Il grande shock: la pandemia! Eravamo pronti ad affrontarla? Saremo pronti per la prossima?
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Sab, Giu

Il grande shock: la pandemia! Eravamo pronti ad affrontarla? Saremo pronti per la prossima?

Il senso della vita
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Il grande shock: la pandemia! Eravamo pronti ad affrontarla? Saremo pronti per la prossima?
Il grande shock: la pandemia! Eravamo pronti ad affrontarla? Saremo pronti per la prossima?

 

Sono le cinque e un quarto di una mattina dei primi giorni di maggio. Il sole è già forte e abbastanza caldo. La città lentamente si risveglia. Ci si sbriga a terminare il bagaglio da portare via. Un piccolo e leggero zainetto. Una pasticceria e colazione al volo in uno dei primi bar aperti.

Pochi avventori. Una sensazione di tranquillità, di calma... Alla stazione verso le 7. Già i turisti la animano. Si muovono frettolosi tra i binari... Si sale in treno con poca gente. Nessun passeggero è accalcato: Il treno non è stipato e ondeggiando parte.

Il posto di fronte, dopo un po' di tempo, viene occupato da una signora coi capelli corti,sale e pepe, dal volto affusolato e vivace. Sguardo vivo, pungente, allegro. Mi guarda senza fissare. Mi poggia di tanto in tanto lievemente gli occhi addosso. Par voler bussare alla porta. Dopo breve inizia a parlare. E la conversazione prende avvio. A qualche stazione di fermata si vedono studenti riuniti. Si parla intanto del modo di parlare quasi unificato negli accenti. La signora invece si ricorda che nella sua gioventù solo con la distanza di quattro, cinque chilometri si cambiavano intonazioni e modi di parlare... Si giunge poi a mettere in evidenza come il Covid abbia - per alcuni - compromesso un normale interagire, conversare, dare la mano ed abbracciare. Si arriva a destinazione e ci salutiamo.

Salgo su una navetta verso l'aeroporto e di fronte a me un tizio alto, corposo, totalmente pelato, in jeans e t-shirt scura si guarda intorno sorridente. Aiuta un gruppo di stranieri offrendo informazioni preliminari sull'accesso in aeroporto...

In attesa del volo, mi tolgo dalla folla e trovo per caso un posto in un punto appartato e tranquillo. Si liberano gli unici due posti a me vicini e si siedono due signori pensionati, vestiti in modo sportivo. Giunge di fronte a me il tipo che era presente nello Shutle ed inizia a parlare che dal Covid non sopporta più i luoghi ricolmi di gente amorfa, i luoghi troppo affollati. Il giorno prima era sul suo trattorino a ripulire il campo e le sue poche piante di ulivo ed era contento. In vacanza va in barca a vela lontano da tutti e sarebbe intenzionato ad andare a camminare in Irlanda oppure fare il cammino di Santiago, ma con un paio di mesi a disposizione, senza fretta, fermandosi nei paesini, guardandoli, gustando il vino ed i cibi. A quel punto i sue signori accanto a me si presentano! Sono pellegrini ed inizieranno il loro viaggio a Santiago partendo da Porto dopo aver esplorato la cittadina per un paio di giorni. Ci mostrano il loro planning del viaggio e il loro itinerario prevede tre tipi di cammino differenti... È il tempo - però - per me di imbarcarmi e saluto queste persone semplici e cordiali che mi è capitato di incontrare casualmente... Sembrava di essere in un mondo antico...

Il rientro a casa invece avviene in altro modo... Velocemente controllano i documenti ed i biglietti del volo e ci fanno entrare in un box in attesa di imbarcarci. Si presume che l'imbarco sia già iniziato visto le procedure in atto, ma in realtà si trascorre almeno 45 minuti in piedi in un recinto... Vi sono persone anziane, donne in stato interessante e con bimbi piccoli... I posti a sedere sono pochissimi e nessuno si cura che vengano assegnati a persone che ne hanno la priorità... Un signore esclama:"Si vede proprio che oramai non si vale proprio nulla! Non siamo più niente, nessuno si cura, si interessa a noi! È una vergogna lasciare anziani e donne con bambini in queste condizioni". Mentre il Signore parla nessuno lo ascolta e si cura di quanto dice. Molti si sono già seduti per terra. Alcuni bambini camminano a carponi... Saliamo alla fine sul volo. Siamo pronti al decollo, l'aereo si muove, ma subito si blocca. Nel giro di breve tempo il portellone anteriore si riapre. Il pilota scende, parlando al cellulare, in modo sofferente ed agitato... Arriva un tecnico... Due ore a sedere fermi in attesa che il guasto improvviso venga riparato. Inizia la processione verso i servizi igenici, per acquistare l'acqua, i genitori coi bambini si alzano, una signora col marito, con il volto ed il collo paonazzo, vuol scendere e andar via. Prendono i bagagli e si avviano verso la scaletta il pilota parla loro cercando di dissuaderli dal lasciare il volo... Due viaggi assai diversi... Ma da dove emerge chiaramente che la pandemia ha lasciato segni in tutti, molti, tanti. Un evento assai unico di cui non si parla mai o quasi mai eppure tanti sono i problemi emersi... economici, psicologici, tanti allarmismi ne sono derivati.

Il video di oggi è con il Generale in riserva Pier Paolo Lunelli ed il titolo: "Il grande shock: la pandemia! Eravamo pronti ad affrontarla? Saremo pronti per la prossima?" Sì pare che il nostro paese non fosse assolutamente pronto ad affrontare la pandemia nonostante vi fosse un piano che doveva essere studiato ed applicato... Ma saremo pronti per la prossima? Sembra certo o quasi che entro dieci anni ve ne sarà un'altra! Ma l'importante dice il generale è essere preparati in modo dale che l'epidemia non degeneri in pandemia. Troncarla sul nascere per non arrivare a chiudere tutto il paese ed obbligare a un tipo solo di cura. Il video è assai interessante perché focalizza la nostra attenzione su punti nevralgici, sui vecchi e nuovi possibili scenari, si analizzano pure alcune delle problematiche odierne.

Ma leggiamo insieme da un testo: "Angeli e Madonne. Santi, ali e luce nei tabernacoli di Firenze" e così si apprende:

"Il flagello della peste nera. Quando morì un fiorentino su due. La prima metà del Trecento fu uno dei periodi più sfortunati nella storia di Firenze. Nel 1333 l'Arno straripò; quindici anni dopo, nel 1348, una terribile epidemia di peste nera dimezzò - o addirittura ridusse a un quinto, secondo altre stime - la popolazione cittadina. Da centomila che erano alla vigilia, i fiorentini si ritrovarono in cinquantamila e per molti secoli non sarebbero più riusciti a superare la soglia delle centomila unità. Ma la terribile peste nera, chiamata anche "morte nera" o "grande morte", seminò distruzione in tutta Europa dove, tra il 1348 e il 1352 uccise almeno un terzo della popolazione, ovvero quasi 30 milioni di persone.

Le precarie condizioni igieniche del tempo sicuramente contribuirono alla diffusione del morbo che, partito dalla Cina una quindicina di anni prima, si diffuse attraverso le rotte commerciali e si presentò nel Mediterraneo nell'ottobre del 1347, apparendo nei porti di Messina, Il Cairo e Costantinopoli. Colpa di ebrei e streghe o una punizione divina? Ad essere accusati del contagio - secondo le credenze più diffuse dell'epoca- furono streghe ed ebrei, che subirono persecuzioni, sospettati di avvelenare i pozzi e di comportarsi come veri e propri untori. Altri videro invece in questo flagello una punizione divina: si organizzarono gruppi di preghiera, processioni, rituali di flagellazione. San Rocco, patrono degli appestati, divenne uno dei santi più venerati.

Le conseguenze della peste furono così terribili che in alcune città, come Siena, non si trovava nemmeno più nessuno che seppellisse i morti.

A Firenze, il cronista Giovanni Villani, che aveva narrato dell'insorgere dell'epidemia, morì a sua volta di peste lasciando interrotta la "Cronica", continuata poi dal fratello Matteo. I medici ebbero difficoltà ad affrontare il morbo, immaginarono un soffio pestifero, causato dalla sfavorevole disposizione dei pianeti, e non trovarono quasi mai cure adatte, anche perché non riuscirono a capire che la diffusione del contagio era provocata da pulci ed altri insetti. Quando la peste nera scomparve, lasciò un'Europa ben diversa da quella di prima: spopolata e molto mutata nelle proprie abitudini. Il Boccaccio troverà spunto per il "Decameron". In quel periodo i morti vengono ancora seppelliti nelle chiese e quindi, in piena pestilenza, le varie basiliche sono luoghi rischiosi in cui entrare, per paura della contaminazione. Le messe, allora, vengono celebrate all'aperto, nei crocicchi, in corrispondenza di quei tabernacoli che adesso ospitano anche piccoli altari. Una luce in mezzo alle tenebre. Con il passare degli anni i primitivi tabernacoli, spesso scarni ed essenziali, vengono ampliati e arricchiti su iniziativa delle corporazioni artigiane o delle compagnie religiose.

Davanti ai tabernacoli, a partire dal Medioevo e proseguendo nei secoli successivi, si riuniscono gruppi di "laudesi", che alle prime ore della notte intonano inni alla Madonna e accendono le lampade ad olio in segno di devozione, lampade che rimarranno accese tutta la notte. Nel buio dell'epoca, senza lampioni e senza alcun altro tipo di illuminazione, i tabernacoli rappresentano gli unici bagliori su cui il viandante notturno può contare, i punti di riferimento per muoversi lungo le strade oscure e deserte.

Un censimento fatto nel secondo dopoguerra ha calcolato che a Firenze, tra centro e periferia, ci siano stati almeno 1200 tabernacoli, di tutte le forme e dimensioni"...

Passiamo ora ad alcune descrizioni che Ernst Jünger ci ha lasciato delle epidemie tenendo presente queste sue asserzioni:

"Il palazzo del lettore è più duraturo di qualunque altro. Sopravvive ai popoli, alle culture, ai culti e persino alle lingue. Terremoti e guerre non lo toccano, come non lo toccano incendi di biblioteche come quella di Alessandria, mercati, villaggi di fellah, costruzioni come quella di Alessandria, costruzioni come il Colosseo, grattacieli, terre e isole sorgono al suo interno e spariscono come se la pioggia li portasse via. La realtà è resa magica; il sogno diventa realtà. La porta è aperta sul mondo occulto.

Tra i monumenti della città ideale non dovrebbe mancare quello che il lettore ignoto ha dedicato all'autore senza nome segno di gratitudine per il genio che gli venne in aiuto nella sua ricerca di una seconda e più leggera esistenza. A me per lo meno sembra di aver vissuto per lunghi tratti più intensamente nei libri che non in quanto succedeva nel frattempo. Non ero in viaggio tra Lipsia e Halle, ma tra un capitolo e l'altro di un libro. Il tempo era intanto segnato dall'arido battito regolare delle traversine e dei binari, diviso dai pali del telegrafo, il vuoto del mondo tecnico. Era stato così già all'epoca della scuola e fu così anche quando ero soldato - una vita a puntate.

"MALATTIA E TRATTO DEMONIACO"
"Le malattie vanno e vengono; compaiono e scompaiono come le comete, dopo aver causato il male. Così è stato per la malaria, la cui potenza adesso è stata limitata, ma non spezzata [...]

Le grandi epidemie sono simili alle guerre, benché sia difficile stabilirne i limiti nel tempo e nello spazio. Le loro vittime non sono meno numerose, ma restano anonime. Ciò che "non ha nome" indica potenze difficili da riconoscere, difficili da nominare, difficili da sopportare. Tali potenze possono scendere in campo, spesso quasi senza farsi notare, come forze politiche di prima grandezza cui ne' eserciti ne' armi possono opporsi. La malaria ha posto fine a crociate, assedi, a pellegrinaggi a Roma. Cinque imperatori tedeschi morirono a causa sua in Italia. Agli indiani era già nota tremila anni fa come la "regina delle malattie".

La malattia non ha solo sintomi, ma anche una forma. Non ha solo cause e motivi, ma anche un ambito proprio ed un sistema. Può assopirsi totalmente o momentaneamente, senza che vi siano sintomi che ne segnalino la presenza. La malattia non ha diritto al suo nome se non nel momento in cui il malato risponde. Il numero dei protozoi è incalcolabile- molti sono innocui, altri sono pericolosi e altamente pericolosi, altri ancora sono indispensabili e benefici. Ma anche quelli altamente pericolosi non entrano in azione se non quando il fisico li accoglie e da' una risposta. Su questa osservazione sono fondati tanti metodi e prescrizioni, soprattutto ai margini della medicina. Tuttavia, qualunque cosa si intraprenda contro la malattia, tanto sul piano tattico quanto su quello strategico - il malato rimane suo servo o suo padrone. Il successo, ossia il ritorno alla salute, non è il vero risultato di quell'atteggiamento superiore che può essere assunto dal malato di fronte alla sofferenza.

Un tempo si vedevano le grandi epidemie come personificazioni che incombevano minacciose sotto forma di spauracchi, di vecchie, di pallidi cadaveri. Le annunciavano terremoti e comete. L'omino della peste, che veniva dal bosco, portava la morte nera nel cappello.

Non sono sole le malattie in quanto tali a formare un insieme, ma anche la malattia in quanto male che attraversa le epoche. Cambiano solo le modalità e terreno degli attacchi. Nel mondo del lavoro compaiono malattie strettamente legate ai ritmi temporali che logorano cuore e nervi e incrementano gli incidenti. A questo fattore nocivo, si aggiunge la presenza diffusa di elementi tossici. Mentre la peste recede, aumenta l'ammorbamento, contro il quale non ci si può difendere con piena sicurezza - il veleno si nasconde nell'aria, nell'acqua; passa dal terreno agli alimenti. Ci raggiunge come radiazione, come droga, come medicina, e non è ristretto alla materia... con la parola "dolore" indichiamo ora un dato di fatto, ora una esperienza...

Inoltre più la tecnica avanza e vede con gli strumenti esseri sempre più microscopici, più la paura si amplifica... Ma si cessa di scoprire il perturbante che si cela e rimane in incognito nell'avvenimento... Non si analizza più la caratura cosmica di quel che succede, manifesta... tant'è che lo scritto termina con la seguente frase:

"Alla malattia dev'essere connesso qualcosa di specifico, di nascosto nell'intimo della natura, qualcosa per cui la si sia potuta collegare al destino e alla colpa. Nell'igiene questo viene secolarizzato. Krause torna da Calcutta, dove ha preso il vaiolo. Non si era fatto vaccinare - un caso criminale."

Il presente testo è andato alle stampe, nella sua versione originale, in tedesco nel 1978... Possiamo notare come il pensiero di Jünger sia ancora assai attuale...

Siamo andati a recuperare inoltre un vecchio articolo di A. Moravia dell'agosto 1983 apparso su "L'Espresso". Il titolo: "COME VIVERE CON LA BOMBA" colloquio di Alberto Moravia e Ernst Jünger.

Mentre si intensificano le polemiche sull'installazione dei missili a Comiso (1983), due fra i massimi scrittori viventi discutono sulla "questione nucleare" e sul modo di scongiurare la distruzione dell'umanità a seguito a guerre "atomiche".

Alberto Moravia va di proposito a Wilflingen ad intervistare Ernst Jünger. L'articolo è bello per la profondità della tematica affrontata in termini storici e filosofici, ma anche per lo stile con il quale è intessuta la loro architettura logica e per le proposte di risoluzione del pericolo.

Si apre l'articolo con una descrizione poetica dei luoghi dove vive il Maestro, Ernst Jünger e della Sua dimora. È un vivo piacere leggere le pagine così tanto rare al giorno d'oggi, pagine composte di grandi equilibri di concetti e bellezza formale che rendono assai godibile la lettura. È proprio dalla descrizione di Jünger che desideriamo partire anche noi:

"Colpisce subito la sua aria incredibilmente giovanile. Ha ottantotto anni, ma i capelli corti e un po' spettinati gli crescono fin nel mezzo della fronte; ha occhi acuti che possono brillare di ingenua malizia; non alto ma molto ben proporzionato, si tiene dritto con movimenti eleganti forse reminescenti dei dodici anni di vita militare. In una parola sola, e questo non suoni come un'esagerazione: sembra un ragazzino". È questo lo possiamo confermare pure noi dal nostro incontro con Lui avvenuto per i Suoi cento anni. Giovane nella Sua interiorità! Ricolmo di "speranza", di un cuore pulito...

Non abbiamo la possibilità di riportarvi le sette pagine di cui si compone l'intervista. Ci dobbiamo limitare a qualche passaggio che non rendono giustizia alla caratura dell'incontro e al conversare dei due grandi scrittori. Il loro colloquio è avvenuto in lingua francese, tra l'altro.

D.: Quale sarà l'effetto sulla cultura di una fine del mondo "terrena", proposta dall'arma atomica? Avremmo una civiltà "suicida" cioè "nucleare" oppure sparirà qualsiasi traccia di cultura?

R.: Una "cultura del nucleare" è inconcepibile in quanto il progresso materiale può distruggere la cultura, non certo crearla. Esistono certamente relazioni tra le più alte capacità dell'uomo, come l'arte e l'etica, e lo strumento tipo che egli utilizza in quel momento storico. Esso offre loro la cornice o, come dice Heidegger, l'"intelaiatura". Mi sono occupato di questo tema specialmente nello "Zeitmauer", e presumo che proprio questo mio scritto le abbia suggerito l'idea della visita. Nello "Zeitmauer" (Muro del tempo) ho messo in relazione la pietra con la favola, il bronzo con il mito, il ferro con la storia. Definisco il nuovo eone, tempo della radiazione. Se una nuova cultura ne dovesse nascere, essa si dovrebbe presentare attraverso opere d'arte ed un'etica che domino lo strumento.

Accanto alle previsioni tecniche ed alle utopie, conosciamo anche predizioni come quella di Gioacchino da Fiore secondo il quale ai tempi del Padre e del Figlio segue il tempo dello Spirito Santo. A quest'era corrisponderebbe un Terzo Testamento che si annuncerebbe nel Vangelo di Giovanni e nell'Apocalisse. Più o meno nello stesso modo funziona il calendario del mondo astrologico: al simbolo Cristiano del Pesce viene collegato quello dell'Aquario e ad esso, una grande aspirazione spirituale. Non si può disconoscere che nella tecnica l'ispirazione spirituale si accresce, anche se si manifesta innanzi tutto in maniera distruttiva, come astrazione, livellamento, riduzione in cifre. Ne vengono coinvolti i popoli con i loro culti, i ceti sociali, le generazioni, la Terra stessa. Si tratta di passaggi graduali che prescindono dalle conseguenze; il prossimo passo potrebbe essere la spiritualizzazione.
Siamo di fronte ad un campo molto ampio. La spiritualizzazione potrebbe condurre a conseguenze concrete morali dalle quali oggi, con la nostra mentalità attuale, rifugiremmo. [...]

D:. Appare certo che l'umanità cerca istintivamente una via di scampo dalla "trappola atomica". Esistono però due modi per affrontare il problema: quello delle classi dirigenti e quello delle masse. Tra le prime prevale l'idea che la guerra sia un gioco sottoposto, come tutti i giochi, a determinate regole. Una di queste regole sarebbe l'eliminazione degli armamenti atomici, delle armi chimiche e biologiche, eccetera, facendo così della guerra una specie di giostra medievale. Le masse, per contro, auspicano l'abolizione delle armi nucleari per motivi umani, religiosi, politici e culturali.
Quali dei due atteggiamenti preferisce?

R.: Come lei, ritengo impossibile l'abolizione della bomba atomica; certo, sarebbe desiderabile relegarla con gli altri deterrenti chimici e biologici, nell'armadio dei veleni. E sono con lei, bene o male, anche alla seconda eventualità. Non la ritengo affatto improbabile, e del resto esistono precedenti storici: durante il Rinascimento i cavalieri divennero così costosi che i condottieri li mettevano in campo malvolentieri. Li presentavano e, poi, li ritiravano quando l'incontro sembrava loro incerto. Si limitavano a mostrarli. Personalmente preferirei un'epoca in cui non si dovessero affrontare tali problemi. Potrei rinunciare non solo alla bomba atomica, ma anche al fucile. Karl Marx disse una volta: "Sarebbe possibile un'"Iliade" con la polvere da sparo? "Questo è il mio problema.

Qui termina il mio incontro con Ernst Jünger. (A parlare A. Moravia) Non c'è molto da aggiungere al colloquio che, dato il carattere filosofico delle risposte di Jünger, si commenta da se'. Vorrei tuttavia sottolineare l'importanza della riflessione di Jünger sulla differenza tra la faustiana cultura occidentale e quella antica orientale. Jünger sembra pensare che sia possibile mettere dei limiti alla "curiosità" demoniaca di Faust, cioè che la corsa sfrenata verso l'ignoto che caratterizza la cultura occidentale possa venire "fermata" da un accordo planetario che, per esempio, riesca a creare il tabù della guerra. L'umanità ha saputo creare il tabù dell'incesto; perché non potrebbe domani creare quello dell'omicidio organizzato e collettivo? Tutto dipende dagli uomini, par voler dire Jünger, dipende dunque anche dagli uomini se suicidarsi oppure durare."

Naturalmente nella loro conversazione non si tralascia che da superare è la paura della morte e si ricorda che l'immortalità per Ernst Jünger è, non una illusione, ma una certezza. Si cerca anche di non sprofondare nell'omuncolo generato dalla ingegneria genetica.

Ernst Jünger dice:
"Non voglio dunque negare la possibilità di una sintesi conseguente ad un conflitto nucleare planetario, essa tuttavia non sarebbe più di natura storica. Scavalcherebbe il piano dell'ordine storico ed umano, portando a mutazioni di carattere biologico, geologico o demoniaco. La lettura dei profeti si fa attuale".

Forse a questo punto è da non tralasciare la lettura di un testo: "Lettera sull'umanismo" di Martin Heidegger. Dal retro di copertina:

Con questa lettera, scritta nel 1946 in risposta a Jean Beafret che gli chiedeva come fosse possibile "ridare senso alla parola "umanismo", Heidegger sembra aver voluto rispondere, una volta per tutte, alle legioni pensose che nei decenni successivi si sarebbero poste l'interrogativo: dove sono, quali valori? E perché- qualunque cosa essi siano - tendono a subire una immancabile "crisi"? Per porsi tali quesiti, occorre intanto ignorare che l'uso stesso della parola "valore" per disegnare ciò che in Platone poteva essere il bello e il buono è il segnale non di una crisi, ma di uno sprofondamento che ha tolto al pensiero un appoggio sicuro. E Heidegger è stato colui che ha descritto con la massima precisione l'origine ed il manifestarsi di tale sprofondamento. Con questa lettera, che divenne presto - e a ragione - uno dei suoi testi più conosciuti, egli ha voluto orientare il pensiero non già verso l'altisonante e vacuo "umanismo", ma verso quel complesso tessuto di pensieri, procedure, atti che costituisce la tecnica e domina il nostro mondo- e di quell'"umanismo" vanifica ogni nozione, producendone al tempo stesso i nostalgici."

Il testo è assai ricco di preziosi suggerimenti per arricchire il nostro pensiero e riportare a considerare l'essere e la ricerca della sua essenza così come dell'essenza di Dio e del sacro. Ci spinge verso l'origine verso la verità dell'essere la cui dimora è il linguaggio. Una analisi puntuale e dettagliata è quella di Heidegger. Noi concludiamo lo scritto prendendo spunto dai vari testi come segue:

Il santo ha integrato il proprio essere alla sua esistenza! Ha riconosciuto intelligentemente il verbo che già era un riflesso e vibrazione nel suo cuore e lo ha esteso a tutto il suo essere. Ha vissuto la sua conoscenza estatica. L'animale e le piante sono sprovviste di linguaggio pertanto non possono che pensare "provvedere" a se stesse che in modo istintivo, naturale, ma sono prive delle qualità più alte tra le quali il distacco! La riprova è lo specchio. Attualmente l'uomo è colui che specchiandosi riconosce se' e il qualcosa altro da se', ma ancora vi è molta strada da fare. Riconosce la parte esterna, l'involucro, ma ancora non riconosce il suo "essere" e non lo ha ancora sviluppato. La pianta con le sue radici ha un radicamento reale alla terra, l'uomo necessita di un'ancora. Non ha 4 zampe per tanto si muove agilmente sulla terra quando ha raggiunto un assetto di equilibrio psico-fisico. Ogni disfunzione mentale-emotiva si riverbera sulla andatura. Non è un uccello perché è sprovvisto il suo guscio di ali. Ma il suo essere può sganciarsi dal corpo fisico e può volare. L'uomo è rivestito da corpi sottili, eterici, se e quando sviluppa le sue qualità interiori. Le pitture antiche ne erano a conoscenza mettendo in rilievo il corpo eterico con un simbolo convenzionato.... La tecnica attualmente non è gestita in modo saggio e può essere letale all'uomo perché non garantisce più il suo pieno sviluppo. Se la tecnica venisse usata da saggi che riverberano in essa la loro santità potrebbe essere che, un giorno, ogni atomo della terra verrà santificato. "Non è ciò che entra che fa' male, ma ciò che esce"... L'"uomo figlio" ha la possibilità di trasmutare se stesso e ciò con cui viene in contatto con il lavoro su di sè, con la grazia Celeste... Allora ancor più oggi giorno è da pensare e realizzare "l'uomo". Solo così la tecnica può essere amica e non nemica. Ma il lavoro per divenire uomo è lungo, complesso ed i passi della tecnica sono da giganti. Pertanto più che fare oggi giorno ci sarebbe da chiedersi cosa non fare!

La prima risposta sarebbe prendere tempo! Non correre! Centrarsi! Scoprirsi! Vedere dove risiedono l'armonia e la disarmonia. Il santo non necessita di tali prove estreme e neppure realtà. Ma, se tale possibilità prendesse l'avvento, potrebbe servire per coloro che non credono affinché possano sviluppare un nuovo credo e sentire. Una sfida sarebbe la grande conversione, della nostra epoca, della tecnica da strumento di guerra a strumento di pace per unificare il mondo in santità, in pace, bellezza. La realizzazione della Sua natura umana offerta da nostro Signore, con la Sua discesa terrena, a tutta la Terra, all'intero Pianeta... Un sogno... auspicabile...

Pier Paolo Lunelli è un generale dell'esercito in quiescenza. Ha diretto la scuola interforze per la difesa nucleare, biologica e chimica. Ha lavorato per la Nato e ora è tornato nel suo Trentino dove da anni analizza gli errori dell'Italia nella risposta al coronavirus. Si è parlato del piano pandemico, non aggiornato dal 2006...

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