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Non c’e' piu' religione? Le risposte di un filosofo
(di Antonella Tommaselli)
Riflessione del mondo di Eumeswil
“Lo spirito è vicino! Perché Cristo non mi aiuta dando all’anima mia nobiltà e libertà?…” “La grazia mi ha colpito al cuore. Oh non l’avevo previsto! …” “L’amore divino solamente concede le chiavi della scienza”.
Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno.
Se la scienza investiga e cerca di cogliere, trovare, spiegare Dio ovvero il Mistero dei Misteri pochi si occupano di essere aperti alla scienza di Dio e ancor prima alla Sua sapienza…
Il filosofo, l’amante della sophia ricerca quest’ultima e tenta di spiegare ed interpretare anche il pensiero sacro.
Nel video che Vi presentiamo e segnaliamo oggi a parlarci è proprio un filosofo: Marco Vannini.
Marco Vannini con un impegno di mezzo secolo, ha riportato alla luce le opere di numerosi grandi filosofi e mistici del passato – in primis Meister Eckhart – costringendo così la cultura italiana a riprendere in considerazione il dimenticato rapporto mistica-filosofia. Ha all’attivo numerosi saggi, curatele, articoli.
Il video di oggi che vede come protagonista Marco Vannini si intitola:”Non c’è più religione? Le risposte di un filosofo“. Lo spunto di questo video viene da una recente pubblicazione dove il filosofo viene interrogato da due esperte giornaliste… I dettagli all’interno del video assai ricolmo di argute riflessioni, di spunti di approfondimento e perle di saggezza.
Il video si conclude con l’importanza del buon docente, professore e della lettura di testi profondi che aiutano la coltivazione dell’animo umano sopratutto giovanile e lo tengono lontano dalle banalità, illusioni perpetue e continue della vita,dalle passeggere mode culturali e dall’effimero argomentare con tutti.
Non mancherà Marco Vannini di parlare del rapporto tecnica – religione. A tal riguardo ci viene a mente una riflessione del nostro Jünger solo un’introduzione, un assaggio di alcune sue riflessioni:
“Intanto abbiamo raggiunto uno stadio in cui anche la fisica ci offre dei simboli. Dipende dal fatto che essa viene a colmare le lacune che la scomparsa degli dei ha lasciato dietro di sé. Per far ciò dispone di prove in grado di dimostrare tutto ciò che un tempo faceva l’effetto del miracolo. Va anche osservato che gli stessi miracoli della Bibbia non sono che simboli, dunque qualcosa di più che semplici dati di fatto.
È poco significativo, forse addirittura irritante che Lazzaro sia resuscitato in quanto individuo. La vicenda però fa riferimento, in tutt’altro senso, ad una speranza che riguarda ciascuno e al suo esaurimento nel destino di ogni singolo – come lo slancio per un salto che ci consente di levarci al di là dei monti e delle valli, come lo sguardo che si spinge al di là delle mura della prigione.
Poco importa ora chiedersi se quel risveglio abbia avuto luogo.
Attribuire le grandi imprese della fisica alla meccanica o all’economia sarebbe sottovalutarle. Si tratta qui dì qualcosa di più di semplici fatti. È questo vale soprattutto per il carattere prometeico del Nuovo Mondo e delle sue conquiste, che superano lo spazio e il tempo.
Si deve d’altra parte riconoscere che le sue istituzioni, anche laddove sono apportatrici di benessere, non recano alcuna soddisfazione, ma sono un crescente motivo di inquietudine. Non sono in grado di offrirci ciò che garantivano gli dei. Non si spingono al di là di ciò che è caduco, e neppure mirano a superarlo. In questa prospettiva anche i suoi miracoli non sono altro che simboli – certo significativi in sommo grado se riconosciuti in quanto tale. La rapina commessa nei confronti dell’universo si trasforma in un dono, in un prestito. Nuove preghiere, nuovi misteri”.
Eppure la fede ancora c’è! Non sa dove alimentarsi e crescere. In molti ricercano maestri spirituali, vie e invocano nuove vocazioni e un cristianesimo che conduca verso il misticismo. Verso l’unione con Dio, l’esperienza di Dio. Lo stesso Alan W. Watts scrisse: Il DIO VISIBILE. Cristianesimo e misticismo. Si avverte la penuria, l’assenza di anime infuocate, ardenti che sappiano condurre i singoli al di là della vita spicciola. Fermiamoci però semplicemente a guardare la potenza di un buon libro, mentre in questi giorni si apprende dai quotidiani locali che molti ragazzi abbandonano la scuola perché non più in grado di comprendere l’italiano ed un testo… Siamo di fronte ad una povertà culturale terrificante…Eppure oltre alla scuola una libreria di famiglia quante vite ha salvato e nutrito. Specialmente quelle biblioteche ricolme di libri più o meno vecchi, alcuni con la polvere… Testi di vario argomento, genere! Dalla fiaba, alle religioni, letteratura,poesia, geografia, filosofia… Libri illustrati! E quando ancor si fa fatica a leggere si guardano le pitture e le foto provenienti dai vari mondi! Si apprende dell’arte del giardinaggio, della cucina: quella torta appare così buona che l’acquolina alla bocca non tarda a venire! E le foto degli elefanti, le giraffe che belli gli animali! Voglio esplorare l’Africa! Ma guarda poi l’India! Quell’uomo col turbante e quell’altro col Fez deve essere un turco! Ma poi le filastrocche! Il libro che mi legge la nonna! Il dizionario per apprendere a comprendere i termini che non conosco! Quante parole esistono! A più non posso! E poi i numeri, l’architettura! Le religioni! I filosofi! Ma quanto pensa l’uomo? A quale pensiero mi accosto? Quale pensiero mi corrisponde? Quale pensiero mi conforta e dona risposte ai miei dubbi, alle mie incertezze, alle mie ricerche? Ed ecco quel libro mi attrae, lo prendo in mano! Ho la forte sensazione che mi sarà di aiuto! Lo porto con me! Vediamo dove mi condurrà! Come mi parlerà! Mi farà cambiare il mio linguaggio? Mi aiuterà a vedere il mondo con occhi nuovi oppure in maniera più netta? Aggiungerà una nuova luce alla mia mente? Alle mie idee? Guarda mi ha dato proprio la risposta che stavo cercando…
E così anche per il nostro Ernst Jünger una giornata senza lettura era una giornata persa! Non vi era luogo dove non si recasse senza la compagnia di un libro! Pure nel corso delle” tempeste di acciaio”, nelle retrovie, nelle trincee della prima guerra mondiale lèggeva! E grazie alla lettura ed alla lettura dell’Ariosto ed altri testi in lui vi era ed abitava il cavaliere e cercava di sviluppare tale animo ed emanarlo anche nel testo “La pace” si rivolge ai cavalieri di retto sentire, a coloro che schierati vicino porteranno alta la fiaccola, la luce… E solo quando questo avverrà la pace potra diventare duratura…
Ma ecco Jünger ricordare la scuola. Proprio quando è piccolo alle prese coi primi libri! Si ricorda di sé e si traveste narrando, di altro corpo e nome, poco compiacente con quegli insegnamenti ed insegnati monotoni che istruiscono, ma non educano! Che sono tanto pedanti per i più vispi ed autonomi mentalmente! Per chi da tutto apprende, perché in tutto ed in ogni cosa si cela un insegnamento! I semi del tutto sono ovunque…
“Gli insegnanti delle elementari avevano ricevuto una solida preparazione in seminario. Su quell’educazione si reggevano la loro autocoscienza e la loro autorità. Trasmettere conoscenze robuste era loro proposito e loro dovere. Si attenevamo al principio secondo cui la ripetizione è la madre dell’istruzione. Ovvio che gli scolari intelligenti si annoiassero e, in particolare, detestassero imparare lezioni a memoria e recitarle ad alta voce.
Tuttavia, a scuola è molto più importante essere dotati di memoria che di intelligenza. Ci sono certe nature dal cervello lessicale capaci di immagazzinare qualsiasi testo e poi, a richiesta, di ripeterlo come se lo leggessero su un muro. Ogni sorta di esame e’ poi come una passeggiata per costoro.
Grande importanza ha pure l’attenzione zelante che l’alunno sa riservare al suo maestro. Se, per esempio, viene a sapere quando compie gli anni ( e si è dato da fare per saperlo), non manca di porgergli i suoi auguri, magari gli fa addirittura trovare un fiore sulla cattedra, e si sarà già guadagnato metà del profitto della giornata, nonché assicurato una generosa valutazione. L’insegnante lo guarderà con occhi diversi . Il nonno ne aveva di simili studenti, qualcuno di loro veniva anche a casa. Il nonno impartiva lezioni private.
Sebbene a un Machiavelli virtù del genere manchino, esse esistono e vengono praticate. Da questo punto di vista Wolfram era un pessimo allievo, quasi senza speranza, nonostante tutti gli avvertimenti del babbo e del nonno. Disponeva, comunque, sia di intelligenza sia di memoria, che però, se così si vuol dire, erano tanta l’una quanto l’altra quelle proprie di un palato fino. Recepiva solo ciò che gli riusciva gradito – poi però lo serbava assai bene. Gli restava bene impresso – le piante, per esempio, o gli animali e le pietre, anche insoliti eventi della vita quotidiana e della natura. Il suo pensiero metteva a fuoco non tanto i sistemi, quanto le persone e gli oggetti. Li ordinava, come nel suo panorama, estraendoli da pezzi ritrovati e frantumi. È quello non era il mondo degli adulti, era il suo mondo. Si ricomponeva per lui come il relitto di una nave naufragata e gettata a riva per un Robinson. Era la sua isola; e ne era curioso.
Wolfram lèggeva molto, e appassionatamente; anche questo contribuiva a distrarlo dalla scuola. Come per molti, anche per lui il Robinson fu il primo libro: non lo aveva tanto letto, quanto piuttosto sillabato seguendo il testo con il dito sulla riga.
Un’opera del genere suscita dapprima lo stupore, poi l’attesa. Qualcosa doveva sopraggiungere. Così a Robinson si era presentato Venerdì. Ma Wolfram non si aspettava un Venerdì, bensì Robinson in persona.
D’altra parte, non aveva aspettato Old Shatterhand bensì Winnetou, allorché il padre gli aveva regalato il suo primo Karl May.
Il nonno non vide di buon grado la cosa; per contrappasso, gli diede le Saghe dell’antichità, di Schwab. Per Wolfram non faceva differenza – così come il viaggio degli Argonauti nella Colchide non era diverso per lui da quello di Stanley nel Congo. In un caso come nell’altro, egli partiva per accompagnare la spedizione- viaggiava lungo la strada per la scuola e, una volta arrivato a scuola, continuava a viaggiare in sogno. Di notte lèggeva, e gli insegnanti conoscevano oramai assai bene il suo sguardo assonnato. A tratti però, dovevano riconoscere, egli era assalito da momenti di lucidità. Poteva addirittura stupirli allorché il suo mondo entrava in contatto con il loro”.
Ma chi fu uno dei più importanti insegnanti di Ernst Jünger e cosa insegnava ed in che modo? A Nigromontanus, Jünger dedica pagine magnifiche! Un insegnante atipico! Lo porta a vedere tra le cose ed oltre le cose! Avete presente i dipinti dove il disegno si intravede a seconda della luce e la capacità di mettere a fuoco ed andare oltre lo spettro dei colori? Beh un po’ così! Perché il mondo è rivelazione! Si mostra all’abilità innata e valorizzata a suon di sforzi, fatiche continue del suo ricercatore senza riposo…instancabile, fiducioso, speranzoso, intransigente con se stesso.
Ernst Jünger: qualche passaggio da uno dei suoi testi dove parla di libri, la sua grande passione e si definisce più volte un letterato.
“[…] È probabile che nel circo dell’antica Roma, accanto al cieco furore delle masse, un sentimento di tal natura fosse vivo negli uomini di cultura superiore – il sentimento che l’uomo prova nel vedersi elevato al di sopra della realtà, quando crede di rappresentare il destino. Ma che nei giochi del circo esistesse anche la coscienza di un ignobile e demoniaco godimento, lo dimostra il fatto che le statue degli dei venivano velate.
A volte nelle nostre città s’incontrano nature delle quali ci si figura potrebbero pascersi dei tormenti altrui, e si osserverà sempre che in tali casi si tratta di spiriti legati da vincoli che ne frenano la libertà, siano essi la plebaglia che vegeta in una specie di albeggiante coscienza come in un carcere, oppure uomini dal modo di vita che diremmo asiatico, nei quali permane traccia della sfatta effeminatezza tipica dei bagni a vapore. Quando l’ordine comincia a vacillare, particolarmente durante la cesura tra due epoche storiche, simili forze vengono alla luce uscendo dai loro sotterranei e dai loro angoli, o anche dalla zona della loro privata dissolutezza. Il loro fine è il dispotismo, più o meno intelligente, ma sempre foggiato sul modello del regno animale. Perciò, anche nei loro discorsi e nei loro scritti, tali uomini usano attribuire tratti animaleschi alle vittime che si sforzano di annientare.
A questi impulsi distruttivi si contrappone un atteggiamento che nel suo migliore significato possiamo chiamare benevolenza, e che è in ugual misura un pregio dei potenti come dei semplici. Questa benevolenza è simile a una luce che sola dà il giusto rilievo alla dignità dell’uomo. Essa è strettamente connessa con ciò che in noi è superiore e nobile, ma anche con la nostra libera forza plasmatrice. Per giunta, la benevolenza risale a tempi lontani: è un pregio degli eroi omerici non meno dell’antichissimo potere regale che sulla pubblica piazza rappresentava la giustizia. In quella fase storica, essa rappresenta l’aspetto spirituale del potere il cui fondamento ha buona origine, e il cui simbolo, non è il manto di porpora ma lo scettro d’avorio.
La dove esiste questo libero e chiaro divario tra gli uomini, garantito dalla giusta legge, anche le immagini e le forme si sviluppano senza fatica. Quel divario crea un clima favorevole, nel quale più che in altri la civiltà riesce ad attecchire; da questo punto di vista, alla storia del nostro pianeta piccole città hanno dato maggiore contributo che non vasti imperi in cui innumerevoli milioni di uomini vivevano alla giornata. Un minuscolo orto produce facilmente una messe più ricca che non uno smisurato deserto.
È un buon segno per noi che la nostra memoria orienti la storia secondo queste stelle di prima grandezza. In ciò somigliamo certamente agli astronomi, dediti allo studio della realtà visibile: come soltanto una luce grande e intensa può penetrare le infinite distanze tra i corpi celesti, così soltanto un’alta coscienza sa attraversare i banchi di nebbia del tempo. C’è un grado di chiarore che vince l’azione annebbiante dei secoli – così l’Atene di Pericle splende ai nostri occhi assai più che non l’Atene medievale, di mille anni più vicina a noi, della quale Gregorovius raccolse, per scrivere la storia, i poveri frammenti.
Ma continua sempre a suscitare stupore il fatto che modelli e archetipi si siano mantenuti luminosi oltre i millenni, qualora si pensi alla potenza con cui il deforme e l’informe hanno sempre e ripetutamente tentato di allargare il proprio dominio. In questo senso, l‘Odissea è il grande canto della chiara ragione, l’inno dello spirito umano, il cui cammino attraverso un mondo pieno di orrori elementari e mostri crudeli, superando anche l’opposizione degli dei, procede verso la meta.”
A.T. del mondo di Eumeswil
VIDEO. Non c’è più religione? Le risposte di un filosofo. Con Marco Vannini
L'ASSOCIAZIONE #EUMESWIL è un’associazione culturale non-profit, sorta a Firenze e Vienna con lo scopo di studiare e diffondere l’opera, il pensiero e lo stile esistenziale di #ErnstJünger.
L’Associazione si fonda su tre pilastri:
CULTURA - Intesa come coltivazione di sé.
TRADIZIONE - Come l'eredità spirituale dei nostri antenati.
RETTITUDINE - Come modo di essere e non di apparire.