La religiosità in Italia. Mutamenti in corso nel panorama spirituale del nostro Paese
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La religiosità in Italia. Mutamenti in corso nel panorama spirituale del nostro Paese

Il senso della vita
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La religiosità in Italia. Mutamenti in corso nel panorama spirituale del nostro Paese
La religiosità in Italia. Mutamenti in corso nel panorama spirituale del nostro Paese

 

(di Antonella Tommaselli)

È ancor buio! È freddo. L’aria è gelida tanto fredda che gli ingranaggi del cancello esitano a farlo aprire. Il cancello pare muoversi al rallentatore. Un bradipe elettronico. I ciuffi dell’erba sono ghiacciati e paiono dritti, dritti attraverso il gelo che li rapprende di una veste trasparente. I fari delle auto soli notturni. Si guida.

Una sensazione strana si affaccia e pervade l’essere. Si sente il piede sull’accelleratore che preme in maniera moderata. Si recita una preghiera in modo meccanico così come la mente pensa in automatico. Al contempo il navigatore dell’auto dà la direzione prefissata. L’io sonnambulo vuol cambiare strada per raggiungere la meta, ma il navigatore par conoscere un’unica via. Ci si sente non padroni del proprio essere, ma si vedono varie azioni mosse come un automa. Un’auto mossa da un robot umano che è guidato da un navigatore artificiale che improvvisamente dice: la strada è errata. Si trasale! La strada par giusta, ma si ascolta la macchina e si cambia direzione. In realtà il navigatore si è inceppato e questo andare in tilt fa ripercorrere un tratto già fatto. Tutto è freddo, ghiacciato. I sentimenti paiono assenti. Par troppo freddo perché compaiano, emergano. Manca il calore! Il paesaggio è scintillante. Si arriva a destinazione su un poggio. L’alba tinge di rosa acceso le colline sottostanti. Si legge un verso: Vieni ad amare l’Amore. Ci si sente ridestati. La grazia pare essere discesa nel corpo e donargli una vita unitaria.

Oggi Giampiero Comolli ci parlerà nel video realizzato con lui di:

LA RELIGIOSITÀ IN ITALIA. Mutamenti in corso nel panorama spirituale del nostro Paese. L’incontro assume i toni di una conversazione. Il nostro ospite tenta di scattare una fotografia di ciò che sta avvenendo nel nostro Paese. Lo fa in modo più distaccato possibile. E ci riesce assai bene. Vediamo le città, uno spazio esiguo, ricolmo di pluralità di religioni ed etnie destinate a convivere in uno Stato laico. Problema assai grande l’istruzione, la scuola! L’educazione e l’ambiente scolastico. Già solo attraverso questa fotografia vediamo meglio, si può mettere a fuoco e scattare un ulteriore ingrandimento di ciò che avviene sotto il nostro naso e comunemente andiamo ignorando, tralasciando. Lo scatto tralascia il sottobosco che pullula anch’esso di forme alternative di nuovi credo, di proposte spirituali molteplici. Di corsi svariati che aumentano di giorno in giorno. Ognuno offre il proprio elisir di miglior vita interiore. L’offerta è così variegata ed ampia che è ancor più facile perdersi che trovarsi, se in un qualche modo non si è dotati di fiuto, sesto senso e qualche dritta ricevuta fin dalla fanciullezza, qualche buona lettura e tanto buonsenso!

La foto che Giampiero Comolli ci scatta è naturalmente un fotogramma in continuo mutamento. Il luogo preso in esame è l’Italia. È molto interessante fermarsi a considerare quanto ci dice perché quando incontreremo molti, tanti estranei saremo più incoraggiati a chiederci ed incuriosirci da quale cultura, tradizione, credo proviene. Quale è la sua intesa esistenziale.

Giampiero Comolli ci imiterà anche il modo di parlare, di interloquire di molti nostri contemporanei. È importante soffermarsi ad ascoltare attentamente.

Giampiero Comolli si dedica a studi sui mutamenti spirituali che avvengono nella società contemporanea e non solo. È scrittore, saggista, già presidente del Centro Culturale Protestante di Milano. Attualmente collabora con il settimanale protestante “Riforma” e con la rivista culturale “Doppiozero”.

Nel corso del video farà riferimento ad una settimana di preghiera che avverrà nel mese di gennaio 2026: SPUC, vale a dire settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Maggiori delucidazioni possono rintracciarsi in rete.

Se il nostro riconoscere la “via” da seguire diviene sempre più complicato sempre più difficile diviene la nostra esistenza. Ci occupiamo molto della nostra vita esteriore ed assai poco di quella interiore. Spesso, in modo errato e fallace, crediamo, presupponiamo che sia il nostro mondo esteriore, la nostra attività professionale a condurre le nostre vite e poniamo in un secondo, terzo piano la vita spirituale ed interiore. Un malessere ci acchiappa, afferrà in molteplici occasioni…

Muoviamoci a guardare in alcune vite di artisti e le loro opere… Guardiamo più nel dettaglio…

Paul GAUGUIN (1848-1903)
Cesare Brandi

“È impossibile rendersi conto della particolare ‘struttura’ dell’opera e della vita di Gauguin se non si faccia attenzione a due componenti basilari: la prima che Gauguin si mosse verso l’arte, come collezionista e poi come dilettante; la seconda, che la contaminazione verso l’arte rappresentò per lui il primo modo e il migliore di attuare, sul piano intellettuale, quella nostalgia edenica che si riaffaccia, come stimolo inappagato, nei viaggi, nelle fughe, nella ricerca di isole sempre più appartate e selvagge.

Il mito del Paradiso terrestre, così come fu sentito da Gauguin, non si vestiva di un’apparenza mistica e neppure religiosa, ma si rivolgeva in volgare, per così dire, si riportava e confinava sulla terra, sublimandosi nella ricerca di toni puri, intatti, come di una natura vergine, aborigena.

Non v’è dubbio che Gauguin ebbe una conoscenza distinta di queste trasposizioni che continuamente andava facendo sul piano dell’arte come nella vita pratica.

[…] Ma toltosi dalla campana di vetro in cui l’aveva conservato, l’evasione nella pittura non bastò più e occorse l’evasione reale, non mentale, la riconquista terriera del Paradiso nel presente stesso e non più nella memoria. Così in lui il mito edenico si fondeva con quello di un eterno ritorno, che non poteva consistere se non in una eterna partenza. Ancora, verso la fine della vita, nel 1901, avviato verso le isole Marchesi, scriveva a Charles Morice: ‘… faccio un ultimo tentativo: vado ad abitare, il mese prossimo, all’isola di Fatu-Iva, una delle Marchesi, dove ci sono ancora gli antropofagi…’ Di tanto, oramai, aveva bisogno, piuttosto che di angeli , il suo Paradiso terrestre”.

Tra le pitture di Gauguin troviamo il CRISTO GIALLO, AVE MARIA quest’ultima esposta al Metropolitan Museum of Art, New York.

In Bretagna Gauguin era rimasto profondamente colpito dalla devozione dei contadini e aveva eseguito parecchi quadri di soggetto religioso o biblico. Durante il suo soggiorno a Tahiti si sentì ispirato a dipingere un’altra tela religiosa, Ave Maria, dove la scena biblica è ambientata in un paesaggio tropicale.

Nei primi mesi del 1892 Gauguin scriveva ad un amico: “Ho dipinto una tela: un angelo dalle ali gialle indica a due donne tahitiane le figure di Maria e Gesù, pure tahitiani. Nello sfondo tetre montagne e alberi fioriti. Una strada violaceo cupo, è il primo piano smeraldo. Ne sono piuttosto soddisfatto”.

Questo dipinto esprime tutta la tenerezza di una genuina emozione religiosa, fusa con quegli elementi esotici che avevano spinto l’artista nell’isola tropicale: la bellezza delle donne, lo splendore della vegetazione e il misticismo degli indigeni..

Ed ora avventuriamoci da soli ed in silenzio nella pittura e tra i colori di Gauguin… Il nostro viaggio può aver inizio… Senza altri commenti altrui…

Non può mancare a questo punto di puntare gli occhi su altri quadri ed altro artista…

Vincent Van Gogh
LETTERE A THEO

Un epistolario intenso, un ritratto di artista.

Vincent Van Gogh
[Saint-Remy, 18 novembre 1889]

Mio caro Theo,

devo ringraziarti molto dell’ invio di colori che era accompagnato da una stupenda casacca di lana.

Come sei buono con me, e come vorrei fare qualcosa di buono per provarti che vorrei essere meno ingrato. I colori mi sono arrivati al momento giusto, perché quel che avevo portato da Arles è quasi esaurito. Il fatto è che questo mese ho lavorato fra gli uliveti, perché mi avevano fatto arrabbiare con i loro Cristi nell’orto degli ulivi, dove non c’è niente dal vero. Beninteso che non ho intenzione di fare qualcosa tratto dalla Bibbia – l’ho scritto a Bernard e anche a Gauguin, che credevo fosse nostro dovere pensare e non sognare, e che quindi sono rimasto sorpreso, vedendo il loro lavoro, che si lascino andare a una cosa simile. Perché Bernard mi ha mandato le fotografie dei suoi quadri. Quello che hanno, e che sono specie di sogni e di incubi, c’è dell’ erudizione- e si vede che c’è qualcuno che va pazzo per i primitivi – ma francamente i preraffaelliti inglesi facevano cose molto migliori, e poi Puvis e Delacroix erano ancora più sani dei preraffaelliti.

Non che questo mi lasci freddo, ma mi dà un penoso senso di una scivolata invece che di un progresso. E allora per scuotermi da questo, ogni mattina e ogni sera in questi giorni chiari e freddi, ma con un sole bello e schietto, sono andato ad arrabattarmi fra i frutteti, e ne sono risultati 5 quadri da 30, che insieme ai tre studi di uliveti che hai già costituiscono almeno un tentato di affrontare la difficoltà. L’olivo è cangiante come il nostro salice.

Tu sai che i salici sono molto pittoreschi, nonostante sembrino monotoni, e sono gli alberi cui corrisponde il carattere del paese. Ora ciò che il salice è da noi, lo sono con la stessa importanza l’olivo e il cipresso qui. Ciò che ho fatto è un realismo un pò duro e grossolano accanto alle loro astrazioni, ma servirà a dare la nota agreste e saprà di terra. Come mi piacerebbe vedere gli studi dal vero di Gauguin e di Bernard, quest’ultimo mi parla di ritratti – che sono certo mi piacerebbero di più.

Spero di abituarmi al freddo – la mattina ci sono effetti di brina gelata e di nebbia molto interessanti, e poi ho sempre un grande desiderio di fare per le montagne e per i cipressi ciò che ho fatto per gli uliveti. Come è stato raramente dipinto l’olivo e il cipresso, e dal punto di vista della vendita dei quadri, in Inghilterra devono andare, so benissimo ciò che cercano da quelle parti. Checché ne sia, di questo sono quasi sicuro, che in questo modo di tanto in tanto faccio una cosa passabile. Sono sempre più convinto, come del resto ho già detto a Isaäcson, che lavorando assiduamente dal vero senza dirsi preventivamente: ‘Voglio fare questo o quest’altro’, ma lavorando come se si facessero delle scarpe, senza preoccupazioni artistiche, non si farà sempre bene, ma verrà il giorno in cui, anche non pensandoci, si troverà un soggetto di pari valore del lavoro di quelli che ci hanno preceduto. Si impara a conoscere un paese, che in fondo è completamente diverso da come ci è apparso a prima vista.

Ma se al contrario ci si dice: ‘Voglio finire meglio i miei quadri, voglio farli con cura’, è un sacco di idee del genere, le difficoltà del tempo e dei soggetti mutevoli arrivano ad essere insormontabili, e finisco col rassegnarmi dicendomi che sono l’esperienza e il piccolo lavoro di ogni giorno che a lungo andare maturano e permettono di completare un quadro o di farlo più esatto. Perciò il lavoro lento e continuo è la sola strada, e qualsiasi ambizione di far bene è sbagliata. Perciò è meglio rovinare le tele montando sulla breccia ogni mattina, che riuscirle a fare. Per dipingere sarebbe assolutamente necessaria una vita tranquilla e regolata, e con i tempi che corrono che cosa si può fare, quando si vede per esempio Bernard è sempre premuto, premuto, premuto dai suoi genitori. Non può fare come vuole e tanti altri come lui.

Se, diciamo, non dovessi più dipingere, che cosa potrei fare? Eh, bisognerebbe inventare un processo pittorico più veloce, meno costoso di quello all’olio, e ugualmente duraturo. Un quadro… finirà col diventare banale come un discorso, e un pittore un essere in arretrato di un secolo. Eppure è un peccato che sia così. Ora, se i pittori avessero capito meglio Millet come uomo, o come alcuni, quali l’Hermite e Roll, l’hanno affettato, le cose non sarebbe a questo punto. Bisogna lavorare tanto quanto, e con altrettante poche pretese di un contadino, se si vuole durare a lungo.

E sarebbe meglio, piuttosto che fare delle esposizioni grandiose, rivolgersi al popolo e lavorare perché ognuno possa avere a casa propria un quadro o qualche riproduzione che serva di lezione, come l’opera di Millet.

Ho quasi terminato la mia tela, e quando potrai ti prego di mandarmi 10 metri. E ora andrò all’attacco dei cipressi e della montagna. Credo che questo diventerà la parte centrale del lavoro che ho fatto qua e là in Provenza; e allora potremo chiudere il soggiorno qui, quando ci sembrerà opportuno. Il che non è urgente, perché Parigi in fondo mi distrae. Eppure non lo so – dato che non sono pessimista- mi dico sempre che ho ancora in mente di dipingere un giorno un negozio di libri, con tutta la vetrina gialla, rosa, di sera, e con i passanti in nero – è un motivo così moderno. Guarda, sarebbe proprio un soggetto che starebbe bene fra un uliveto e un campo di grano, la seminagione fra i libri, le stampe. E questo ho proprio in mente di farlo come una luce in mezzo alle tenebre. Si, c’è la possibilità di vedere il bello anche a Parigi. Ma insomma i negozi non sono delle lepri e perciò non scappano, e ho intenzione di lavorare ancora qui per un anno, e sarà la cosa più saggia.

Da oltre una quindicina di giorni la mamma deve essere a Leida, ho tardato a mandare i quadri per lei perché aggiungerò a questi anche il campo di grano per i XX.
Tante cose a Jo, è molto brava a continuare a stare bene, grazie ancora una volta dei colori e della casacca di lana, e una forte stretta di mano.

tuo Vincent

Ma dato che nel video si parla di esseri oramai come vagabondi che vagano per le strade, i cammini spirituali… Che cambiano, mutano i sentieri con rapida frequenza oppure camminano con una gamba in una strada ed una in altra chiudiamo questo appuntamento di oggi con alcune riflessioni di Ernst Jünger da vagliare attentamente:

“Ci si incontra ai crocevia. Già da tempo oramai ci si dà appuntamento in questi luoghi. Qui, che lo si osservi oppure no, ogni punto diventa decisivo. I ricordi comuni risalgono fino al cosmo inanimato, e addirittura al di là di esso. Il dolore costituisce la loro soglia, l’attimo di felicità ne segna inizio. Se fossimo qui in presenza di un testo, non ne avremmo letto, prima di questo punto, che pagine sparse.

‘Il cammino e’ più importante della metà‘. Il che non significa che la meta sia irrilevante, ma solo che il cammino non va giudicato in relazione alla meta. Il cammino contiene di più che la meta raggiunta, lo stesso vale per tutto ciò che è solo possibile. Vi è sempre ancora un tratto di terra. Ne derivano le sterili verifiche dei calcoli degli storici ( come la beffa della storia del mondo), quanto il rimpianto del singolo per le occasioni perdute.

Il corso della vita, visto come un’opera d’arte, non ha bisogno di tali verifiche e rettificazioni. Valga in tal senso la massima per cui la valutazione morale non è sufficiente. Essa si affida all’etica pedagogica delle potenze temporali e spirituali e considera il rimorso come elemento autodidattico dell’esistenza. In questa prospettiva la morale è sottomessa alla moda: risente delle epoche e dei climi. L’assoluzione invece, dal momento che riguarda il tutto, è sempre certa e perfetta.

Il cammino costituisce anche un intero, quale che sia il punto in cui lo si considera concluso. Il punto in cui ‘si interrompe’ è forse una espressione più adeguata.

Nell’onda dorme una forza senza nome. Essa si articola nel doppio movimento del ritrarsi e dell’ infrangersi sulla riva: qui essa incontra una resistenza. Le onde radio prendono corpo nei colori e nei suoni, si trasformano in romanzi e in melodie. Esse sono simboli.

La fiaba fa di preferenza al regno animale, la parabola a quello delle piante – il granello di senape, il loto, il fico, il giglio. Tutte queste figure sono imparentate: sono simboli dell’uomo entro il regno vivente. Ritroviamo invece esempi tratti dal mondo inanimato nei proverbi. ‘Tanto va la brocca al pozzo che alla fine si rompe’. ‘La goccia scava la pietra’ Ci si avvicina con ciò al mondo delle fiabe. Il bambino picchia il tavolo contro il quale è andato ad urtare”.

A.T. del mondo di Eumeswil

VIDEO. La religiosità in Italia. Mutamenti in corso nel panorama spirituale del nostro Paese. Con Giampiero Comolli

 

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 L'ASSOCIAZIONE #EUMESWIL​ è un’associazione culturale non-profit, sorta a Firenze e Vienna con lo scopo di studiare e diffondere l’opera, il pensiero e lo stile esistenziale di #ErnstJünger​.

L’Associazione si fonda su tre pilastri:

CULTURA - Intesa come coltivazione di sé.

TRADIZIONE - Come l'eredità spirituale dei nostri antenati.

RETTITUDINE - Come modo di essere e non di apparire.

Visita il Sito: Associazione Eumeswil

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