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L’ipertensione arteriosa è causata dal sale o dallo zucchero?

L’ipertensione arteriosa è causata dal sale o dallo zucchero?

Articoli Nutrizione
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Cosa si usa consigliare spesso a chi soffre di ipertensione? La riduzione del sale e dei prodotti che lo contengono; ma siamo proprio sicuri che il problema stia proprio nell’apporto di sale? Studi del 2014 hanno ritrovato la causa anche nell’eccesso di zuccheri semplici, soprattutto nell’eccesso di fruttosio, non quello della frutta ma di prodotti alimentari confezionati in cui viene aggiunto. Ma, quindi, il sale può essere consumato tranquillamente? Nell’articolo troverete la risposta.

L’ipertensione arteriosa è causata dal sale o dallo zucchero?
L’ipertensione arteriosa è causata dal sale o dallo zucchero?

Gli approcci dietetici mirati alla riduzione della pressione arteriosa sono stati diretti contro il sale, anche se i benefici della riduzione del sodio nella dieta sono discutibili; infatti, la riduzione dell’assunzione di sodio può ridurre la pressione sanguigna in alcuni individui, ma le riduzioni medie potrebbero essere solo di 4,8 mm Hg sistoliche e di 2,5 mm Hg.

L’ipertensione è una condizione in cui la pressione sanguigna risulta troppo elevata, comportando conseguenze a livello cardiovascolare, con probabilità di sviluppo di patologie come ictus, infarto del miocardio, aneurisma, ecc.

Solitamente, oltre al trattamento farmacologico, viene consigliato il cambiamento dello stile di vita che può giovare nel controllo della pressione: diminuire il peso corporeo, se si è in sovrappeso, evitare l’assunzione di alcolici, fare una dieta povera di sodio, praticare un’attività fisica costante ed eliminare gli zuccheri semplici dalla dieta.

In uno studio del 2014 pubblicato sulla rivista Open Heart, i ricercatori americani hanno scoperto il meccanismo mediato dagli zuccheri semplici sull’ipertensione, in particolare del fruttosio.

In una revisione sistematica di 12 studi che comprendeva oltre 400 000 partecipanti, l'assunzione di bevande zuccherate contenenti fruttosio è risultata significativamente associata ad una pressione arteriosa superiore e ad una maggiore incidenza dell'ipertensione. Gli autori hanno concluso che l'assunzione di più di 12 once (pari a 340 g) di bevande zuccherate al giorno può aumentare il rischio di ipertensione di almeno il 6% e può aumentare la pressione media di sangue sistolica di almeno 1,8 mmHg in circa 18 mesi.

Secondo quanto emerso dalla ricerca, se in caso di ipertensione si consiglia l’uso di cibi a basso contenuto di sodio, questi corrispondono ad una trappola, perché il nostro organismo alla ricerca di quantità giuste di questo elemento, sarebbe portato a mangiarne di più. L’esempio fatto dai ricercatori è proprio questo: "Se prendiamo le patatine fritte senza sale, siamo portati a mangiarne di più perché il nostro organismo è alla ricerca di livelli ottimali di sodio, che benefici possono portare alla salute grandi quantità di carboidrati raffinati e oli trattati?".

Infatti, è stato visto come alimentando topi con saccarosio (costituito da un’unità di fruttosio e da una di glucosio) veniva stimolato il sistema nervoso centrale in particolare l’ipotalamo, aumentando la frequenza cardiaca, la secrezione di renina, la ritenzione idrica e la resistenza vascolare; tutti questi fenomeni conducono ad un aumento della pressione sanguigna. Inoltre, l’alimentazione ricca di saccarosio, ma in particolare ricca di fruttosio industriale, può comportare un aumento della pressione sanguigna tramite altri meccanismi come l’iperleptinemia e la riduzione dell’ATP.

Quando si consuma molto fruttosio, infatti aumenta anche l'acido urico, una sostanza che può danneggiare la parete dei vasi sanguigni favorendo l'insorgenza dell'ipertensione, inoltre considerato un marker di rischio cardiovascolare nell’adulto.

Il metabolismo del fruttosio prevede, come prima reazione la fosforilazione del fruttosio ad opera dell’enzima fruttochinasi, tappa molto veloce e priva di feedback negativo (non viene inibita dal prodotto della reazione), mentre quella seguente (catalizzata dall’aldolasi B) è lenta. Così alti carichi di fruttosio determinano l’accumulo di fruttosio 1-fosfato e contemporanea deplezione di fosfati inorganici, carenza che a sua volta determina accumulo di ADP e AMP, quindi come descritto nello schema carenza di ATP, catabolizzati quindi ad acido urico. Esiste però una differente risposta tra il fruttosio presente nella frutta e quello di origine industriale, dovuta alla contemporanea presenza nel primo di sali minerali e antiossidanti, in particolare vitamina C, che invece non sono presenti nel secondo. La vitamina C infatti aumenta l’escrezione renale di acido urico (uricosuria) e il suo intake è quindi inversamente proporzionale all’uricemia.

Con questo articolo non voglio consigliare l’uso eccessivo di sale e l’eliminazione dello zucchero, ovviamente l’azione del sale è sempre negativa, quindi il sale alimentare deve essere limitato anche tramite delle accortezze da utilizzare in cucina: usare più spezie, salare solo il sugo e non l’acqua della pasta, assaporare il vero sapore del cibo. Insieme a ciò, sarebbe un’ottima cosa eliminare completamente gli zuccheri dalla dieta, che oltre a provocare ipertensione, sono coinvolti in altre patologie.

Riferimenti bibliografici:

  • James J DiNicolantonio and Sean C Lucan. The wrong white crystals: not salt but sugar as aetiological in hypertension and cardiometabolic disease. Open Heart. 2014; 1(1)
  • DiNicolantonio JJ et al. An unsavory truth: sugar, more than salt, predisposes to hypertension and chronic disease. Am J Cardiol. 2014 Oct 1;114(7):1126-8.







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Francesco Garritano
Author: Francesco GarritanoWebsite: http://ilcentrotirreno.it/nutrizione/
Responsabile Scientifico del Supplemento NUTRIZIONE del quotidiano online "ilCentroTirreno.it"
Biologo Nutrizionista e Professionista GIFT. Studio, Passione ed Esperienza per il benessere fisico-psichico dei miei pazienti! Nel 2003 conseguo la mia prima laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche, voto 110 su 110 e lode, con tesi di laurea in Biochimica Applicata che diventa pertanto la prima importante esperienza in campo farmaceutico. Nel 2007 ritorno “sui libri” per conseguire nel 2009 la seconda laurea in Scienze della Nutrizione con voto 110 su 110 e lode. Il passo seguente è l’abilitazione per avviarmi da subito alla professione di biologo nutrizionista. L’inizio di questa nuova avventura coincide con la seconda professione di docente e relatore in vari convegni su tutto il territorio nazionale, in quanto responsabile scientifico della NutriForm, società di formazione ed eventi.

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