Il sito "il Centro Tirreno.it" utilizza cookie tecnici o assimiliati e cookie di profilazione di terze parti in forma aggregata a scopi pubblicitari e per rendere più agevole la navigazione, garantire la fruizione dei servizi, se vuoi saperne di più leggi l'informativa estesa, se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.
Un corpo tremulo, minuto, consumato dallo scorrere del tempo della vita, un andamento insicuro, incerto, incespicante, traballante in Lei, in quella signora che è stata assai bella ai tempi della giovinezza ed è ancor bella nei modi, nella lucentezza degli occhi, nelle labbra mosse al sorriso, dalla voce affettuosa…
Solo si nota ha paura dello scorrere delle lancette dell’orologio biologico che avanzano… e del presagio che incombe ogni giorno più forte. Mi saluta dicendo contenta: “ Ciao amore, ciao tesoro! Come stai? La mamma, sta bene? Guardo sempre, la sera tardi, verso la vostra finestra e trovo la luce accesa. Mi dona conforto. Mio genero è vicino a voi, ma le finestre sono esposte sull’altra parte della strada. Anche tua mamma non può dormire la notte?” Lei mi ha visto crescere ed io l’ho vista maturare… Nel quartiere ci conosciamo un pò tutti. Nessuno è realmente un estraneo all’altro, un nessuno, un ombra, soprattutto chi si è mosso, andato anche da altre parti, ma mai ha staccato le radici dal luogo che gli ha dato i natali. Si crea pertanto una silente connessione di affetti. Non si sa granché dell’altro, ma il già vedersi è unione d’anime. Rispondo al volto ridente di cui non conosco il nome: “ Mia mamma è nottambula. Di notte il suo metabolismo è attivo: legge, cucina, guarda alcuni programmi che le piacciono su YouTube. Dormirebbe tardi al mattino”.
Ci salutiamo. Mi volto a guardarla camminare, la vorrei sostenere, ma mi freno. Potrei essere invadente e deve usare le forze che ha. Non adagiarsi, forse è meglio….
Da tante finestre vi sono occhi che scrutano all’esterno ed apprendono superficialmente cosa avviene in luogo. Chi con curiosità malevola, chi per vivere di vite altrui… immaginate…
È dicembre un mese ancipite, un mese in cui vi è il giorno più breve dell’anno, ma anche il solstizio d’inverno. Inizia il freddo, gli alberi si spogliano. La neve fiocca talvolta così come lastre di ghiaccio vanno formandosi. La vita non si arresta! Sotto la neve pane, sotto l’acqua fame! Si attende che i semi arrivino a fruttificare. La neve protegge il seme, l’acqua abbondante lo fa precipitare nel fondo della terra e marcire ….
Ed ecco che dicembre lo possiamo considerare un mese epifanico. Partendo dalla sua etimologia: tardo epiphanīa, gr. ἐπιϕάνεια, in origine agg. neutro pl., «(feste) dell’apparizione» e quindi «manifestazione (della divinità)», da ἐπιϕανής «vis. Un mese apportatore di luce nuova, rinata…
Quando la natura par morire, si prepara a nuova nascita, così come – ci auguriamo- la vita umana quando dalla vita naturale germina il seme della vita spirituale. Quando la scintilla dell’anima diviene fuoco interiore ardente per risalire in Alto dopo la caduta nel mondo terreno…
Quest’oggi il Rev. don Curzio Nitoglia continuerà le sue spiegazioni e commenti sempre più specifici su: L’Apocalisse.
Sarà il quarto capitolo, la quarta sezione. il Padre si apre alle domande in merito, si offre a dar maggiori delucidazioni. Se qualcuno avesse il desiderio di porre una domanda è pregato di scrivere a: info(at)eumeswil.net. Saremo felici di inoltrare le domande pervenute al Rev. don Curzio Nitoglia. Le risposte avranno luogo nel video successivo.
Il Reverendo termina il video inviando i migliori auguri di Buon Natale a tutti noi!
Noi invece procederemo con qualche passaggio di Ernst Jünger, tanto per non cambiare, estrapolato da un testo sul mese di: “Dicembre“. Con la speranza di ridare un senso ed un contenuto allo scorrere del tempo sgravandolo dell’accellarazione che subisce ogni giorno di più per una vita vertiginosamente da brivido adrenalinico raramente epifanica. È raro osservare a velocità ardite…., ma le risalite …!
Ernst Jünger DICEMBRE
L’ottobre ha tinto le foglie. Il novembre le ha recise. Il dicembre le ricopre con il suo lenzuolo di lino. Così si succedono il maturare, il morire, la morte. Il dicembre, “luna di rigore”, “luna dei lupi” per gli antichi, rappresenta da sempre un rigido Signore. Con lui incomincia l’inverno anche se, come tutte le stagioni, non arriva secondo il calendario. Arriva prima o dopo le date stabilite da Cesare, si allunga sull’arco di un anno, e anche oltre. Dobbiamo cercarlo nello spazio più che nel tempo. Discende dalle nevi perenni delle montagne sulle quali, persino ai tropici, risiede; domina i deserti polari. Di là avanza, con luci che svaniscono, sulle terre dei lupi e degli orsi. Lo precedono in volo gli uccelli del Nord. Porta con sé, sotto il suo mantello, il gelo, la notte, la morte – anche qualcos’altro, però, qualcosa di più, per colui che sappia rovesciare la stoffa.
Anzitutto la coltre: il sudario che il dicembre stende sulla Terra e che, nelle sue proporzioni, si adegua al grande e al piccolo ritmo di lei – all’avvicendarsi del giorno e della notte, dei venti gelati e dei venti del disgelo, delle epoche dei miti e di quelle glaciali. La parentela di gelo e morte diventa allora visibile anche nello spazio: nel modo in cui egli dorme nei luoghi impervi o contratti, e si dispiega quando la luce si affievolisce fino a svanire. Le forme si fanno più semplici e nette, allora; il disegno si impone sui colori. L’albero di fronte alla nostra finestra si è trasformato nello spazio di una notte; ora esibisce lo scheletro. Vediamo il tronco scuro, vediamo le articolazioni e le giunture della chioma sotto la filigrana sottile della ramaglia coperta di brina. Nel campo sembra che il vuoto abbia succhiato la moltitudine dei colori – così gli abeti si innalzano davanti ai monti bianchi come una nera parete. Il ruscello, il prato alla sua sponda, i monticelli di terriccio sollevati dalla talpa che si è aperta un varco nella neve – tutto appare scarno e denso, come tratteggiato nell’inchiostro di China. La siepe su cui a luglio soffiavano venti azzurri, si è trasformata in un nero recinto, rinchiuso su bianchi terreni. Le forme, spiccando dall’indistinto, acquistano una forza che invita a contare e misurare. Seguono le leggi del regno dei cristalli, la loro ermetica potenza costrittiva che vincola la materia e ne disvela il traforo. Questo tratto geometrico si fa ancora più distinto tra i monti; le linee sono come incise col diamante, dal profilo delle creste e delle vette fino alle tracce della slitta e degli sci.
[…] Certo ogni piacere resta ai margini e ristrettì sono i confini della sicurezza. L’uno e l’altra si percepiscono e godono sulla sottile striscia di un campo che, distesa davanti all’inospitale, gli strappa una porzione di terreno. Il focolare domestico cresce sull’orlo dell’estraneo, come l’ombra sul profilo della luce. Il nostro secolo ha allargato questi confini; l’uomo sverna dove non allignano animali né piante, dove nemmeno le alghe potrebbero resistere. Ma che cos’è cambiato in fondo, ora che sa procurarsi con maggiore velocità e sicurezza le provviste offerte da altre zone e da altre stagioni?
Il dicembre porta con sé anche altro oltre al freddo e notte; ogni anno sfiora la vita come un uccello certo della sua preda. Non è soltanto il mese dell’inverno: è il mese della morte, e come tale lo si è sempre visto. Se a novembre ricordiamo i nostri cari defunti, a dicembre è della stessa morte che prendiamo coscienza, ed essa è più potente delle visioni dei sogni. Dietro al gelo e al buio si celano il freddo della morte e la sua notte. Nelle tempeste invernali, nelle bufere si ode il grido degli spiriti, e dei cacciatori selvaggi; nelle notti rigide i dipartiti si avvicinano piu distintamente che mai. E tutto questo proviene da una grande lontananza, avanguardia di una potenza contro cui non vale cura né trucco. La morte allunga le sue antenne. Ogni precauzione non serve che a spingere il termine un poco più là.
Dietro il timore delle genti che il sole possa non più ritornare si cela una consapevolezza: per ciascuno un giorno si spegnerà, e inizierà un inverno eterno. Quando sfioriamo la mano di un morto ci prende un brivido di cui ogni concepibile freddezza non dà presagio, e ci sfiora un’oscurità confronto alla quale anche la notte più nera non pare che un’ombra. Dove sono rimasti quelli che hanno condiviso le nostre giornate? Invano chiamiamo; non ci sentono. Rivederli è la grande, l’unica speranza, che non si estingue mai.
Cade a dicembre il giorno più corto. La luce è minacciata, perciò la proteggiamo; il mese del rigore è anche il mese del Natale. Sull’abete addobbato le candele risplendono come le stelle sull’albero della vita. La luce illumina più calda e confortevole. Laddove si fa festosa, emana un raggio più intenso del bagliore della primavera, della brace dei giorni d’estate: non e’ soltanto la luce nuova, è l’altra luce. Il giorno più breve è anche quello a partire dal quale si riprende a risalire. È allora che il sole ricomincia il suo corso annuale. Abbiamo superato la notte invernale e speriamo in un nuovo tempo felice. Facciamo doni ai bambini, ai vicini; così come la Grande Stella ci ha fatto di nuovo il dono della vita.
L’altra luce, però, porta in sé una speranza più intensa di quella che ciascun rivolgimento può offrire. In essa è vicinissimo ciò che altrimenti invano cerchiamo, volassimo pure su Sirio: la chiara coscienza di sopravvivere non solo alla notte invernale, ma anche alla notte mortale. La luce che nel cosmo si rinnova e si sostituisce al buio è soltanto un riflesso della luce senza tempo che, nella rivoluzione e nel ritorno dei soli e delle stelle, è da sempre presagita e venerata dalle genti.”
A.T. del mondo di Eumeswil
VIDEO. Apocalisse. Parte quarta. Con Reverendo don Curzio Nitoglia
L'ASSOCIAZIONE #EUMESWIL è un’associazione culturale non-profit, sorta a Firenze e Vienna con lo scopo di studiare e diffondere l’opera, il pensiero e lo stile esistenziale di #ErnstJünger.
L’Associazione si fonda su tre pilastri:
CULTURA - Intesa come coltivazione di sé.
TRADIZIONE - Come l'eredità spirituale dei nostri antenati.
RETTITUDINE - Come modo di essere e non di apparire.