Il Giudeo Americanismo, il problema dell'ora presente. Parte seconda
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Gio, Giu

Il Giudeo Americanismo, il problema dell'ora presente. Parte seconda

Il senso della vita
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Il Giudeo Americanismo, il problema dell'ora presente
Il Giudeo Americanismo, il problema dell'ora presente. Parte seconda

 

Se ci soffermiamo ad osservare il mondo, tanta bellezza pervade il nostro sguardo, la bellezza dei paesaggi naturali, delle architetture, se il nostro sguardo, i nostri occhi si fanno cristallini…

Eppure, se abbassiamo gli occhi sull’agire umano - spesso - riscontriamo che l’uomo è un criminale, che spesso combatte il crimine con altri crimini.

Se guardiamo alla storia dell’uomo possiamo studiare una storia dei crimini umani dall’antichità ad oggi.

Si parla sempre di mettere in pratica le virtù, ma sembra - in realtà - che non siamo capaci di farlo. L’uomo oppone resistenze alla “Sophia perennis” Eterna Saggezza. Probabilmente perché non è abituato a contenere bellezza e bontà che a piccole dosi. Si preferisce lottare per appartenere all'“upper class” che consiste principalmente nell’arricchirsi e divenire qualcuno, in una società mediocre, che essere ricchi di ricchezze intramontabili e lottare per la loro conquista, i mali del mondo di ogni tipo…

L’uomo avrebbe una spinta naturale interiore verso l’auto realizzazione, verso il divino, ma spesso si immiserisce.

A volte è causa l’ambiente familiare, a volte sociale, a volte la sua incapacità di connettersi con se stesso, a volte già il fatto di credere di sapere già tutto ed essere perfetto o quasi…

Se parliamo con le persone, tutte sanno tutto: come salvare il mondo, l’umanità, guidare un paese, se stesse eppure i fatti sembrano tradire queste false credenze.

In pochi notano la propria fragilità ed il proprio bisogno di comprendere, di crescere dentro, se pur adulti, e di apprendere cosa avviene nel mondo ammesso sia possibile saperlo nella sua vera realtà.

Vi sono, poi, persone che ricorrono al primo approfittatore per sapere cosa fare nella propria vita. Persi nel buio e bisognosi di Luce…

Spesso più che desiderio di comprendere, se si notano le proprie carenze, c’è il desiderio di essere guidati e liberati dalle proprie responsabilità. Mettiamo le nostre vite in mano a chiunque…

Siamo pronti a dire che è per causa del mondo esterno, se le cose non ci vanno bene…

Quando pensiamo che noi stessi, in molte circostanze, siamo artefici del nostro male?

Oggi il video che vi presentiamo è con Don Curzio ed è un nuovo approfondimento sul suo libro: “Il Giudeo - Americanismo. Il problema dell’ora presente”. Parte seconda del video.

Naturalmente ciò che dice Don Curzio non è riferito al singolo, alla persona. È un’analisi storica, filosofica, politica, religiosa documentata. È un modo per riflettere su un’attualità scottante.

Noi, invece, dato che notiamo bellezza in ogni cosa, abbiamo appreso che per giungere a contribuire, a curare e donare bellezza, dobbiamo conoscere e pure riconoscere i crimini che l’uomo compie fin da sempre e cercare di non renderci partecipi, ma anzi allontanarci.

Vi riportiamo dal nostro annuale del 2004 un sunto dell’articolo di Aldo Carotenuto “DEL CRIMINE” e l’intervento di Don Angelo Silei su: “L’ASSEDIO ALLA BASILICA” perché in tanti luoghi l’uomo compie crimini: nella coppia, nella famiglia, sul lavoro, nei luoghi sacri; ovunque! Ma si dovrebbe giungere a cercare di comprendere il perché delle proprie azioni per migliorarle…

Il sunto dell’articolo “DEL CRIMINE” di Aldo Carotenuto: “Il comportamento umano è determinato da molteplici fattori, e sebbene in genere ve ne possa essere uno che prevale sugli altri nell’indirizzare l’azione, tuttavia è proprio l’interrelazione tra le parti a costruire la piena motivazione dell’agito. E i fattori non sono soltanto soggettivi, non attengono esclusivamente alla sfera cognitiva o razionale, ma affondano le loro radici anche nell’inconscio, con le sue ragioni, le sue dinamiche e le sue strutture, nonché nell’ambiente circostante che con il suo influsso sul sistema di adattamento dell’individuo pone un’influenza non certo secondaria per il passaggio all’atto.

Se poi analizziamo la genesi del crimine violento in quanto tale è chiaro che sono proprio queste ultime componenti - e cioè l’inconscio e l’interlocutore esterno e quindi la relazione - a costruire i due poli che interagiscono nel determinare la messa a fuoco del comportamento.” Direttamente dal termine dell’articolo di Aldo Carotenuto: “Quando l’azione violenta, infatti, viene agita all’interno di un gruppo pensiamo ad un “branco” o alla criminalità organizzata dei quartieri - vi è innanzitutto un diffuso senso di deresponsabilizzazione che deriva dalla condivisione della colpa. Ciò che primariamente, infatti, mantiene l’uomo lontano dal mettere in atto le sue pulsioni aggressive è forse innanzitutto quel patto sociale che pone delle regole, che sancisce il diritto alla vita e alla salute come inalienabile per ognuno. Ma è anche la consapevolezza di una punizione successiva a costituire un deterrente. Il senso di colpa, poi, per aver compiuto in perfetta autonomia un danno ad un proprio simile gioca un altro ruolo importante. Ma quando tutto ciò viene condiviso con altri è proprio la sensazione di impunibilità, il consenso degli atri compagni, nonché la condivisione del medesimo gesto a forzare tutte le resistenze e a consentire un passaggio all’atto più diretto ed immediato. Da questo punto di vista restano comunque validi gli studi di Milgram (1975) sul rapporto tra violenza e obbedienza all’autorità. Studi che sottolineano quanto fosse importante il fattore di delega della responsabilità all’azione all’autorità che impartiva gli ordini ai soggetti, rispetto alla capacità di questi di mettere in atto comportamenti aggressivi. Su scala molto più vasta rientra in questa ottica, oltre che tutta la strutturazione delle guerre, la giustificazione che si trova alle morti e alle stragi, anche l’organizzazione criminale gerarchica. Che, creando una struttura sovraordinata che pone delle cariche e dei ruoli determinati, nonché dei referenti, mette in atto un connubio tra autorità, potere, aggressività ed obbedienza. In questa ottica rientra anche la distanza che la tecnologia bellica interpone - e qui il discorso si allarga su territori ancora più vasti- tra combattente è vittima. Attraverso l’allontanamento della consapevolezza della diretta correlazione tra la propria responsabilità d’azione e l’effetto prodotto, l’individuo finisce col perdere la piena coscienza dell’azione. Ma questo ha un lieve sapore di disumanizzazione”.

Quando nel 2003 si fece la parte orale de: “Il crimine: complotti, veleni e delitti” si parlò al telefono con Don Angelo Silei che era in Terra Santa, nella Basilica della Natività. Fu, per noi, sentirlo parlare da lì, a seguito del grave misfatto avvenuto alla Basilica, una viva commozione, ma anche un senso di sgomento che ci assaliva, per ciò che si era compiuto.

Ora vi riportiamo la sua testimonianza scritta, pubblicata sul nostro Annale 2004 dedicato al “CRIMINE”.

DON ANGELO SILEI, parroco a Montevarchi nella parrocchia del Pestello, guida di pellegrini in Terra Santa, esperto in Sacra Scrittura.

“L’ASSEDIO DELLA BASILICA”
Una doppia quaresima è toccata ai frati francescani di Betlemme (e non solo a loro). Era appena passata la Pasqua, ed hanno dovuto ricominciare da capo un tempo di prova e di sofferenza che ha sfiorato più volte la morte. A volte anche quella interiore, quando lo scoraggiamento e la disperazione annebbiano ogni speranza.

Il 2 aprile 2002 era il martedì della prima settimana di Pasqua.

L’atmosfera di Betlemme certo era già più di guerra che di festa. Le irruzioni dell’esercito israeliano non lasciavano tregua e ponevano la popolazione in grave pericolo. Ma quel giorno è accaduta una cosa che mai, nei suoi 1700 anni di storia, la Basilica della Natività aveva visto: più di 200 uomini in armi si sono rifugiati dentro e altri uomini in armi l’hanno stretta in assedio. E questo è durato per 39 giorni, senza tregua, senza un attimo di respiro. Questo è il crimine di cui siamo stati testimoni: le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato immagini e trasmesso dichiarazioni. Informazioni e comunicazioni più dirette ci hanno fatto sentire la drammaticità dell’avvenimento.

Credo che vada notata subito l’assoluta novità dell’evento, segnale evidente del precipitare della situazione verso un imbarbarimento generale. Mai era accaduto che guerrieri in armi entrassero dentro la Basilica. Tutti abbiamo ricordato un fatto antico: nel 634 i Persiani, che pure avevano distrutto tutte le basiliche cristiane (compresa quella del Santo Sepolcro) si fermarono davanti alla Basilica della Natività e la rispettarono. E anche nel corso dei secoli, pur vivendo tanti momenti di guerra, Betlemme non aveva mai vissuto un’esperienza simile. Ricordo anche io stesso, negli anni passati, truppe di soldati israeliti visitare disarmati questi luoghi santi lasciando all’esterno le loro armi. Il 2002 ci ha risvegliato questa inaudita eccezione, drammatica, dolorosa per tutta la cristianità e per il mondo: il luogo dove Gesù è nato, diventato covo in cui rifugiarsi e da assediare.

Per capire meglio la portata degli avvenimenti è opportuno fare una descrizione dei luoghi. Si tratta di un complesso di edifici, annessi l’uno all’altro, comunicanti, non isolabili altro che nel loro complesso. Questo spiega l’inevitabile coinvolgimento dei frati, che si sono così trovati non ostaggi (come sosteneva il governo israeliano) ma occupati in casa propria, e insieme a loro le suore di Casa Nova: essi non sono mai stati ostaggio di nessuno, ma hanno scelto di rimanere sia perché erano in casa propria sia per il dovere di custodia della più importante Basilica della cristianità dopo quella del Santo Sepolcro. Credo che i palestinesi asserragliati dentro la chiesa abbiano riconosciuto questa libertà e questa posizione di diritto dei frati.

Il complesso della Natività è costituito dalla grande ed antica Basilica, dal convento greco e quello armeno (a destra), dalla chiesa parrocchiale di S. Caterina con il suo chiostro, dal convento francescano e dall’albergo Casa Nova. Inoltre ci sono gli orti e i giardini annessi ai conventi. Tutte queste parti comunicano tra loro. Intorno c’è la piazza principale di Betlemme e le strade che costeggiano tutta la struttura. Qui si sono piazzati i carri armati e
l’esercito israeliano.

Il primo “crimine” è stato quello dei palestinesi armati. La città di Betlemme era diventata un campo di battaglia e l’esercito israeliano fronteggiava con ogni mezzo l’opposizione armata di gruppi palestinesi cercando di imbottigliarli. Su questa spinta - ricordo bene le immagini della televisione - alcuni, trascinando anche dei feriti, si sono avvicinati alla Basilica che era chiusa. Per entrare hanno fatto saltare il cancello che accede al chiostro della chiesa di S. Caterina e poi alla Basilica che è diventata subito e per molto tempo il loro bivacco. Il “crimine” ormai era compiuto: profanare con armi la chiesa come mai era accaduto! Certamente non c’era alternativa. E si dice anche che questa possibilità fosse stata calcolata dall’esercito israeliano per chiudere ogni via d’uscita ai palestinesi. E così è stato.

Il secondo “crimine” è stato quello dell’esercito israeliano che ha posto sotto assedio tutta la struttura, con autoblindo, carri armati, tagliando la luce e l’acqua, e impedendo ogni rifornimento, trattando nello stesso modo uomini armati e uomini delle comunità religiose (cattolica soprattutto, ma anche greci e armeni). Tiratori scelti erano appostati dovunque, sparando ad ogni minimo movimento allo scoperto: anche da una grande gru che dall’alto controllava tutto. Un pallone aerostatico con telecamera spiava ogni mossa sospeso sopra la Basilica. In questo modo 8 persone sono state uccise (anche l’innocente campanaro): è bastato un attimo di distrazione o un piccolo azzardo ed è stato facile per loro. Anche il convento è stato più volte bersaglio dei cecchini. Il padre Ibrahim ci ha raccontato e mostrato nella sua camera come un proiettile gli è passato a pochi centimetri una mattina mentre stava per aprire la finestra. Sparavano a qualunque cosa si movesse. E poi durante la notte rumori assordanti provocati apposta dall’esercito tendevano ad infiacchire la resistenza: ma di questi rumori hanno pagato il prezzo solo i frati perché le spesse mura della Basilica tenevano gli altri lontano.

La Provvidenza ha reso possibile la sopravvivenza: le scorte dell’albergo francescano di Casa Nova, la scoperta di una fonte nelle cantine, le antiquate vie della luce elettrica.

In una situazione piena di tensione e di dramma l’opera dei frati è sempre stata coerente: opera di accoglienza e di pace. C’è stata subito la decisione di condividere quello che era disponibile. E inoltre un grande impegno di pace per evitare una strage, scongiurando continuamente i palestinesi a non reagire con le armi (cosa che avrebbe provocato una dura è micidiale reazione). Fra tutti ricordiamo padre Ibrahim con il suo telefonino e la sua opera di mediazione fra le parti. È stato lui alla fine ad accompagnare uno per uno i palestinesi fuori dalla Basilica per il loro destino: la casa, Gaza o l’esilio.

Molti sono stati i momenti particolarmente difficili: quando qualcuno veniva ucciso dai tiratori scelti, oppure quando fallivano i tentativi di soluzione del dramma portati avanti in molti modi dalla diplomazia e dal Vaticano. Un momento di sollievo per i frati c’è stato il 15 aprile quando il Papa in persona ha telefonato e parlato con padre Ibrahim.

La soluzione finale del 9 maggio è stata un messaggio per tutti in questa terra così dilaniata e senza pace: è possibile trovare un accordo anche in situazioni estreme attraverso il dialogo, la disponibilità all’ascolto, l’accoglienza, la pazienza. L’applauso finale anche dei soldati israeliani è stato un gesto di gratitudine e di approvazione di questa strategia che ha portato il suo frutto.

Concludo riprendendo le parole di padre Ibrahim nel libro “L’assedio della Natività”. È una parte del diario dell’ultimo giorno, quello della fine dell’assedio: “Quando sono andato a letto ho chiamato mia madre: è andato tutto bene, le ho detto, Dio è con noi, non ci ha abbandonato; ci ha aiutato a trattare gli uomini da uguali, a prescindere dal colore della pelle o dalle casacche che indossano. E, da entrambe le parti, hanno compreso che noi ci comportiamo come S. Francesco, che venne qui a dialogare scavalcando le trincee… Non pretendo di indicare strade maestre in questo paese di vicoli oscuri. Dico che la verità è un’alleata imprenscindibile. Lo dico anche ai giornalisti che mi hanno insegnato il mestiere del reporter di guerra con voglia di pace. Le cronache degli uomini vi trascineranno a zonzo per il pianeta e noi aspetteremo qui a Betlemme, nella casa del Signore, che si trova in mezzo all’uragano delle intolleranze umane. Dove lo scoop è essere uomini tra burattini, e la verità rivelata è una conquista tangibile, che non paga con il Pulitzer ma rende la vita eterna… con il breviario e con il cellulare. O Signore, fa di me uno strumento della tua pace”.

Mi pare doverosa questa citazione: è un grazie sincero a padre Ibrahim e ai frati e alle suore di Betlemme è una testimonianza concreta di come un’intesa è sempre possibile.

NOTA: questa relazione letta oggi, nel 2004, non ha perso niente della sua drammaticità. Anzi è stata forse solo superata dagli eventi di questi due anni. È davanti agli occhi di tutti l’imbarbarimento del conflitto e il moltiplicarsi dei crimini. Ne ricordo due su tutti. La costruzione del muro: è costruito non solo sulla linea di confine, ma anche dentro i territori separando le famiglie dai parenti, i contadini dal loro campo, i commercianti dai loro negozi, tagliando strade e proprietà. Le vittime innocenti: su circa 5000 morti fra ebrei e palestinesi quasi 900 sono bambini. Se qui non c’è un qualcosa di criminale, allora il crimine dov’è?.

P. S. siamo verso fine maggio 2023 e la situazione di criminalità, di guerra non è affatto diminuita. L’imbarbarimento procede a vista d’occhio… Siamo sicuri di poterci affidare all’umano? Siamo sicuri di non dover e voler ricorrere all’aiuto Celeste implorando l’aiuto dello Spirito Santo?

VIDEO. "Il Giudeo Americanismo - il problema dell'ora presente". Parte seconda. Con Don Curzio Nitoglia

 

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