa a suggerire sentimenti di sacralità  ed elevazione in ogni singola parte.

Jean-Luc Servino, lei è  il regista e l'autore nonche’ l'ideatore di questo lavoro. Mi viene da supporre che nei suoi appena trent'anni abbia letto, approfondito e studiato tanto. In Dear Gaia si avverte l'impronta della grande letteratura europea. Sbaglio?

“Effettivamente il cortometraggio  si discosta totalmente  dalla cinematografia italiana. Il mio è  un  cinema psicologico, il sociale quando c'è, e’ affrontato da un’angolazione   interiore. Riguardo ai libri, leggo molto autori stranieri e mi identifico nel cinema d'Oltralpe, in particolare  in quello francese, russo e polacco. Nonostante ami leggere, tengo a precisare che nessun libro e nessun autore hanno ispirato  Dear Gaia che è interamente pensato da me.”

Lei ha giustamente citato la Russia e in effetti, sicuramente inconsapevolmente, noto nelle riprese di Dear Gaia delle forti corrispondenze con gli ampi spazi e i silenzi dominanti tipici del Romanticismo novecentesco russo. Vero?

“Il silenzio, la lentezza sono elementi che confliggono con la quotidianità per come noi la viviamo e la trasferiamo nel cinema. Nella prima parte del cortometraggio il silenzio e’ supportato dalla musica di Alberto Bellavia, un bravissimo compositore che ha creato la colonna sonora appositamente  per  Dear Gaia.”

Il silenzio riempie ciò  che  la parola svuota. E' l'incipit. La Parola dovrebbe recuperare il suo valore cosciente, anziché decadere a strumento di moda. Non trova?

“Sì. Nel caso di questo cortometraggio il silenzio è raccoglimento che esplode nel dolore straziato nella seconda parte del cortometraggio, come conseguenza della violenza subita da Gaia.”

Le scene sono fortissime. Dalla distensione e dalla gioia si passa all'urlo feroce e disperato. Le riprese lunghe, immerse nel silenzio, nella seconda parte diventano drammatiche e raccontano la lacerazione di due vite, forse tre, dal momento che anche il fidanzato  di  Gaia, recuperata la lucidità, si accascia a seguito della sua aggressione. Il cortometraggio unisce quindi, in modo insolito il tema della violenza e quello della morte assistita. Il primo, altrove sfruttato in tutti i modi possibili e il secondo invece, caduto in un mortificante oblio, da quando non è  più  oggetto  di  discussione in Parlamento. Giusto?

“Esatto. In Italia infatti, la morte assistita non è  attuabile e lo dico a malincuore. Riguardo al cortometraggio, esso comprende in realtà tre storie cucite insieme. La prima è  quella della violenza subita dalla donna, la seconda descrive la disperazione del padre di lei interpretato magistralmente da Giovanni Caso,  che vede la figlia spegnersi piano piano, e infine troviamo la storia dell'eutanasia.”

Ha scelto un cast davvero eccezionale. Anche Rita Miranda che interpreta Gaia e Leonardo Cutone sono straordinari. Apro una parentesi. Mi diceva Giovanni Caso di essere particolarmente  attratto dal cinema muto. Qui ha reso in modo palpabile il dolore nel silenzio. La sigaretta che si consuma richiama in forma simbolica la vita della figlia destinata a spegnersi per i danni cerebrali riportati a seguito dell'aggressione. Di grande impatto emotivo ho trovato l'immagine del padre immobile in piedi di fianco al letto della figlia, come un tronco squassato dalla sofferenza. La scena mi ha suggerito l'immagine del legno rappresentativo di forza e al tempo stesso di fragilita’ in un connubio eviscerato e amplificato dal simbolismo della Croce che ritroviamo presente in più  contesti non solo religiosi. Era consapevole dalla straordinaria valenza simbolica del suo corto?

“Sicuramente. Anche l'immagine del volo è centrale.”

La definirei una immagine  epifanica, che interrompe lo scorrimento dei pensieri per imprimersi nel tempo del racconto e la collego all'epifania di Joyce. L'aquilone con le ali, un uccello o un angelo spalanca nuovi orizzonti e diviene per Gaia profetico della sua scelta finale. Anche qui ricompare nel volo l'idea del passaggio verso altri mondi e una nuova luce. Ogni volta che un'immagine si fa simbolo, schiude infinite finestre che non  concludono  mai definitivamente un percorso. Tornando a lei, quando ha capito che si sarebbe dedicato al cinema?

“Da ragazzo mi divertivo a girare video simpatici che inserivo su YouTube. Ero l'unico a Napoli a quel tempo. Da qui poi ho intrapreso studi seri all'Accademia di Londra per affinare la tecnica e successivamente ho preso parte a vari masterclass,  il più  prestigioso,  quello di Los Angeles presso l'Accademy Film Institute. Ho girato film e corti per divertirmi. Poi nel 2014 un mio corto astratto di 2-3 minuti ha partecipato al Festival di Sorrento, aprendomi  al cambiamento che è  avvenuto col film Zackary nel 2017, risultato vincitore al "Culver City Film Festival  di  Los Angeles". Questo film è legato a un evento spiacevole della mia vita, la morte di mio padre che mi ha sempre sostenuto nella mia passione per le riprese e al quale ero tanto legato.”

Dopo nasce  Dear Gaia, giusto?

“Sì, in Dear Gaia l'amore del padre verso la figlia riflette il nostro rapporto che era davvero speciale.”

Ed è riuscito a esprimerlo in pieno anche nella trama, a mio avviso. Non si trovano storie di donne violentate che aprono finestre su altri temi. Lei lo ha fatto e straordinariamente, aggiungendo un rapporto tra padre e figlia esclusivo, che difficilmente una donna violentata riesce a instaurare. È  come se attraverso  questa vicenda, il cuore dell'intero corto, lei avesse voluto offrire un passaggio di salvezza alla solitudine e anticipare il tema del riscatto dal dolore. Lei è  un Italiano atipico, sbaglio a definirla tale?

“Assolutamente  no. Sono un Italiano per nulla italiano, innanzitutto  per il carattere molto introverso.”

Jean-Luc, Dear Gaia e’ in concorso al premio Donatello. Si considera ottimista a riguardo?

“No, proprio per l'impronta poco italiana del lavoro e che lei ha riconosciuto. Il film d'autore in Italia non  è compreso perche’, come me, fuori dagli schemi.”

L'importante e’ essere presenti. Lei ha in cantiere altri lavori?

“Certo. A Napoli ho formato l'associazione JLS Films e prevedo tanto altro ancora.”

Chi vive l'arte con trasporto e sentimento si lascia guidare con forza da se stesso e questo  è  già  di per sé lo slancio per tanti infiniti voli. Il punto di partenza è  credere sempre in quello che si fa e Jean-Luc Servino lo sta dimostrando. Da parte mia e della Redazione  de “Il Centro Tirreno.it” i migliori auguri di  altri capolavori che ci facciano emozionare ancora.

 

Ippolita Sicoli
Ippolita Sicoli
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