Gianni Vannoni, variazioni sul ''Parzifal'' - il Centro Tirreno - Quotidiano online
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Gio, Apr

Gianni Vannoni, variazioni sul ''Parzifal''

Eumeswil
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1

La campagna ammantata di neve scorreva veloce nel riquadro del finestrino. Il treno stava recuperando il ritardo e forse saremmo arrivati a Roma per l’ora di cena. Ogni venerdì̀ ritornavo a casa da Bologna, dove lavoravo in un’agenzia di import-export. Riaprii il libro alla pagina che avevo evidenziato con uno scontrino e mi immersi di nuovo nella lettura del Parzival.

– Un bellissimo libro – disse il signore di mezza età, che sedeva nel mio stesso scompartimento.

Alzai gli occhi e risposi che ero assolutamente d’accordo.

Zigomi alti, mascelle squadrate, un bel paio di baffi brizzolati, accento vagamente teutonico, poteva essere un musicista o un militare.

– E pensare – continuò il viaggiatore – che il suo autore non era quello che oggi si dice un intellettuale.

Avevo scelto quel posto nello scompartimento che ospitava un solo passeggero, seduto accanto al finestrino, proprio perché intendevo finire il libro di Wolfram von Eschenbach.

Quella interruzione mi colse un po’ di sorpresa.

– Lei non è italiano? – domandai.

– Austriaco, ma vengo spesso in Italia. Mi scusi se ho interrotto la sua lettura, il Parzival è un libro che fa risuonare nella mia memoria tutta una serie di accordi. Pensi che lo portai con me per un mese, in un lungo viaggio in Ecuador, senza riuscire a terminarlo.

– Ah – risposi – lei è stato all’equatore? Tutt’altro clima, certe volte vorrei andarci anch’io.

– Ricordo nitidamente, nei minimi dettagli, quel viaggio in Ecuador. Come se fosse avvenuto ieri: invece sono passati molti anni. Stavo preparando l’esame di geografia, e ogni tanto mi distraevo dall’arido volume dell’illustre accademico, di cui non ricordo il nome, leggendo qualche pagina del Parzival. All’improvviso un corvo entrò dalla finestra socchiusa, gracchiando ripetutamente graal… graal… Si posò sull’atlante che giaceva squadernato sopra il tavolo, quindi volò via, nel becco un brandello di carta. Corrispondeva alla città di Quito, asportata di netto. Tre giorni dopo, scendevo dall’aereo nella capitale ecuadoriana.

Il racconto cominciava a diventare interessante. Mi tolsi gli occhiali e posai il libro sul sedile del treno, che adesso era lanciato in piena velocità.

– Presi alloggio in un albergo del centro, vicino al punto dove il tassista mi aveva scaricato i bagagli. Ma non mi piaceva molto, e così mi ripromisi subito di cercarne un altro. Cosa che avvenne dopo qualche giorno, una sera in cui suonavano più numerose le campane delle chiese: circostanza che non mancò di meravigliarmi, data l’ora relativamente tarda. Ero appena uscito dal ristorante e passeggiavo per le vie del centro. A un certo punto mi trovai davanti a un bel palazzo dalla foggia coloniale, con tre bellissime palme nel giardino antistante, tra le quali mi sembrò di intravedere il volo circolare di un corvo. Entrai e chiesi qual era il prezzo di una stanza. Alla reception un signore elegantissimo, vestito di blu, che aveva l’aspetto di un personaggio d’altri tempi e non sembrava affatto un portiere. Forse un maggiordomo, o qualcosa del genere. «Prima le conviene vedere. All’ultimo piano le stanze sono aperte. Può servirsi dell’ascensore», mi disse, indicando un corridoio alla sua sinistra. Salii al sesto nella gabbia cigolante. In effetti tutte le porte erano aperte. A quel piano non c’erano ospiti, ma nemmeno al piano inferiore. I pavimenti delle stanze rovinavano e grandi squarci si aprivano sulle camere sottostanti. Mi diressi verso l’ascensore, meravigliato della differenza tra l’aspetto esterno e lo stato interno dell’hotel. Probabilmente il restauro non era stato ultimato. Tuttavia non v’erano tracce di lavori in corso. Avevo girato la manopola dell’ascensore, con l’intenzione di tornare da basso, quando mi avvidi che conteneva una gemma. Una musica di pianoforte mi fece volgere indietro, brillante e rigorosa come un concerto di Brahms. Tornai sui miei passi e mi misi a cercare la sala del concerto. Le stanze erano deserte, ma trovai un salone incredibilmente ricoperto di fiori. Aveva il pavimento sfondato, va bene, ma non mi sfuggiva il piccolo dettaglio che non ero né potevo essere al pianterreno. Colmo di stupore, inclinai il busto in avanti per odorare un fiore azzurro di rara bellezza. Quell’aroma gentile celava un potere narcotico, per addormentarmi così rapidamente e di un sonno tanto profondo, nel verde abbraccio dell’erba. Quando mi svegliai non ero più solo. C’era con me una misteriosa creatura, vestita soltanto della sua chioma disciolta. Stava eretta sopra il mio corpo supino, sembrava che tra la sue cosce fosse sbocciata una rosa. Tenendo i graziosi piedini posati lungo i miei fianchi distesi, si protese in avanti e cominciò a scuotere lentamente il capo, in modo da accarezzarmi il viso con i lunghi capelli corvini. Poi si abbassò piegandosi sulle gambe, mi afferrò per i polsi e mi tirò, perché mi alzassi; e così rimanemmo nella posizione di due ballerini russi, alla cosacca.

– Una posizione piuttosto scomoda – dissi.

– Infatti mi drizzai completamente, senza ulteriore indugio, e lasciai che mi sfilasse i pantaloni, che si gettò dietro le spalle.

– Mi sembra giusto, visto e considerato che lei era nuda. Ma come si chiamava, questa prodigiosa fanciulla?

– Mi disse che il suo nome era Eva. Trascorremmo la notte in quel giardino, inebriati da una musica celestiale. L’alba ci trovò affacciati alla finestra, con una gran voglia di piangere. Un corteo di figure leggiadre incedeva nello spazio portando la luna su un baldacchino dorato. Poi fu la volta dei pianeti, e infine il sole… il sole… oh, il calice di fuoco… si succedevano in un concerto, che non aveva più nessun termine di paragone. Non so come dirle, ma stava a Brahms come Brahms sta al clacson di un autobus. Sì, qualcosa del genere. E fu proprio il clacson che risuonò alle mie spalle a riscuotermi e a farmi balzare sul marciapiede. Ero uscito come privo di una costola e rigiravo ancora tra le mani il biglietto, che l’elegante signore vestito di blu, il maggiordomo o chi diavolo fosse, mi aveva consegnato con gesto perentorio, quando avevo attraversato l’atrio. Vi erano impressi il nome e l’indirizzo dell’hotel, con il numero di telefono. Lo conservo ancora.

Aprì il portafoglio e mostrò un biglietto ingiallito, dove si potevano leggere quelle indicazioni sbiadite dal tempo.

– Il giorno dopo – riprese – tornai nei pressi dell’hotel, ma non riuscii a trovarlo. Allora mostrai il biglietto a un passante. Sorrise divertito e mi disse che il Grand Hotel Paraíso sorgeva in quel punto, ma era stato demolito e adesso c’era un grande magazzino. Entrai dalla porta girevole e mi recai al bar. Ordinai un caffè a un uomo straordinariamente somigliante al signore vestito di blu, che mi aveva accolto la sera precedente. Ma sembrava invecchiato di dieci anni. Presi il giornale, che era posato su un tavolino, e cominciai a scorrerlo, quando l’occhio si fermò sulla data. Il 15 giugno 1992. Ero partito da Vienna esattamente dieci anni prima! Mi guardai allo specchio e vidi che non ero invecchiato: mi dicono ancora oggi che dimostro dieci anni in meno della mia età anagrafica. Purtroppo di ritorno a Vienna non trovai più l’appartamento che possedevo il giorno della partenza. Era stato messo all’asta per pagare le spese condominiali.

– Il prezzo della stanza – dissi.

– Eppure sono ancora convinto di essere rimasto a Quito soltanto un mese.

– Ma queste cose possono accadere? – domandai.

– Sono altamente improbabili – disse il viaggiatore, agitando una mano in segno di saluto.

Eravamo arrivati in perfetto orario alla Stazione Termini. Anche questo era altamente improbabile. Superata la sorpresa per l’insolito avvenimento, poiché la puntualità è certamente l’ultimo vanto delle nostre ferrovie, ebbi modo di notare che il viaggiatore aveva dimenticato il suo bagaglio. Proprio così. Cercai di richiamarlo, ma era già sceso dal treno. Afferrai la borsa in pelle nera che aveva lasciato e mi affrettai per raggiungerlo. Camminavo a grandi passi sul marciapiede affollato e quando mi resi conto che ormai era scomparso, una signora proveniente in senso contrario mi urtò e mi disse di fare attenzione. Mi era balenata l’idea di consegnare quel leggero bagaglio alla polizia ferroviaria, ma subito pensai che sarebbe stato un gesto imprudente. Mi scusai con la signora e le mostrai la borsa del viaggiatore.

– Se lei sapesse che cosa contiene questa borsa, forse tutta la sua vita acquisterebbe un altro significato, che ora le sfugge.

Mi guardò in modo interrogativo e mi disse:

– Ma lei mi fa perdere il treno!

Che strano! Ma come mi era venuto in mente un discorso del genere? Sembrava che nella borsa non ci fosse nulla, quando detti la prima sbirciatina, seduto al bar della Stazione. Forse il misterioso viaggiatore sarebbe ricomparso e avrei potuto restituirla. Ma non fu così.

Arrivato a casa, decisi di verificarne il contenuto; la rovesciai e sul tappeto scivolò un sacchetto di velluto nero. Lo raccolsi e vidi che conteneva una gemma; la posai sulla tavola, poi mi feci una doccia e andai a dormire.

La mattina seguente mi accorsi che la gemma mandava una luce, che illuminava tutta la stanza. Mi pervase un delizioso calore e mi ritrovai improvvisamente con i piedi sull’erba, all’ingresso di un giardino incantato. Nel grande silenzio sentivo il frinire delle cicale.

2

– Cosa ci fa qui? – mi domandò un essere alato, armato di spada.

– Ho riportato la pietra – risposi, porgendo l’oggetto che avevo trovato nella borsa.

– Questa pietra è il graal! Lo sapeva?

– L’avevo oscuramente intuito, ma non osavo crederlo. Non sono un cavaliere e la mia tavola è quadrata.

– Ma di solida quercia; lei è un uomo onesto, caro signore, pur vivendo in tempi tristi, in cui l’onore stesso è divenuto sinonimo di corruzione.

– Posso dare un’occhiata al giardino? – domandai, incoraggiato da quel complimento, che forse non meritavo.

Certamente, pensai, non potevo fregiarmi del titolo di “onorevole”; tuttavia, qualche marachella l’avevo fatta anch’io.

– Sì, ma si sbrighi, tra un’ora si chiude – mi rispose in tono perentorio l’angelo guardiano.

Poiché avevo poco tempo a disposizione, saltai in groppa a un dromedario, che era accovacciato presso una lastra di granito rosa, munita di lancette. Animale mansueto e intelligente, dalla testa ornata di perle, si alzò con languida eleganza e prese subito la direzione che il mio braccio teso gli indicava.

Serbo nello scrigno del cuore l’ampio viale che correva tra due file di magnifici oleandri, coperto da un manto d’erba verde smeraldo, lungo il quale ci avviammo a una fonte d’acqua cristallina, che sgorgava dalla roccia e mormorava dolcemente. Allora cominciai a percepire anch’io la musica, di cui aveva parlato il viaggiatore austriaco. Musica segreta, romanza senza parole.

Non ho mai raccontato a nessuno ciò che avvenne nel giardino. Una volta che ne feci qualche cenno a mio zio, uomo di mondo e brillante conversatore, mi guardò preoccupato e mi consigliò di mantenere il più assoluto riserbo.

– Forse hai mangiato qualcosa che ti ha fatto male – disse.

– Eh già! Ma che colpa ne ho io – replicai – se spesso devo pranzare fuori?

– A proposito, conosci un ristorantino a Bologna, dove fanno bene i bassotti a quadrotti?

– Sì, in Via del Paradiso. Vacci a nome mio: ti tratteranno bene.

– Lo farò con piacere – disse lo zio Gustavo, che si mise a leggere tranquillamente il giornale e infine si assopì sul divano rococò.

Russava con un leggero fischio e mentre lo zio russava la ragazza giapponese, che la zia ospitava in cambio di qualche lavoretto domestico, venne a sedersi sui talloni proprio davanti a me, mansueta e intelligente come un dromedario.

Aveva deposto le pantofole rosa sul parquet tirato a lucido e mi guardava con i grandi occhi obliqui, cercando nei miei un lampo di stupore: desiderava, evidentemente, suscitare meraviglia; invece mi piombò addosso, con tutto il suo peso, la nostalgia del paradiso e recise con la sua spada affilata ogni altra emozione.

Oggi non viaggio più così spesso in treno. Era davvero logorante. Lavoro al Comune di Roma, presso l’ufficio oggetti smarriti; dove posso constatare ogni giorno, salvo i festivi, che molti cercano invano ciò che hanno perduto.

E’ capitato, un giorno, perfino un tale che diceva di aver perduto la fede. Il fatto strano è che non si riferiva all’anello nuziale, come in un primo momento mi era sembrato di capire, ma alla fede nelle cose invisibili.

– Senta, se lei crede di trovarla qui – gli dissi – vuol dire che crede nei miracoli, e quindi non l’ha perduta.

– No, no, l’ho perduta! L’ho perduta! – insisteva.

– Lei teme di averla perduta, ma non l’ha perduta veramente – dicevo per incoraggiarlo in qualche modo.

– E’ accaduto a Genova, il 25 maggio 2013. Passavo davanti alla chiesa del Carmine, durante le esequie di un certo don Gallo, quando a un tratto mi sono trovato tra Gad Lerner e Moni Ovadia…

– E allora?

– E’ stato in quel preciso momento che mi sono sentito male. Ho visto tutto buio intorno a me, e una profonda tristezza mi è scesa nel cuore.

– E chi potrebbe darle torto? Davanti a una bara si può forse essere allegri?

– Ma in quella bara non c’era soltanto un prete, no, c’era qualcosa di più, c’era la Chiesa stessa nella sua totalità storica, ormai giunta all’estinzione.

– Chiesa, Stato… e poi mi dice che non crede nelle cose invisibili? Suvvia… qui ad ogni modo abbiamo soltanto cose visibili, mazzi di chiavi, occhiali, portafogli, borse, un libretto di assegni, un bastone da passeggio… ci sono anche delle marionette!

– Marionette? Lo sa cosa mi viene in mente? Che la religione cristiana sia nata da un’invenzione di alcuni giudei di grande perfidia per abbindolare i Romani e conquistare il mondo… un gioco di marionette per i goym… a un certo punto la cosa è scappata di mano ai vecchi burattinai talmudisti, ma ora hanno ripreso il filo e ci stanno facendo un bel cappio intorno al collo.

– La sua ipotesi sarebbe piaciuta a von Kleist. A mio modesto avviso l’apporto degli ebrei al cristianesimo è stato meno importante di quanto si pensi. La teologia cristiana è sorta da un adattamento della filosofia neoplatonica alle esigenze del popolo minuto. L’intuizione dell’Uno come divinità primordiale risale alla cosmologia di Memphis ed è attestata dalla Pietra di Shabaka, un blocco di granito della XXV dinastia…

– I faraoni eh?… Quelli sì, che erano politicamente corretti!…

– …un blocco di granito su cui sta scritto: «Il potente Grande Uno è Ptah, che trasmise la vita a tutti gli dei». Non a caso è un filosofo egiziano che ci parla dell’Uno. Plotino, nato a Licopoli nel 205, si dedicò alla filosofia dall’età di ventotto anni, frequentando la scuola di Ammonio Sacca in Alessandria. Così racconta il suo discepolo Porfirio, che ne ha scritto la biografia. Secondo Plotino il principio primo, da cui tutto discende, non può essere pensato dall’uomo, perché è anteriore al pensiero. L’Uno, infatti, è il non manifestato; la prima manifestazione è l’Intelletto, la cui attività consiste appunto nel pensiero. La seconda manifestazione è l’Anima, che riflettendo le idee dell’Intelletto dà origine al Mondo sensibile. Avendo generato le idee, l’Intelletto le contempla e da questa contemplazione nasce l’Anima, come riflesso delle idee. Il riflesso getta un fascio di luce nell’oscurità e le forme così proiettate costituiscono le immagini del Mondo sensibile, che sono un misto di luce e tenebre.

– Se dell’Uno, che non può essere pensato, niente è possibile dire, cosa dice dunque Plotino?

– Dice in sostanza che il fondamento della filosofia consiste nell’umiltà intellettuale. L’amore della sapienza («filo-sofia» significa proprio questo) non è l’avidità del sapere, come il filosofo non è lo scienziato. L’essenza dell’uomo è divisa in tre parti: intellettuale, emozionale e sensibile. Perciò l’uomo partecipa dell’Intelletto, dell’Anima e del Mondo sensibile. E’ un microcosmo. Ma l’Uno si trova di là dalla manifestazione. Per raggiungere l’Uno, l’uomo deve andare oltre se stesso, uscire da se stesso, facendo una specie di salto, al quale si può dare il nome di «estasi». Dal greco exìstemi, «esco fuori di me».

– In che modo si può fare questo salto?

– Ci sono varie maniere: erotica, mistica, filosofica… sarà bene avere le idee chiare e distinte o si rischia di cadere a testa in giù.

– Il capitombolo!…

– Già, come il funambolo. Se le interessa l’erotica si rivolga a una donna, se invece preferisce la mistica a un monaco, io posso darle qualche ragguaglio soltanto sull’estasi filosofica.

– Gliene sarei molto grato.

– Davvero? Mi scusi, ma ho qualche dubbio in proposito.

– Non vedo perché…

– Molti conoscono il discorso socratico della caverna, riferito da Platone, ma pochi ne comprendono il significato fino in fondo. Gli uomini sono schiavi che lavorano dentro una caverna, incatenati in modo da non potersi voltare verso la luce. Di ciò che passa davanti alla caverna vedono soltanto l’ombra, proiettata lì dentro da un fuoco che arde all’esterno. Ma qualcuno riesce a liberarsi e a vedere le cose del mondo, il fuoco e perfino il sole nel cielo, benché sia accecante. Se poi ritorna nella caverna per liberare gli altri, quelli non gli credono e lo aggrediscono. Ora capisce perché nutro qualche dubbio, quando lei dice che mi sarebbe grato? Di illusioni si vive; e gli uomini diventano aggressivi se qualcuno le fa mancare.

– Ho sempre diffidato delle illusioni e sono pronto a rinunciarvi, ma per farlo devo essere in grado di riconoscerle.

– La schiavitù nella caverna raffigura in maniera esplicita la condizione umana, ma si può andare oltre e interpretare, sebbene non sia detto da Socrate, il sole come Uno, le cose come archetipi, il fuoco come anima. Secondo questa interpretazione, le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna sono le cose del mondo sensibile, mentre le cose che si vedono fuori dalla caverna sono in realtà gli archetipi delle cose, le forme intelligibili del mondo noetico.

– Lei che cosa intende per «mondo noetico»?

– Il mondo delle idee. Il Nous, nel greco di Plotino, è l’Intelletto, la prima manifestazione dell’essere.

– Dunque il mondo noetico è il mondo vero, mentre il mondo sensibile è soltanto apparente, non è così?

– Così dice Plotino, con qualche sfumatura in più.

– Ammettiamo pure che il mondo sensibile sia un’illusione; ma se fosse un’illusione della mente anche il mondo noetico, non dovremmo rinunciarvi?

– In effetti nell’estasi si lascia cadere anche il mondo noetico.

– Che cosa rimane allora?

– Nient’altro che l’Uno.

– L’Uno! E se anche questa fosse un’illusione?

– Non può esserlo, caro amico, per un motivo semplicissimo. Perché ci sia l’illusione, ci dev’essere qualcuno che s’ illude, almeno Uno. Se si toglie anche questo, cade la possibilità dell’illusione. Vale a dire: se tutto è illusione, allora niente è illusione. La barca si capovolge. Ci pensi su, e poi ne riparliamo. Per oggi il mio orario di lavoro è terminato.

Tornando a casa, ripensavo al problema. E mi dicevo che l’estasi non è la ricongiunzione dell’io empirico con l’Uno, come molti hanno asserito impropriamente; ma è l’esperienza dell’Uno che giunge a riscoprire se stesso, liberandosi dall’illusione dell’io empirico. Il pensiero mi riuscì gradito, in quanto superava il punto di vista dualistico, e trascorsi una buona notte.

Se l’uomo con cui avevo parlato era già abbastanza strano, ancora più bizzarro mi parve il tizio, uno spilungone dal volto equino, che venne in ufficio la mattina seguente.

– Lei sa che cos’è la speranza? – mi domandò.

– Sì, credo di sì – risposi.

– Ebbene, l’ho persa.

– Ha perso la facoltà di sperare o la speranza in qualcosa di particolare?

– La speranza come principio ontologico.

– La speranza come principio ontologico? Io credevo che fosse una virtù cristiana!

– Ma allora… lei non conosce Ernst Bloch?

– L’ho letto, ma non ho apprezzato i suoi svolazzi melmosi. Non mi piace il gallinaccio accademico. Lei non ha perso niente, mi creda, anzi ha recuperato la salute mentale, dopo un intervallo più o meno lungo, dovuto a una specie d’intossicazione. Almeno spero che sia così.

– Lo spero anch’io.

– Ecco, lo vede? Non ha affatto perduto la facoltà di sperare.

– Però non spero più in un mondo migliore!

– In un mondo migliore, caro amico, sperano soltanto gli adolescenti. Poi, con il passare degli anni, gli uomini si rendono perfettamente conto che il mondo non migliora, ma peggiora in maniera inesorabile. E allora, alla speranza subentra la nostalgia, che è nostalgia della giovinezza, senza dubbio, ma anche del mondo in cui vivevano quando erano giovani.

Le mie parole lo avevano visibilmente scosso; e lo spilungone dal volto equino se ne andò senza aggiungere nient’altro, se non un breve cenno di saluto. Lo avrei rivisto di lì a poco, ma quanto mutato!

Quella sera ero a cena con un amico in un ristorante dove si mangia carne alla griglia: “da Benito”. Quel nome, rinviando al tempo in cui Roma fu capitale di un impero, servì da spunto per ricominciare il discorso sulla decadenza inarrestabile del mondo in cui viviamo.

– Impero per modo di dire. Dopo Napoleone gli imperi non sono più quelli di una volta – disse il mio amico e mi spiegò anche il perché.

Dopo avere ascoltato la sua dotta dissertazione sul ghibellinismo, colsi l’occasione offertami da una pausa e dissi:

– Anche tu, dunque, ritieni che il mondo vada di male in peggio?

– Certamente – rispose – basta pensare alla qualità del pane che si mangia…

– …e del vino che si beve!

– E l’aria che si respira?

– Sempre più inquinata.

– Anche le pietre si sbriciolano…

Si udì uno schianto, poi un altro. Quindi lo stridere

prolungato delle sirene. C’era stato un incidente stradale. Uscendo dal ristorante, vidi caricare sull’ambulanza una persona che conoscevo, benché non conoscessi il suo nome. Era l’uomo che sosteneva di aver perduto la fede. Anche lui mi riconobbe e mi pregò di scattare delle fotografie alle macchine incidentate. Sull’altra ambulanza ciò che rimaneva dello spilungone dal volto equino, estratto dalle lamiere contorte della sua Alfa Romeo. Accesi lo smartphone e scattai ripetutamente, mentre riprendeva l’ululato delle sirene.

3

Avrei voluto chiedergli come si chiamava, ma non era il momento. Riuscii ad avere il suo nome grazie alla targa dell’automobile.

– E’ qui Mario Catarsi?

– La quinta stanza a destra – rispose l’infermiera.

Alta e cupa, vagamente somigliante a un cipresso. La sua mano volteggiò come un uccellino. Mi affacciai alla porta della camera che mi aveva indicato. Vidi tre letti e nell’ultimo, vicino alla finestra, il signor Catarsi.

– Che piacere rivederla – mi disse. – Come sta?

– Mi sento ancora molto debole.

– Ho portato le fotografie.

– Le metta sul comodino, per favore.

Era ingombro di libri e facendo spazio per la busta con le foto notai il Parzival di Wolfram von Eschenbach.

– Ah, questo è proprio un bel libro!

– L’ho appena iniziato, ma non so se riuscirò a finirlo, per via delle continue interruzioni. Appena lo apro, arriva un’infermiera.

Riapparve nel teatro della mia memoria il viaggiatore misterioso, con i suoi baffi brizzolati. Mi aveva fatto davvero un bel regalo, dimenticando la sua borsa sul treno. E io stavo leggendo proprio quel libro. Che coincidenza!

– Certe volte le interruzioni sono molto benefiche.

– Eh sì, mi curano…

– Spero che lo facciano bene e che lei possa rimettersi presto in piedi.

Mi disse che cercava di convertire la sofferenza in qualcosa di superiore, per aumentare la forza vitale che lo avrebbe fatto guarire. Questa era un’ottima idea e glielo dissi.

– Però non è facile metterla in pratica, suppongo.

– No, non è facile… bisogna ricominciare sempre daccapo.

Un altoparlante annunciò la fine delle visite.

– Adesso devo salutarla.

– Torni a trovarmi.

– Lo farò volentieri. Spero che le foto siano buone. Le ho scattate a entrambe le auto. Ma che fine ha fatto il conducente dell’Alfa Romeo?

– Il signor Rossini? Anche lui è qui. Si è fratturato il bacino. Se fosse stato un po’ più attento…

– …l’incidente non sarebbe accaduto. Sono certo che lei ha ragione. I periti dell’assicurazione dovranno riconoscerlo… quei figli di buona donna!

E lo salutai, lasciando la stanza triste con i tre letti. Nel corridoio, per disinfettarmi le mani alla macchinetta, rimasi ancora qualche minuto e sentii le infermiere discorrere con scarsa simpatia di un certo dottor Klingsor, che era il capo del reparto. Sentivo anche un campanello, probabilmente le stava chiamando un degente, ma loro continuavano a parlare, del tutto indifferenti alla cosa.

– Forse vuole un bicchier d’acqua – dissi e augurando una felice serata mi diressi verso l’uscita, senza che mi degnassero di uno sguardo.

Ma le infermiere sono tutte così? No, certe volte sono molto più affabili. Forse il dottor Klingsor era una canaglia e le molestava o comunque le metteva di malumore.

Nel parcheggio non c’era più nessuno. Misi in moto e lasciai l’ospedale anch’io. Poi mi fermai al supermercato, perché era l’ora di cena e non avevo niente da mangiare.

Trovai una folla che arraffava dappertutto, come se la carestia fosse imminente. Braciole… cavoli… cipolle… banane… una sarabanda di carrelli! La ressa mi rendeva nervoso, ma in realtà ero già di malumore. Le infermiere me lo avevano trasmesso.

Passai in rassegna le pretensiose schifezze del reparto di gastronomia, senza prendere nulla; ma nel successivo reparto dei libri, qualcosa attirò la mia attenzione. Un romanzo sul graal… scritto (o comunque firmato) dall’amministratore delegato di un’industria farmaceutica! Lo sfogliai con un gesto d’insofferenza e lo rimisi al suo posto rapidamente, tra gli altri bestseller. Pretensiose schifezze anche qui.

Un vecchia vestita da ragazzina compulsava un malloppo di Ken Follett e mi domandò se l’avevo letto. Le risposi che preferivo gli hamburger. Lo rigirò tra le mani e lo condì con una spruzzata di saliva, ma non udii le sue parole, che perciò posso definire inaudite.

Infine mi decisi per un branzino, che avrei fatto cuocere in forno con tre patate; durante la cenetta pensavo al misero pasto, somministrato ai degenti dell’ospedale; e ringraziai la mia buona stella.

Il giorno dopo ritornavo in quel luogo di dolore. Qualche parola di conforto al signor Rossini, lo spilungone che avevo trattato un po’ troppo duramente, mi sembrava doverosa. Fu così che incontrai Klingsor. Il dottore aveva folte sopracciglia e il naso a becco, gli zigomi rossi e labbra molli, viscide, come erano viscide le sue maniere. Poiché voleva parlarmi, lo seguii in un corridoio buio ed entrai nella sua stanza: due sedie con una scrivania, un armadietto e una lettiga, sulla quale non mi sarei messo neppure seduto; m’ indicò la sedia, e dovetti accomodarmi davanti alla scrivania, mentre lui si mise dall’altra parte, con il suo viso beffardo da pagliaccio. Sulla scrivania c’era il bestseller, che avevo visto la sera al supermercato. Prese in mano il volume e mi mostrò l’immagine del calice.

– Lei saprebbe dirmi che cos’è questo?

– Mi sembra un calice – risposi.

– Già, è proprio un calice, ma non il calice. E sa perché non è il calice? -?

– Perché il calice ce l’ha lei. Sì, proprio lei.

– Il calice? Io? Ma le pare!

– Badi bene, le condizioni del suo amico, il signor Rossini, sono molto, molto critiche. Soltanto il graal potrebbe salvarlo. Lei deve procurarmelo, prima dell’intervento…

– Non posso prometterle niente, perché io il graal non ce l’ho; ma se per avventura lo trovassi, non esiterò un momento, glielo farò sapere immediatamente.

– Lo spero per il signor Rossini, che lo operiamo lunedì prossimo, ma senza il graal, mah… non credo che possa cavarsela.

C’era poco da fare. Il graal non era più nelle mie mani, l’avevo dato all’angelo che stava di guardia al giardino. Inoltre il dottore… non mi sembrava sincero. Temevo lo volesse per sé e non per curare un paziente.

Tuttavia qualcuno aveva parlato. Lo zio? Ma se lui stesso mi aveva detto di non dirlo a nessuno! La giapponese? Ma sì! Era lei la gola profonda… e chi sennò? Non certo mia zia, povera donna!

Quando lasciai la stanza di Klingsor, il mio umore era diventato nero come carbone.

– Stasera spaghetti alla carbonara – dissi a Benito.

– All’amatriciana, per me. Sembra che ti girino alquanto – osservò l’amico che mi sedeva accanto, il ghibellino.

– Sì, mi girano alquanto, come il vortice di Gaudier- Brzeska.

– Brzes… chi?

– Brzeska, il genio che morì nel corso della prima guerra mondiale, a ventitré anni e otto mesi…

Lo tenevo. Bloccato prima che riprendesse a disquisire sull’idea imperiale, lo sottoposi a una gagliarda elucubrazione sul vorticismo e l’arte astratta.

Approfittò di una pausa per dire che lui preferiva il romanico e mi parlò d’una pieve sui Colli Albani, che voleva farmi vedere.

– Se il graal fosse da qualche parte, sarebbe lì.

– Ah, sì? Molto interessante!…

Anche il gatto, evidentemente, era dello stesso parere. E il parere di un gatto è superiore a qualsiasi opinione, perché non è opinabile. Quel randagio che faceva la ronda, col suo mantellaccio grigio, striato di nero, si fermò a guardarci ironicamente presso la pieve romanica. Ci guardava dall’alto delle mura diroccate. E questi chi sono? Naturalmente non espresse in parole umane la domanda, fece soltanto «miao» con una blanda inflessione interrogativa.

Quella domenica mattina, che si era presentata all’inizio con un velo di pioggia, s’intiepidiva ai raggi di un pallido sole; e l’antica pieve, benché fosse abbandonata e cadente, conservava intatto il suo fascino. Poiché l’ingresso principale era sprangato, entrammo in un passaggio nascosto dall’edera, che il gatto mise in evidenza scomparendovi dentro.

Due giorni dopo mi chiamò Catarsi. Mi chiese il permesso di dare il mio numero alla compagnia assicurativa, che glielo aveva chiesto, e poi mi disse che il signor Rossini non aveva superato l’operazione ed era…

– Morto! – Morto?

– Purtroppo. La salma sta già all’obitorio. Ed ora il dottor Klingsor vuole operare anche me.

– Le consiglio vivamente di evitare l’operazione.

– In che modo?

– Bisogna darsi alla fuga.

– E come? Se ho già firmato il «consenso informato»! – Informato di che? Venga via!

Riattaccai e chiamai il centralino dell’ospedale.

– Vorrei parlare con il dottor Klingsor.

– K·l·i·n·g·s·o·r? Un momento, prego, la collego con l’interno desiderato.

Il telefono squillò a lungo, poi rispose un’infermiera, che alla fine di una spasmodica attesa mi fece parlare con il dottore. Gli dissi che sapevo dov’era nascosto il graal e mi offrii di accompagnarlo. Klingsor accettò e così lo condussi all’antica pieve.

– Si entra da qui – gli dissi, indicando il passaggio coperto dall’edera.

Mi seguì. All’interno ci aspettava con una potente torcia elettrica il mio amico, il ghibellino, edotto di tutta la vicenda, nella parte del guardiano.

– Laggiù è custodito il santo graal – disse indicando un punto indistinto nell’oscurità – ma lei non può accedervi in questo modo. Deve lasciare ciò che indossa e vestire la tunica bianca.

Klingsor eseguiva docilmente la prescrizione rituale. Lasciò sulla panca le vesti e gli oggetti che portava con sé. Presi la tunica che avevamo predisposto e gliela porsi.

– E’ soltanto una cerimonia simbolica, che rappresenta la purificazione necessaria per accedere al santo graal – gli dicevo, notando con piacere che aveva lasciato anche lo smartphone sulla panca.

– Ora le farò vedere il graal. Lei dovrà inginocchiarsi e rimanere in meditazione. Abbiamo tutti qualcosa di cui chiedere perdono a Dio – disse il ghibellino.

Procedemmo nell’oscurità, dietro al brillante fascio di luce proiettato dalla torcia del mio amico. Questa singolare processione a tre ebbe termine davanti a una bella grata di ferro battuto. Il ghibellino aprì con una grossa chiave, che era nell’incavo di una pietra e passò per primo. Entrò anche Klingsor ed io per ultimo. Una scala a chiocciola scendeva verso la cripta, dove avevamo collocato il calice in modo che fosse ben illuminato dalla luce della torcia.

Klingsor adocchiò l’alto oggetto della sua cieca brama, sembrava che splendesse, e s’inginocchiò devotamente. Visto così, di spalle, avrebbe ingannato chiunque. Aveva la parvenza d’un santo. Gli mancava soltanto l’aureola. Era l’ultima farsa, recitata su un cuscino a quattro nappe.

– Qui fa piuttosto freddo. Quanto tempo devo rimanere in meditazione? – domandò.

– Il tempo necessario per chiedere il perdono dei tuoi peccati – rispose il ghibellino, passando all’improvviso dal lei al tu.

– E dopo potrò prendere il santo graal? – Il santo graal deve rimanere qui.

– E allora che cosa sono venuto a fare? – A pentirti dei tuoi peccati.

– Ma potevo pentirmi anche a casa mia – mormorò il dottore.

– A un certo punto, se il perdono ti è stato accordato, il graal comincerà a emanare una luce soprannaturale. Potrai vederla molto bene nell’oscurità. Noi ti aspettiamo di sopra. Quando hai finito chiamaci.

Klingsor non aggiunse altro a queste parole del ghibellino. Non credo che fosse molto convinto, ma voleva probabilmente abbreviare il tempo della sua permanenza nella cripta. Poi sarebbe potuto ritornare senza di noi e portarsi via il calice, che ingenuamente credeva fosse il santo graal. Tutta una tradizione letteraria lo induceva in errore; e non avendolo mai visto, non poteva sapere che il graal è una pietra. A meno che non avesse letto il Parzival di Wolfram von Eschenbach. Ma non c’era questo pericolo, poiché si cibava di bestseller.

Risalimmo su per la scala a chiocciola e poi richiudemmo la grata, portando via la chiave.

Chissà se alla fine si è pentito del suo odioso ricatto e della morte del povero Rossini. Certamente il tempo non gli è mancato, perché noi, laggiù, non ci siamo più tornati.

Prima di uscire dalla pieve, qualcosa di morbido ci passò tra le gambe; e vidi luccicare nel buio gli occhi del gatto, che andava a caccia di topi.

– Quel disgraziato morirà di fame – mi sussurrò nell’orecchio il ghibellino.

– Potrà cibarsi dei topi – gli risposi.

– Dipende dal gatto…

– Il parere del gatto non è opinabile.

– Bene, anzi benissimo – disse il ghibellino.

Dopo questo scambio di battute, che a qualcuno sembreranno ciniche, salimmo in macchina con lo smartphone di Klingsor, che gettammo nel Tevere.

La sensazione di pace, che viene dalla coscienza di un dovere compiuto.

Qualche tempo dopo incontrai ad un concerto il signor Catarsi, che mi raccontò della sua rocambolesca fuga dall’ospedale.

– E l’assicurazione, le ha coperto i danni?

– Soltanto in parte – mi rispose – e così sono rimasto a piedi.

– Ah, mi dispiace molto!

– Ma no, è stata una vera fortuna. Mi ero messo ad aspettare l’autobus, quando ho notato una borsa, appoggiata sul sedile sotto la pensilina. E nella borsa ho trovato una pietra… ho sentito le cicale frinire…

– Va bene così. Non mi dica nient’altro. Ho già capito.

– Ma non vuole che le racconti la fine?

– Non c’è una fine. Il santo graal se ne va, scompare tra le nuvole, ma poi ritorna sempre, come il sole.

Gianni Vannoni

 


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