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Sab, Lug

Alberoni: "Dallas in tv anticipava il predominio privato sul pubblico"

Cultura
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Il sociologo Francesco Alberoni

 

Trent'anni fa, il 3 maggio del 1991 sulla Cbs, andava in onda negli Usa l'ultima puntata di 'Dallas', la serie tv dei record: 357 episodi trasmessi in 14 anni, dal 1978 al 1991, tradotta e doppiata in 67 lingue diverse per i canali televisivi di oltre 90 nazioni.

Ma perché un tale successo, anche in Italia? "Venivamo da un periodo di grande turbolenza, che poi si sarebbe tradotto nella caduta di Tangentopoli e nel disfacimento della Prima Repubblica - spiega all'AdnKronos il sociologo Francesco Alberoni - E nel frattempo, a livello internazionale, si avviava il processo di globalizzazione con il disfacimento dei confini e della nascita di grandi poteri privati. Emergeva un forte senso di predominanza del privato sul pubblico, della potenza privata di un singolo despota dominante e spietato sul potere istituzionale, che 'Dallas' già incarnava, con il protagonista J.R. come una sorta di novello 'Padrino' più moderno e meno arcaico, ma ugualmente un modello di successo personale".

Quando 'Dallas' era al top degli ascolti e dei gradimenti, già fu oggetto di studio da parte di Alberoni, che sottolineò in un'intervista di allora come la serie tv riportasse in auge il senso della famiglia, "facendo così sparire tutte le altre formazioni sociali moderne: la Chiesa, i partiti, lo Stato: domina solo il clan familiare". Così facendo, 'Dallas' riusciva a interpretare e soddisfare "la nostra volontà di potenza" rappresentando "l'unico sentimento, l'unica meta, l'unica morale, per cui sopravvive solo chi è spietato. Il cattivo riesce sempre a farla franca in 'Dallas', dove una grande famiglia ricca e potente impone la sua legge ma, in compenso, garantisce ricchezza, sicurezza e immunità". Una analisi che "sottoscrivo pienamente anche oggi", conferma Alberoni. "Specie in certi momenti di disfacimento, si guarda a un potere forte, a una figura dominante, non solo nella politica ma anche in economia e nella finanza", conclude il sociologo.

(di Enzo Bonaiuto)