Le vie della Russia, società e mistica nella terra degli Zar
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Sab, Giu

Le vie della Russia, società e mistica nella terra degli Zar

Il senso della vita
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Le vie della Russia - società e mistica nella terra degli Zar
Le vie della Russia - società e mistica nella terra degli Zar

 

Sembra che di Russia si debba parlar poco o come fanno le tifoserie a favore o sfavore! Raramente se ne parla ancora perché illustri, profondi pensatori, musicisti, mistici hanno contribuito ad impreziosirla.

Essere andati di recente, poco prima del presente conflitto, in Russia, a Mosca e a San Pietroburgo vuol dire essersi ritrovati soprattutto a San Pietroburgo per le sue architetture in Europa tra il Veneto ed una Francia della Belle Époque, dove non ci si sente così lontani da casa, ma neppure così a casa... L'incontro assai intenso è nelle chiese e con le icone... Si baciano, si accarezzano e ci si sente guardati dentro, trafitti dai loro volti, occhi che benignamente ci assalgono ed inondano, ci abbracciano.

Il video che vi presentiamo oggi si intitola: "Le vie della Russia - Società e mistica nella terra degli Zar" I due relatori sono: Andrea Virga - PhD - Docente di filosofia e storia e Andrea Giumetti - Storico sovietista e giornalista. Ci intraterranno con enfasi e passione sul tema proposto.

VIRGA ci parlerà di Ivan II'in, filosofo conservatore russo del primo Novecento morto in esilio, acerrimo nemico della Rivoluzione d'Ottobre e accusato addirittura di legami con il fascismo, è stato più volte indicato come il principale ispiratore ideologico di Vladimir Putin. In realtà, si tratta di un'etichetta banale per quello che è un pensatore complesso, monarchico ma fortemente critico verso lo zarismo, sostenitore di una violenta lotta anticomunista ma difensore della coscienza del diritto. Anche per questo, pur essendo irriducibile a qualsiasi regime, ha suscitato un forte interesse nella Russia post-sovietica, dove oggi è riconosciuto come uno dei più importanti filosofi del XX secolo.

GIUMETTI invece affronterà il tema: Asiatici o Europei? A partire da Pietro Il Grande la Russia è sempre stata tirata tra queste due identità, tra una promessa di modernità occidentale dalle potenzialità immense, e un orgoglioso e trascendentale atavismo tradizionalista. Ma la verità è che la Russia, la sua società, i suoi popoli e la loro storia, in quanto erede della vocazione imperiale di Bisanzio, sfugge alle semplificazioni. Un viaggio all'interno della Russia degli ultimi 124 anni, per capire meglio le complessità di un paese che da sempre ha colpito e confuso viaggiatori e studiosi.

Questi complessi discorsi prendono avvio dalla presentazione anche del testo di Ivan A. Il'in "Sulla Russia tre discorsi seguito da Cosa riserverà al mondo lo smembramento della Russia" il testo è a cura di Olga Strada. La traduzione è di Tommaso Immanuel Dondo, vi è un testo di Aldo Ferrari. Progetto grafico di Andrea Virga. Aspis edizioni 2023. Con il placet dell'editore vi riportiamo qualche passaggio del testo:

"La cultura spirituale di una nazione non è il suo sepolcro "ad honorem"; non è unicamente un museo dei suoi migliori conseguimenti, o tutta la moltitudine delle sue creazioni materiali e spirituali; niente affatto, essa vive e matura all'interno di noi stessi, suoi figli, legati alla propria patria dall'amore, dalla preghiera e dallo spirito creativo; essa vive in modo impercettibile in ognuno di noi se ne prende cura e la fa crescere, oppure la disdegna e la trascura... La Russia non è unicamente "là", in qualche angolo sperduto tra distese infinite e foreste impenetrabili; e neppure unicamente "là", nelle anime del popolo russo ora oppresso, ma in futuro libero; essa è anche "qui", all'interno di noi stessi, è con noi sempre, in un'unità palpitante e misteriosa. La Russia è ovunque, laddove almeno un'anima umana professi con amore e fede la sua essenza russa. Ed è per questo che la sua rinascita e reincarnazione avviene all'interno di noi stessi, nelle nostre anime, nel loro fervere, nella tensione creativa e purificatrice. Le anime purificate troveranno nuove preghiere; le anime che avranno raggiunto la pienezza daranno vita a nuove opere. La Russia e la sua cultura si rigeneranno con nuove orazioni e nuove imprese. [...] Lo spirito russo si distingue per la sua libertà spirituale, la vastità interiore, la percezione di possibilità sconosciute e straordinarie. Noi veniamo alla luce in questa libertà interiore, la respiriamo, la portiamo per natura in noi stessi, così la totalità delle sue doti, che delle insidie; nel novero delle doti: la capacità di creare dal profondo, amare disinteressatamente e consumarsi nella preghiera. Nel novero delle insidie: l'attitudine all' anarchia, all'illegalità, all'arbitrio e al disordine. "Non c'è spiritualità senza libertà"; ed ecco che, grazie alla nostra libertà, le vie dello spirito ci sono aperte, sia quelle nostre, autoctone, sia quelle allogene, introdotte da altri.

"Al tempo stesso non c'è cultura spirituale senza disciplina"; di fatto la disciplina è il nostro grande compito, la nostra vocazione, la nostra missione. La libertà spirituale ci è data dalla natura; la conformazione spirituale ci è indicata da Dio".

Noi dal canto nostro invece visto che il nostro ciclo di incontri è su: "Il folle, il santo, il mago ed il vate" coglieremo l'occasione per soffermarci su una figura celebre russa: "Rasputin" e si parlerà di "RASPUTIN E I KHLYSTI" e su altri temi affini all'argomento del nostro nuovo ciclo di incontri... Naturalmente i nostri scritti non son altro che spunti di riflessione... Partiremo dallo scritto dello storico, filosofo Gianni Vannoni:

"All'inizio del secolo scorso (e forse tutt'ora) nei villaggi sperduti tra le paludi e le foreste della Siberia una setta misteriosa, quella dei KHLYSTI, celebrava i suoi riti magico - erotici, originati da una superficiale cristianizzazione di pratiche risalenti a tempi immemorabili.

Radunati la notte del sabato nella casa prescelta, gli adepti, dopo aver chiuso accuratamente porta e finestre, accendevano dodici candele e iniziavano il canto di invocazione allo Spirito Santo fosse sceso in loro. Il tavolo con i lumi veniva allora rovesciato e la riunione culminava in un'orgia collettiva. All'alba una giovane donna nuda, venerata come Santa Vergine e insieme come Madre Terra, offriva ai fedeli chicchi di uva secca, per una comunione il cui segno dionisiaco è abbastanza palese.

In effetti presso i Khlysti si assiste a una abnorme contaminazione di teorie ereticali cristiane con antichi culti tellurici; la concezione magica del sesso quale apportatore di energie vitali si perpetua e si trasfonde in una ideologia di tipo gnostico - pentacostale, secondo la quale lo Spirito Santo, scendendo nell'uomo, lo trasforma nel Cristo, e scendendo nella donna ne fa una Vergine Madre. Anche il grossolano fraintendimento del precetto Cristiano circa l'amore universale, si radica in un terreno reso particolarmente propizio dalla permanenza di credenze proprie della mistica agraria dell'età preistorica, nel cui ambito l'orgia - in quanto riattualizzazione del caos primordiale, ricco di tutte le potenzialità della vita - costituisce il rito centrale della rigenerazione cosmica.

Il più famoso aderente alla setta fu certamente Grigori Efimovic Rasputin, che era destinato ad attraversare come una meteora gli anni inquieti e foschi del tramonto dell'autocrazia russa. Nato nel villaggio di Pokrowskoje verso il 1870, sposato con tre figli, egli viveva facendo, come suo padre, il mestiere di postiglione. Trasportava uomini e merci nelle immense distese della Siberia. Tutto ebbe inizio quando un giovane studente dell'Accademia ecclesiastica, Mileti Saborowski, gli chiese di essere condotto al monastero di Werchoturje. Durante il viaggio il passeggero e il conducente intrecciano una lunga conversazione, e Rasputin fu così incuriosito dalle parole del seminarista, che decise di fermarsi anch'egli, per qualche tempo, al monastero. Lì si accorse che Werchoturje non era un luogo come gli altri. Vide che i monaci erano divisi in due categorie; sembrava che alcuni fossero prigionieri, e altri guardiani. Infatti il monastero fungeva da casa religiosa di correzione; vi venivano spediti, da ogni parte della Russia, quegli ecclesiastici che avevano deviato dall'ortodossia. Gradatamente però i settari erano riusciti a prendere la direzione della casa, che in tal modo si era mutata in un focolaio dell'eredità khlystica. Il visitatore poteva rendersene conto soltanto dopo che fosse stato accettato, poiché esteriormente i precetti e le pratiche della Chiesa ortodossa venivano osservate scrupolosamente.

Rasputin ripartì da Werchoturje completamente trasformato. Iniziava per lui la vita dello "staretz" (venerabile, santone). Cominciò a vagabondare, perché lo Spirito soffia dove vuole, e per i Khlysti è un peccato contro lo spirito legarsi alle cose di questo mondo, esercitare un mestiere o mettere su famiglia. La nuova vita poté ammantarsi delle forme apparenti dell'ortodossia, ove il pellegrinaggio era tradizionalmente ammesso e stimato come fedele rappresentazione della condizione umana sulla terra. Rasputin pellegrinò a lungo, finché non giunse, preceduto da fama di santità, alla corte dello zar. Era il I novembre 1905. Sotto questa data lo zar annotava nel suo diario: "Oggi abbiamo fatto la conoscenza di un uomo di Dio, di nome Gregorio".

È ben conosciuto l'intimo dramma della coppia imperiale. Alessio, l'unico figlio maschio, nato nel 1904, rischiava continuamente di spegnersi nel corso di terribili emorragie causate dal male ereditario che l'affligeva, l'emofilia. Rasputin riuscì dove tutti i medici avevano fallito, salvando il bambino in punto di morte. O almeno, così parve, poiché il suo intervento coincise - e non una sola volta- con il superamento della crisi. Era abbastanza perché i due religiosissimi sovrani riconoscessero in lui l'uomo di Dio.

Fosse o no dotato di facoltà taumaturgiche, certo è che si trattava di una personalità non comune. Anche a prescindere dal suo straordinario potere di fascinazione sulle donne più diverse, dalle umili popolane alle dame di corte, sono le circostanze in cui trovò la morte ad attestare una forza e una vitalità assolutamente impensabili. Sembrava che Rasputin non potesse morire. Quando il principe Yussuov, il 16 dicembre 1916, lo attirò nel salottino sistemato nel seminterrato del proprio palazzo, con la promessa di una piacevole serata, i pasticcini e i liquori contenevano una quantità di cianuro tale da fulminare un cavallo. Ma il ghiotto santone accusa soltanto un lieve malessere, e invece di stramazzare al suolo va a sedersi in poltrona. Da lì comincia a guardare il principe col suo sguardo agghiacciante; Yussupov si sente mancare le forze: Rasputin lo sta ipnotizzando. Ma i congiurati nella stanza di sopra, inquieti, cominciano a far rumore coi mobili. Che succede? Il principe sale a vedere. Quando scende di nuovo ha con sè la pistola. Lo sparo echeggia e Rasputin, finalmente, crolla sulla pelle d'orso stesa in mezzo alla stanza. Tutti scendono precipitosamente, e uno di loro, che è medico, si china sul corpo insanguinato: il proiettile ha centrato il cuore. È ora il momento della messinscena. Il capitano Sukhotin si traveste da starete e sale sulla vettura scoperta che deve attraversare la città, per dimostrare che la vittima abbia lasciato incolume il palazzo. Intanto Yussupov torna di sotto a prendere il cadavere da gettare nella Neva. Ma lo attende una sorpresa. Dalla massa immota stesa sulla pelle d'orso un impercettibile movimento delle ciglia precede di un attimo l'urlo selvaggio, che lo staretz emette scagliandosi sopra di lui. Il principe si divincola e riesce a fuggire. Rasputin è libero. Lo scorgono nel parco; fanno fuoco per quattro volte, e lo staretz si accascia accanto a un mucchio di neve. Yussupov, come impazzito, infierisce sul cadavere. Lo allontanano a fatica. Il corpo, ben legato, viene trasportato sulla Neva; da qui, praticano un foro nel ghiaccio, è fatto scivolare nella corrente. Il professor Kosotrov, che eseguirà l'autopsia, pur constatando le molteplici ferite e le tracce di veleno, dichiarerà che il decesso è avvenuto per annegamento. Rasputin era ancora vivo, quando fu gettato in acqua. E ha lottato per liberarsi, sotto la crosta di ghiaccio; ha un braccio alzato, irrigidito dalla morte e dal gelo.

Resta il problema, al di là dei particolari pittoreschi, di quale fosse il ruolo di Rasputin alla corte di Nicola II. Su questo punto il giudizio degli storici è lungi dall'essere unanime. È comunque fuor di dubbio che il grande prestigio di cui ancora godeva la monarchia venne duramente scosso dalla presenza torbida emersa dal nulla, che riuscì ad imporsi in modo scandaloso interferendo nei più delicati affari di governo. Ne è da credere che il falso staretz, segretamente affiliato alla setta anarcoide dei Khlysti, nutrisse un sincero attaccamento per il baluardo politico e religioso di una società profondamente gerarchica, autoritaria e antieugualitaria. Se è vero che egli fu in contatto con quegli stessi ambienti che dalla Germania appoggiarono poi il governo Bolscevico, la sua apparizione alla corte dell'ultimo zar non può essere vista come un frutto del caso. "La sinistra influenza di Rasputin sulla famiglia imperiale", si legge in un interessante articolo apparso sul "Times" del 30 aprile 1924, "non è terminata con la sua morte. Suo genero Boris Solovioff ha giocato un ruolo diabolico durante la prigionia degli zar a Tobolsk nell'inverno del 1917-18. Anche la sua è una figura strana; anche lui come Rasputin, possiede poteri ipnotici. Il suo matrimonio con l'ignorante figlia di Rasputin è stato una sufficiente garanzia per l'imperatrice. Egli divenne il tramite con cui l'organizzazione monarchica della Russia europea comunicava coi prigionieri. Egli fece credere alla zarina che trecento ufficiali, travestiti da soldati, si erano radunati in una città in Siberia per preparare la riscossa. Naturalmente tutto ciò era falso, Solovioff, ben lungi dall' aiutare i monarchi, arrivò persino a denunciare i loro emissari ai bolscevichi. Questo probabilmente dipese dal fatto che, come il defunto suocero, egli fu uno strumento della Germania".

Interessante è poi il legame tra massoneria e rivoluzione russa. Non ci intratteniamo sul raccontare tutta la storia, ma solo su qualche particolare che offre colore alle vicende...

"Del resto non è forse un caso che il governo sorto dalla rivoluzione di febbraio fosse composto in massima parte da elementi appartenenti alla massoneria, tra i quali spicca il nome di di Kerensky.

Grigorij Aronson, nel suo libro "Rossija nakanune revoljucii", pubblicato a New York nel 1962, riporta alcune lettere della signora E. D. Kuskova, moglie dell'esponente massonico Prokopovic, amico e collaboratore di Kerensky, che sono estremamente rivelatrici a questo riguardo. Lettera in data 15 novembre 1955: "Avevamo la "nostra" gente dappertutto. [...] Fino a questo momento il segreto di questa organizzazione non è mai stato divulgato, eppure l'organizzazione era enorme. Al tempo della rivoluzione di febbraio tutta l'anima Russia era coperta da una rete di loggia. Qui, negli ambienti degli emigrati, vi sono molti membri di questa organizzazione, ma nessuno parla. E non parleranno per riguardo a quelli rimasti in Russia che sono tuttora in vita." Ancora, lettera del 12 febbraio 1957: "Dovevamo persuadere l'esercito. Il motto era: "Una Russia democratica e non sparate sui dimostranti". Fu necessaria una lunga opera di convinzione... In questo campo riportammo un successo notevole".

Dopo il crollo dello zarismo la rivoluzione non si assestò nella fase democratica - massonica rappresentata da Kerensky; nell'ottobre del 1917, com'è noto, il riuscito colpo di mano di Lenin diede l'avvio alla fase bolscevica, costringendo Kerensky alla fuga. La massoneria assunse una posizione di condanna dinanzi agli sviluppi della rivoluzione, e la netta chiusura tra la setta ed il bolscevismo venne codificata dal IV congresso dell'Internazionale comunista, che approvò la risoluzione seguente: "È assolutamente necessario che gli organi direttivi del partito rompano tutti i ponti che portano alla borghesia e quindi effettuino una netta rottura con la massoneria. L'abisso, che separa il proletariato dalla borghesia, deve venir portato a conoscenza del partito comunista. Una parte degli elementi guida del partito [il riferimento è alla situazione francese] ha voluto provare a gettare oltre questo abisso dei ponti mascherati ed a servirsi delle logge massoniche. La massoneria è la più disonesta ed infame truffa per il proletariato da parte di una borghesia indirizzata verso posizioni radicali. Noi ci vediamo costretti a combatterla fino ai limiti estremi".

Ciò spiega i motivi di cautela cui fa riferimento la Kuskova nella sua lettera; i massoni che non scelsero la via dell' emigrazione e che tentarono probabilmente un'infiltrazione nel partito comunista erano esposti a un grave pericolo. Ne' l'avversione alla massoneria accenna a diminuire nella Russia sovietica; È stata pubblicata una sorprendente opera di N. Jakovlev, già alto funzionario del Comitato Centrale del PCUS, con la quale la storiografia sovietica si pone su posizioni di revisionismo patriottico, rivalutando la figura dello zar e contrapponendo al fedele popolo russo gli elementi massonici che condussero alla rivoluzione di febbraio."

Interessante sarebbe intrattenersi anche sulla questione sovietica e la massoneria internazionale, ma non versiamo troppa acqua a questo mulino...

Sarebbe ora da indagare su tre termini: legalità, legittimità e super legalità... Ma li lasciamo in sospeso... Dobbiamo considerare però attingendo da Carl Schmitt:

"A partire dalla Rivoluzione russa dell'ottobre 1917, il potere statale sovietico si adopera per rendere sempre più vicina sul piano universale l'unità politica del mondo e del genere umano [...] Si potrebbe immaginare che l' unità politica dell'umanità possa realizzarsi tramite la vittoria sul piano industriale di una potenza mondiale sull'altra o tramite la loro associazione allo scopo di sottomettere l'intera potenza industriale della terra. Sarebbe una presa industriale planetaria. Si distinguerebbe dai metodi antichi di presa della terra e del mare solo per un'accresciuta aggressività e una maggiore forza distruttiva degli strumenti di potere che entrerebbero in azione in un caso simile. Qui si apre quella frattura che separa il progresso etico e morale dell'umanità dal suo progresso industriale e tecnico. La "politica mondiale" giunge alla fine e si trasforma in polizia mondiale: un progresso alquanto dubbio. La legalità diviene allora, da un punto di vista operativo, strategico o tattico, un problema pratico-politico di prima categoria. La società industriale è legata a una razionalizzazione in cui rientra anche la trasformazione del diritto in legalità. La sua stabilità e il suo sviluppo sono particolarmente sensibili ai disturbi e alle interruzioni violente e persino ai sabotaggi. Chi lavora legalmente non è un disturbatore, ne' un aggressore, ne' un sabotatore. La legalità si dimostra un modo inaggirabile di cambiamento rivoluzionario.

Mentre si sente sempre più parlare di terza guerra mondiale, proviamo a remare contro e fare come i salmoni ritornare al fiume e seminare... Sempre Carl Schmitt:

"In pratica è però difficile immaginare il trasferimento di un potere costituente dalla nazione alla umanità. Oggi la terra può essere molto più piccola della Francia dell'anno 1789, ciò nonostante la nuova tecnica non è utile solo alla centralizzazione, ma anche alla resistenza contro di essa. L'organizzazione attuale della pace mondiale non è solo utile all'unità, ma anche ad uno status quo dei suoi numerosi membri sovrani. Dovremmo forse prospettarci un'assemblea planetaria dell'ONU o almeno una seduta del Consiglio di sicurezza che si svolga similmente a quella della notte del 4 agosto 1789, in cui I privilegiati rinunciarono festosamente a tutti i loro privilegi feudali? Del resto era una rinuncia che per essere realizzata di fatto ebbe bisogno ancora di un decennio di terribile guerra civile, all'interno e all'esterno. Le superpotenze dovrebbero rinunciare alla loro superiorità egemoniale e al suo fondamento? E dove si trovano questi fondamenti? Il potenziale nucleare verrà affondato completamente nell'oceano o sarà trasportato sulla Luna? Tutti gli Stati, piccoli e grandi, cederanno i segreti della loro produzione al mondo intero senza aperte o tacite riserve? Apriranno i loro archivi ed esibiranno i loro segreti per condurre un grande processo mondiale contro quelli che sono stati finora i nemici dell'umanità?

L'umanità come totalità e in quanto tale non ha nemici su questo pianeta. Ogni uomo appartiene all'umanità. Anche il criminale, perlomeno finché è in vita, deve essere trattato come uomo. Se è morto come la sua vittima, allora non c'è più come le vittime. Fino a quel momento egli rimane, però, non importa se buono o cattivo, un uomo, vale a dire un detentore di diritti umani. "Umanità" diventa in questo modo un concetto antitesi asimmetrico. Se si discrimina all'interno dell'umanità e si toglie al negativo, al vandalo, al disturbatore la qualità di uomo, allora l'uomo valutato negativamente diventa un mostro, una non - persona e la sua vita non è più il valore supremo. La sua vita diventa un non - valore che deve essere annientato. Concetti come uomo contengono dunque la possibilità della più profonda ineguaglianza e diventano con ciò assimetrici.

Con l'aiuto di una simile spiegazione, molto impressionante anche per un giurista abituato ai concetti, Reinhart Koselleck ha chiarito in modo decisivo la grande questione del "patrimonio dell'umanità". La sua esposizione porta come motto una citazione della "Civitas Dei" (xv, 5):

I cattivi si combattono tra di loro; allo stesso modo si combattono buoni e cattivi; i buoni in senso pieno non possono combattersi gli uni gli altri.

Koselleck esamina tre coppie di concetti della storia politica mondiale sulla base della loro struttura linguistica dualistica e mostra quanto siano diventati "assimetrici", vale a dire come abbiano discriminato l'avversario con una polemica diseguale attraverso tutta una serie di giudizi negativi: elleni e barbari, cristiani e pagani e da ultimo uomo e non uomo, super - uomo e sotto - uomo. Il potenziale argomentativo linguistico che così viene guadagnato dall'uomo e dall' umanita' porta ad una struttura asimmetrica radicalizzata che nelle sue figure concettuali supera la forza di separazione degli elleni contro i barbari, così come quella dei cristiani contro i pagani. L'uomo che combatte contro l'uomo si vedrà allora di fronte nella sua auto comprensione un termine di paragone indubbiamente inferiore, da cui si distinguerà in modo tanto più puro come il vero uomo.

L'esito temibile di una prospettiva del genere ricorda le parole di un potente sul letto di morte di cui si narrava già nel diciannovesimo secolo. Al padre spirituale che gli domanda: "Perdonate il Vostro nemico?", quello con la coscienza più tranquilla del mondo: "Non ho nessun nemico: li ho uccisi tutti".

Ma se il mondo tenta, seppur in un attuale funesto modo, di unirsi, non dobbiamo dimenticare l'importanza della tensione interiore dovuta alla polarità Oriente ed Occidente intese in modo figurato, come nascita e come morte perpetua e continua dell'essere che ci consente di purificarci, elevarci, rigenerarci, essere nuovi, rinnovarci costantemente in un processo interrotto di nuove comprensioni e prese di consapevolezza, se e quando ricercate... Non si può neppure sottovalutare l'importanza di risvegliarsi e scoprire come ci dice splendidamente Ernst Jünger:

"Quando spira il vento, tutto diviene uno strumento musicale. Quando, come proprio ora, il sole splende obbligandoci a chiudere gli occhi, il senso del piacere penetra in noi non nasce soltanto dal profumo e dal calore. Sgorga anche dalle voci degli animali e persino dal moto di quel mondo che noi definiamo inanimato e che comincia a muoversi pieno di gioia. È una grande orchestra, sulla cui intonazione si accordano la sabbia della duna e la ghiaia della spiaggia, e anche il mormorio del canneto ora non più mosso dal vento. L'universo vive." E noi lasciamolo vivere e rispettiamo la vita...

VIDEO. Le vie della Russia - società e mistica nella terra degli Zar. Con Andrea Giumetti e Andrea Virga

 

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