Fondi europei, non è tutto buio a Mezzogiorno
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Fondi europei, non è tutto buio a Mezzogiorno

Fondi europei, non è tutto buio a Mezzogiorno

Economia
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L'Italia ha speso il 23% dei fondi a disposizione per il 2014-2020. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia sono sotto la media nella spesa, ma non negli impegni. I dati in un'analisi di OpenCalabria.

Fondi europei, non è tutto buio a Mezzogiorno
Fondi europei, non è tutto buio a Mezzogiorno

 

Mentre si apre la sfida del nuovo bilancioLE REGIONI DEL SUD hanno la parte del leone nella ripartizione dei fondi strutturali europei. Un primato non invidiabile, dovuto al gap nello sviluppo e nell’occupazione aggravato dalla crisi. Ma c’è un gap anche nella capacità di utilizzo dei fondi? E Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Basilicata - le regioni del Sud classificate “in ritardo di sviluppo” – sono in ritardo strutturale anche nella spesa dei fondi europei? Ne abbiamo parlato con Francesco Aiello, ordinario di politica economica all’Università della Calabria, e Francesco Foglia, ricercatore nella stessa università, fondatori del centro studi e ricerche OpenCalabria e autori di uno studio sulle differenze regionali nella spesa dei fondi europei. Le cui conclusioni sono in controtendenza: è “empiricamente infondata” la percezione che l’Italia stia perdendo risorse Ue a causa della gestione della spesa delle regioni in ritardo. Ma bisogna rendere più efficace la spesa sui territori, soprattutto in vista del ciclo di programmazione che sta per partire.
 
Lo studio dei due economisti mette sotto la lente i programmi di sviluppo regionali (e non anche quelli nazionali) che si avvalgono di Fondo Sociale Europeo (FSE) e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) per il ciclo 2014-2020: 35,5 miliardi di euro totali– stanziati per il 60% dal budget europeo e per il resto dal cofinanziamento nazionale. A oggi, le regioni italiane hanno speso in totale 7,4 miliardi e stanno portando a termine interventi per un ammontare complessivo di 25,8 miliardi di euro, cioè il 69% del totale dei vari programmi regionali. Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia sono le Regioni più in ritardo e al di sotto della media nazionale troviamo anche Abruzzo, Molise e Sardegna (regioni in transizione, nella classificazione europea), sia per quanto riguarda la spesa effettuata che per la quota degli impegni. La spesa delle regioni maggiormente sviluppate (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto e le province Bolzano e Trento) raggiunge il 25% del totale delle loro programmazioni regionali.

Perché questa discrepanza tra nord, centro e sud? "Se guardiamo esclusivamente alla spesa 2014-2020 finora certificata, - spiega Aiello - le regioni in ritardo di sviluppo (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) registrano una spesa che è mediamente minore di quella media nazionale (18% contro 23%). Tuttavia, se consideriamo gli impegni di spesa, le stesse regioni raggiungono in media il 72% dell’intera programmazione, che è un dato più alto del 3% rispetto alla media nazionale. Con questi dati, quindi, non possiamo dire che sono relativamente messe peggio, perché i programmi sono in corso di attuazione. Inoltre, esiste un'altra ragione che non è di poco conto: le regioni del sud, ricevendo circa il 60% dei fondi destinati alle regioni, hanno programmi relativamente più grandi e, quindi, più difficili da gestire rispetto a quelli che hanno una dotazione inferiore. Diverso, invece, è parlare dell'efficacia della spesa, cioè dell'impatto che questa spesa (piccola o grande) avrà sui territori: su questo punto, la valutazione degli effetti reali determinati dalle risorse europee ha un ruolo cruciale".
 
Il rischio di perdere risorse europee esiste ovviamente per tutti i programmi. Le norme che regolano l'utilizzo dei fondi, infatti, delineano un tempo massimo di tre anni dall'impegno di bilancio - in capo alle Regioni o ai ministeri per i rispettivi programmi- alla presentazione della domanda di pagamento alla Commissione europea. "Dopodiché - precisa Foglia - scatta il cosiddetto disimpegno automatico, cioè una riduzione del cofinanziamento europeo per l'importo non rendicontato. Oltre ai rischi, però, ci sono anche delle opportunità: per chi centra gli obiettivi intermedi di spesa è prevista una premialità, cioè ulteriori fondi da investire. Diversamente dall'opinione comune, le Regioni italiane non restituiscono fondi a Bruxelles. Il problema sorge quando, per raggiungere gli obiettivi di spesa, viene ridotto a livello centrale il co-finanziamento nazionale che si traduce, paradossalmente, in minori investimenti".
 
"A livello di governance, per esempio, - continua Aiello - la Regione Calabria ha attuato una rilevante innovazione di processo nella comunicazione, prevedendo la pubblicazione di un'anteprima dei bandi (cosiddetta "pre-informazione") con il duplice obiettivo di offrire non solo maggiore trasparenza e maggior tempo ai potenziali beneficiari di elaborare la proposta progettuale, ma anche spazi a tutti gli interessati di proporre integrazioni e suggerimenti per migliorare il bando stesso. Dal punto di vista dei progetti, invece, all'interno di tutti i programmi regionali del sud ci sono numerosi casi di successo, come il Campus universitario di San Giovanni a Teduccio, che rappresenta uno dei principali interventi di rigenerazione urbana realizzati in Europa grazie all’intervento integrato di Regione Campania e Unione Europea. È proprio la sinergia tra i diversi attori istituzionali che operano sui territori, a poter fare la differenza e creare virtuosismi nello sviluppo regionale".
 
In base alla proposta formulata dalla Commissione europea, che rappresenta la base dei negoziati sul budget 2021-2027, l'Italia è tra i sette paesi europei che registrerebbe non un taglio bensì un incremento di risorse di 2.3 miliardi in più rispetto a quanto ricevuto per il periodo 2014-2020, come mette chiaramente in evidenza anche la Corte dei Conti Europea, nonostante il taglio complessivi del 10% che potrebbe subire la politica di coesione. "Questa - spiega Foglia - è contemporaneamente una buona e una cattiva notizia. Se le Regioni italiane e, in particolare, quelle del sud, ricevono più fondi di prima, significa che esse persistono nella condizione di sottosviluppo, cioè sono più povere rispetto alle altre. E in ragione di ciò - questa la buona notizia – continua ad intervenire la politica di coesione, che rappresenta un esempio concreto di solidarietà europea. Il negoziato tra il Parlamento europeo, che chiede più risorse, e il Consiglio, che invece gioca al ribasso, non sarà semplice. Anche perché il programma della nuova presidente della Commissione Europea Von der Leyen prevede, ad esempio, un nuovo Fondo per la transizione equa (Just Transition Fund) che dovrà trovare spazio nel bilancio pluriennale. Senza dimenticare, infine, che i Paesi della zona euro si sono impegnati a creare un mini-bilancio di investimento destinato a chi adotta l'Euro come moneta, eventualmente attingendo ad una quota del bilancio settennale e prevedendo ulteriori contribuzioni su base nazionale".

Il progetto è realizzato con il contributo della Commissione Europea. Dei contenuti editoriali sono ideatori e responsabili gli autori degli articoli. La Commissione non può essere ritenuta responsabile per qualsivoglia uso fatto delle informazioni e opinioni riportate. (Repubblica.it)

Red
Author: RedWebsite: https://ilcentrotirreno.itEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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