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India, essere gay non è più un reato

India, essere gay non è più un reato

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Decisione storica Corte Suprema, prima fino a 10 anni di prigione

India, essere gay non è più un reato
India, essere gay non è più un reato

 

Lacrime, abbracci, danze, urla di gioia: l'India si è tinta oggi di arcobaleno, nelle città, sui social, dove impazzava l'hashtag #377, nelle feste di strada improvvisate ovunque da gay, lesbiche, bisessuali e transgender. La decisione della Corte Suprema, questa mattina a Delhi, di cancellare la sezione 377 del Codice Penale che puniva l'omosessualità è stata accolta come una svolta storica per I'India. "L'articolo 377 è discriminatorio e viola i principi costituzionali", ha detto Dipak Misra, presidente del collegio dei cinque magistrati dell'Alta Corte che ha steso la storica sentenza. "Criminalizzare l'omosessualità è irrazionale, arbitrario e indifendibile". "Ci sono voluti 18 anni per abrogare una legge che risaliva al 1860, ai tempi dell'impero britannico, e che prevedeva dieci anni di carcere, se non addirittura l'ergastolo, per chi compiva atti omosessuali, considerati contro natura", hanno commentato gli attivisti protagonisti della lunga battaglia giuridica. Già nel 2009 l'Alta Corte si era pronunciata per la cancellazione del reato di omosessualità, ma poi, nel 2013, quella decisione era stata rigettata. "La persistenza del reato portava a continue discriminazioni, a violenze e persecuzioni, spesso anche da parte della polizia".

Lo storico successo si deve in particolare a due associazioni, Naz Foundation, il primo e più vivace collettivo di persone LGBT, transgender e gay, e Voices Against 377, che si batte per i diritti umani: attraverso sei, tra petizioni e ricorsi, hanno costretto la Corte a discutere l'articolo. Tra loro, personaggi in vista, come il danzatore Navtej Jauhar, il giornalista e cantastorie tradizionale Sunil Mehra, la chef Ritu Dalmia, che ha un ristorante in Italia, a Milano, Aman Nath e Keshav Suri, fondatori di una catena di hotel, l'imprenditrice Ayesha Kapur. Tra le reazioni del mondo politico, immediato l'entusiasmo del Partito del Congresso, che ha lanciato un tweet 'letterario' con lo slogan "Orgoglio, non pregiudizio", mentre Sashi Thaoor, noto esponente del Congresso, attendeva la decisione assieme agli attivisti, nel cortile della Corte. Il Bjp, il partito al governo, non si è associato ai festeggiamenti: dal giugno del 2017, però, il governo centrale aveva fatto sapere che non si sarebbe opposto e avrebbe lasciato la decisione alla saggezza della Corte. D'accordo con i giudici supremi anche la RSS, la formazione estremista indù, mentre l'All India Muslim Personal Law Board, che in passato aveva contestato la depenalizzazione dell'omosessualità, si è dichiarata neutrale. Forti invece le reazioni contrariate di numerose associazioni religiose, cattoliche e induiste, che promettono battaglia.

Con un comunicato ufficiale le Nazioni Unite hanno salutato la sentenza. "La violenza, lo stigma e le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale sono una delle forme più gravi di violazione dei diritti umani", si legge nella nota emessa questa mattina. "Vinta la battaglia legale, molti passi ancora saranno da fare sul piano culturale e dell'accettazione sociale", commentava Anand Grove, uno degli avvocati che hanno affiancato le associazioni: "La sentenza dovrà essere diffusa in ogni angolo del paese, soprattutto nelle aree più arretrate culturalmente". "Le nostre vite non cambieranno certo da oggi", confidava, emozionatissimo, un ragazzo tra la folla variopinta fuori dalla Corte, "ma io, da domani, troverò il coraggio di rivelare ai miei genitori che sono gay".

Red
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