Shakespeare: La Tempesta e la sua trasposizione autobiografica
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Shakespeare: La Tempesta e la sua trasposizione autobiografica

Il senso della vita
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Shakespeare: La Tempesta e la sua trasposizione autobiografica
Shakespeare: La Tempesta e la sua trasposizione autobiografica

 

(di Antonella Tommaselli)

Una bimba bizzosa urla, strepita, fa i capricci, batte i piedini per terra, agita convulsamente le mani, piange non di dolore, ma senza un reale motivo. Se le viene chiesto cosa ha, non risponde. Guarda trasognata. È agitata senza sapere il perchè. Improvvisamente si placa: di fronte ad un succo di frutta e dei crackers.

Sorride e guarda in modo affettuoso la madre la quale contenta le dice: “Amore”. Tutto è tornato alla normalità. La tempesta è passata! Il sole brilla di nuovo ed il sorriso accompagna la madre e la figlia. Occorre lungo tempo, una crescita psicologica, etica e lunga osservazione prima che l’uomo possa decodificare il suo paesaggio interiore e consentirne una relazione col paesaggio esteriore. Ancor più tempo occorre affinché parti diverse interiori denominate come “io molteplici” possano raggiungere una unità e non vivere in disaccordo ed in modo autonomo tra loro. Occorre ancor più tempo, volontà, affinamento e una chiamata dell’essere – intenzionato ad evolversi – affinché quest’ultimo rinunzi a sé stesso per connettersi, radicarsi e unirsi al principio primo.

A far guida alla crescita interiore e non a quella anagrafica, di un singolo, alla ricerca della propria individualità occorrono tante componenti: la famiglia, esempi viventi, buone intuizioni, predisposizione all’ascolto dell’altro e di sé stessi, pazienza, buona volontà, incontri formativi, sviluppo di capacità critiche, sviluppo della forza d’animo, buoni libri…. Queste sono solo alcune delle scialuppe di salvataggio messe a disposizione dalla Vita per ciascuno di noi.
La tempesta o le tempeste, i naufraghi su isole deserte sono tanti. Lo stesso Shakespeare dedicò un’opera a tale tema che divenne un successo mondiale! In italiano il testo è stato tradotto e pubblicato molteplici volte. Una delle traduzioni è stata dedicata al regista Giorgio Strehler che la utilizzò nella rappresentazione del dramma, messa in scena per il Piccolo Teatro di Milano nell’estate del 1978 (al Teatro Lirico di Milano) e poi nella stagione 1978-1979. Importante e’ il testo di un’opera, ma anche la traduzione scelta per una rappresentazione teatrale che può, se non vagliata attentamente, stravolgere un’opera. Rimane però importante, fondamentale il rapporto che viene a crearsi tra l’autore ed il lettore e la sua opera. Un legame che può influire a cambiare le vicende umane, a plasmarle differentemente a mutare l’immagine del mondo… e quella interiore. Le stesse relazioni possono assumere luminosità e chiaro scuri differenti. Si creano amicizie spirituali e visioni del mondo strutturate a secondo degli studi compiuti e di come ciò che è stato studiato é rimbalzato nel mondo interiore attraverso ciò che abbiamo assorbito e fatto proprio e ciò che è stato respinto. Non mancano a far le differenze le epoche della vita, le vicende storiche e metastoriche che concorrono a compiere l’opera e la creazione umana… un santo diceva: la lettura aiuta la meditazione, pregare con amore, aiuta la contemplazione… Ma ritorniamo alla tempesta e a “La tempesta” di William Shakespeare. Nel video di quest’oggi Lorenzo Gobbi ci presenterà il Suo testo: “L’OPERA AL BLUE. L’isola, il senex e l’anima giovane: rapsodia analitica sulla Tempesta di Shakespeare” (AnimaMundi, 2025), in parte è una trasposizione del testo in chiave autobiografica. I particolari saranno narrati nel video. E’ un’opera alchemica. Un’opera che segna uno sviluppo interiore. “Opera al blu. La Tempesta” è una parabola sul potere, sulla giovinezza e sulla maturità, sulla vecchiaia e sull’opera alchemica, che per Jung esprimeva in immagini le vicende della psiche, ma anche sul male irredimibile, sulla realtà e sul sogno, sulla verità e sulla finzione, sulla presenza dei morti e sulla fisicità della musica. Gobbi mette a confronto il testo di Shakespeare con queste tematiche della riflessione analitica e con la propria esperienza di vita, secondo il metodo dell’analisi biografica a orientamento filosofico, per mostrare la ricchezza di sfaccettature e di significati.

Lorenzo Gobbi: analista biografico a orientamento filosofico e insegnante, ha pubblicato opere di poesia, narrativa e saggistica, oltre a traduzioni di autori contemporanei.

Nel corso del video Lorenzo Gobbi non mancherà di porsi e porci interrogativi significativi a cui merita tentare prestare attenzione e rispondere… Non mancherà di soffermarsi a riflettere sulla gioventù. Spesso i giovani sono messi all’indice. Noi sottolineiamo invece che i giovani possono spesso avvertire l’assenza di un adulto valido ad affiancarli, di modelli ed esempi validi da imitare, di una educazione che li aiuti a tirare fuori la loro interiorità e creatività. Vengono semplicemente istruiti. Apprendono nozioni noiose e stantie per farli diventare robotizzati… Ancor più spesso non vengono responsabilizzati. I genitori non desiderano vederli adulti ed andar via di casa… in alcuni casi è l’adulto che succhia l’energia del giovane non volendo abbandonare lui stesso tale stagione della vita, ma perpetrarla per sempre… si nutre di illusioni… vorrebbe una perenne gioventù non ammettendo di invecchiare, accettando il “grande viaggio”….

Questo libro è un invito a prendere coscienza della parte attiva e contemplativa esistenziale. Ci esorta a camminare attraverso le stagioni della vita. Ci incita a crescere sul piano orizzontale e verticale della vita…

Vi lasciamo ascoltare il video… è assai ricco di contenuti simbolici… Gobbi metterà in risalto una sua propria interpretazione di Prospero, personaggio dell’opera Shakespeariana… merita porci attenzione …

Noi ora viaggiamo per assonanze… nella tempesta di Shakespeare Prospero é il Duca legittimo di Milano, ma rappresenta anche un mago – un negromante … vi è Ariel, spirito dell’aria…, vi è Caliban: schiavo selvaggio e deforme, Iris, Cerere, Giunone, Ninfe, Falciatori, spiriti… Tutte figure sotto il potere di Prospero… influenze che inducono l’uomo al sonno ed alle illusioni….

La fanciullezza del nostro Jünger è stata invece arricchita da presenze particolari che lo hanno aiutato a crescere, lo hanno aiutato a destarsi e muoversi…. Riporteremo alcuni passaggi in cui descrive alcune esperienze personali…

Ernst Jünger:
“E’ un avvenimento bizzarro come la fantasia, simile a una febbre i cui germi sono apportati da lontano, prende possesso della nostra vita e si insedia in essa sempre più profondamente e ardentemente. Alla fine solo l’immaginazione ci pare l’unica realtà e la vita di tutti i giorni un sogno, nella quale ci muoviamo svogliati, come un attore turbato dal suo ruolo. E’ allora venuto il momento in cui il crescente disgusto fa appelllo alla ragione e le pone il compito di cercare una via d’uscita.

Questo era il motivo per cui la parola “fuggire” aveva per me una melodia particolare, giacché non si poteva dire che vi fosse un particolare pericolo che giustificasse la sua applicazione; a parte forse gli insegnanti, i quali mi trattavano come un sonnambulo e le cui lamentele si accumulavano, diventando minacciose nelle ultime settimane.

“Berger, lei dorme, Berger, lei sogna, Berger, lei è nelle nuvole”, era un eterno ritornello. Anche i miei genitori, che vivevano in campagna, avevano già ricevuto qualcuna delle ben note lettere, il cui sgradito contenuto iniziava con le parolle “il vostro figlio Herbert…”

Queste lamentele erano però non tanto la causa quanto la conseguenza della mia decisione; o meglio, le due cose si trovavano in quel rapporto di interazione, che suole accellerare i movimenti scoscesi. Da mesi vivevo in una eccitazione segreta, che in quegli ambienti difficilmente può passare inosservata. Così ero arrivato al punto di non partecipare affatto alle lezioni, sprofondandomi invece in descrizioni di viaggi in Africa, che sfogliavo sotto il banco. Quando mi veniva rivolta una domanda, dovevo superare tutti i mari e quei deserti prima di dare alcun segno di vita. In fondo ero presente solo come rappresentante di un lontano viaggiatore. Mi piaceva anche, simulando un improvviso malore, uscire dalla classe e passeggiare sotto gli alberi del cortile scolastico, lì riflettevo sui particolari del mio piano…

( …) Giacevo nella mia piccola camera quasi riempita dal letto e da due grandi armadi ed ero ancora completamente sveglio. La nonna era venuta a farci visita e sedeva con mia madre in una camera contigua, la cui porta era socchiusa. Dalla larga fessura vedevo il raggio smorzato della lampada coperta dal paralume di seta rossa increspata ed ascoltavo i discorsi delle due donne a proposito d’ogni sorta di preoccupazioni domestiche.

Mentre ero intento ad ascoltare, fui preso da un rumore estraneo, e cioè da un lento tambureggiare, lieve e smorzato, che non risuonava nella camera accanto, bensì vicino al mio letto. Devo dire che la parola sorpresa non è del tutto pertinente, perché dapprima il rumore era tanto flebile da far pensare a granelli di sabbia che cadessero su una pelle di tamburo, ma il suono aumento’ in un lento e penetrante crescendo. Ad ogni modo non fui affatto spaventato; quei suoni sembravano un preludio, tale da modificare l’animo dell’ascoltatore e predisporlo ad un avvertimento eccezionale.

Mi sollevai con cautela, mentre di là la conversazione procedeva tranquilla. Ora mi si rivelò anche l’origine di quegli insoliti suoni: provenivano da una figura seduta sulla sedia, che come sempre si trovava accanto al mio letto, e con stupore vidi che s’era impossessata d’una grande scatola per il tè decorata con ideogrammi cinesi, sul cui coperchio faceva tambureggiare la nocca d’un dito. Questa scatola da te’ mi era ben nota; mio padre l’aveva comprata da un soldato reduce dalla campagna di Cina che diceva d’averla predata durante l’incendio del palazzo imperiale. Era vuota da tempo e in ricordo dell’impareggiabile te’, di cui serbava ancora il profumo, veniva conservata con gli altri oggetti in cima a uno degli armadi.

Il visitatore era alto, di mezza età e dalla corporatura pesante. Il suo volto era brutto e ricordava una di quelle zucche che i bimbi amano intagliare con un coltello spuntato. Eppure i tratti non erano ripugnanti; lo impediva un’espressione di bonaria malinconia. Più tardi, negli anni che seguirono, mi sovvenni talvolta di quel volto allorché in vecchi esemplari preziosi mi capitava di ammirare le incisioni di Tony Johannot.

Avevo appena fissato lo sguardo su quel compagno inatteso, vestito d’un simile abito giallo mal tagliato. che subito avvertii una forte sensazione di superiorità. Era quella specie di superiorità che un marmocchio cittadino, a caccia di scoperte nelle stalle e nei fienili d’una masseria durante le vacanze , potrebbe sentire verso un vecchio bracciante con cui ha attaccato discorso. Del resto il mio visitatore non pareva affatto risentito che durante il vivace dialogo, subito accesosi tra noi, io cercassi apertamente di prenderlo in giro; al contrario, il tratto bonario del suo volto accentuava sempre più ed egli eseguiva i miei lazzi come un contadino che osservi i salti d’un puledro al pascolo. Per la prima volta nella mia vita mi accadeva di superare per intelligenza uno spirito diverso e in fondo più forte, che per di più se ne rallegrava; questo rapporto mi ha sempre commosso.

Il nostro colloquio fu senza dubbio strano e rimpiango di non poterlo ripetere, sebbene ne abbia chiaramente impressa l’intima configurazione. Durante il colloquio io bisbigliavo ed egli mormorava; probabilmente il contenuto potrà sembrare alquanto insignificante, poiché per lo più concerneva ogni genere di suppellettili domestiche. Ci intrattenemmo su oggetti quali si trovano nel solaio, in cantina o in cucina, in breve, su tutto ciò che appartiene al piccolo mondo della casa.

Tutti quegli oggetti naturalmente li conoscevo bene, e mi accorsi presto che anche lo sconosciuto ne possedeva una precisa cognizione. Il vero succo del discorso consisteva nel fatto che il visitatore li interpretava in modo del tutto insolito, conferiva loro qualità straordinarie e remote, sforzandosi visibilmente di ascrivere loro una vita propria, mentre io dovevo correggerlo e spiegargli il vero significato.

Il gioco mi divertiva moltissimo e ogni volta aspettavo ardentemente l’attimo in cui poter dire: “ma il secchio da cucina serve a lavare per terra”, oppure: “ma il seggiolone a braccioli è fatto per sedersi”. Con ciò estorcevo un sorriso persino allo sconosciuto, quasi gli avessi nominato l’inattesa soluzione d’un indovinello. Ciò nonostante rimaneva impermeabile a qualsiasi illuminazione; accettava ogni singola risposta solo per passare subito ad un altro oggetto.

E’ un peccato che proprio la parte più importante di quel colloquio, vale a dire le motivazioni dello sconosciuto, indubbiamente strane, le abbia totalmente dimenticate. Anche nei sogni esiste uno strato che impallidisce rapidamente. Forse si può avere un’idea se si pensa ai giganteschi panorami infernali con cui Hieronymus Bosch ha fatto scuola e in cui un mostruoso arsenale di utensili indiavolati muove contro l’uomo. Ma la differenza era che lo sconosciuto dava agli oggetti una spiegazione del tutto bonaria; attribuiva loro un’esistenza trasognata e greve. Tentò d’introdurmi nella cerchia come nella camera d’un vecchio domestico, di cui un giorno scopriamo con stupore che possiede anche un’esistenza propria.

Tra le molte altra cose parlammo anche dell’arredamento della dispensa e dei due polli che là attendevano d’essere messi in pentola. Già gustavo il banchetto e tanto più m’indispettii che lo sconosciuto li ritenesse pessimi e immangiabili. Mentre stavamo dilungandoci su questo argomento, mi addormantai nell mezzo della conversazione.

Il mattino seguente avevo già scordato il visitatore e non fu il ricordo di lui, bensì la cupidigia infantile a far sì subito dopo aver messo piede in cucina, mi informassi dei polli presso la nostra domestica. Tanto più grande fu il mio stupore quando seppi che durante la notte si erano guastati e che già di buon’ora li avevano gettati via. Infatti li vidi nel secchio della spazzatura, già semicoperti di rifiuti, e quello spettacolo mi causò un senso di disagio. Mi sovvenni subito e in ogni dettaglio dello sconosciuto, il cui presagio s’era dunque avverato, e solo allora fui preso dall’angoscia. Me la svignai in silenzio, facendo uno sforzo simile a quello con cui si cerca di deglutire qualcosa. Un presentimento mi diceva che questa era una faccenda di cui non si doveva parlare ai grandi, che avrei fatto meglio a sopprimere finanche in me stesso come un errore nella stesura d’uno scritto.

La mia buona madre, a cui ne parlai solo molto più tardi, ritenne che nel dormiveglia dovevo forse averla sentita parlare con la nonna anche di quei polli, e considerando l’immaginazione vivace dei bimbi, questa spiegazione mi parve convincente.

Rimane tuttavia singolare la forza d’immaginazione, che ci muove in misura non inferiore alla realtà tangibile, e che estrinsecava nel fatto che l’ospite grigio apparve ancora più d’una volta per un lungo lasso di tempo; ben presto non lo considerai più un’estraneo. Ma devo dire che non l’ho più rivisto con tanta chiarezza.

D’allora in avanti lo incontravo per lo più durante il primo sonno, cioè, sempre nello stesso luogo, in un vecchio edificio spazioso che ricordava in parte un castello, in parte un mulino in rovina. Alcune stanze di quest’edificio erano ancora arredate, altre erano solo in legno marcio, ad esempio un cammino di ronda dal soffitto a cuspide, che percorrevo spesso, costruito con travi umide e verdastre, quali talvolta si vedono in fondo alle botti. Talvolta mi trovavo già nel mezzo di quella costruzione intricata, talaltra avanzavo verso di essa attraversando un passaggio oscuro ricoperto di abeti. Appena raggiungevo il cancello mi si affiancava il compagno e mi restava vicino mentre io, spesso annoiato, ma spesso anche impaurito, percorrevo il labirinto di stanze e corridoi.

Da questi sogni mi svegliavo con disagio e giacevo lungamente immobile nell’oscurità, sforzandomi di richiamare alla memoria il vecchio edificio e di ricostruirlo nell’immaginazione. Ma come per incantesimo, quanto più sforzavo i miei pensieri per rievocarli, tanto più le sue forme e i contorni sfocavano.

Avevo la sensazione che se ciò mi fosse riuscito, avrei dipanato anche la soluzione dei sogni enigmatici, il loro reale significato. Ma a ogni nuova visita le stanze parevano trasformarsi, simili ad architetture d’un mondo ancor fluido e nebuloso tuttora in fase di creazione, oppure si schiudevano in prospettive diverse e solo un vago ricordo mi diceva che già prima d’allora io m’ero trattenuto tra quelle mura. Talvolta avevo anche la sensazione di trovarmi in luoghi del tutto diversi, a scuola per esempio, in viaggio o in un villaggio, finché all’improvviso un segno arcano mi rivelava che mi trovavo nel vecchio castello.

Questo sogno si protrasse per anni, a volte quasi sfocato, per poi intensificarsi con luminosa chiarezza. Nel corso del tempo la figura del mio accompagnatore si faceva sempre più sfumata, tuttavia lo riconobbi ancora allorché mi trovai per l’ultima volta nel desolato edificio. Quest’ultima visita si distinse da tutte le precedenti per il fatto che io lasciai l’edificio, cosa fino allora mai avvenuta.

Uscii nel bosco d’abeti che nel frattempo erano cresciuti a una altezza gigantesca e si ergevano molto discosti gli uni dagli altri. Ogni albero era circondato da una sfera magica. Animato da una forza singolare procedetti a lunghi passi. Mentre nel vecchio castello l’occhio riusciva a decifrare gli oggetti solo entro colori sfocati e come attraverso una nebbia verdastra, qui essi spiccavano con rilievo: lo sguardo trapassava uno spazio quiescente, immobile e irreale. Presto mi resi conto d’essere in possesso di una coscienza acuita. Non solo ero in grado di osservare tutte le ramificazioni delle branche, ogni irregolarità di scorze e cortecce come attraverso una forte lente d’ingrandimento, ma di esaminare il volume generale dello spazio quasi fosse stampato su una cartina geografica.

In tal modo non solo vedevo da terra il paesaggio che attraversavo, ma da una prospettiva di uccello rapace in volo, osservavo anche me stesso in mezzo a questo paesaggio dall’immensa estensione, tale da sembrare ricoprire per intero la terra. E a grande distanza, nella distanza degli anni, vidi un’altra creatura muovermi incontro attraverso quei boschi deserti, velati di liane di bianco verdastro, vidi il nostro cammino come segnato da aghi magnetici. In quell’attimo udii chiaramente il nome Dorotea, tuttavia non lo sentii come una esclamazione, ma lo indovinai da un suono quadruplo che ricordava il rintocco sonoro di due campane d’oro e due d’argento.

La sensazione di gioisa serenità con cui mi destai fu eccezionale. Esisteva pure in quegli anni una specie di stordimento, quasi l’aria fosse inebriante.

Mentre il primo visitatore aveva continuato svanendo nel sogno, Dorotea ne risaltava con sempre maggiore chiarezza. E’ vero che i suoi tratti restavano indefiniti, ma ciò ne aumentava il fascino. Emanava un soffio di gran giovinezza e freschezza silvestre e mi pareva che dalla sua persona partisse uno scoppiettante scintillio d’ambra. Al contrario del grave folletto, ella aveva una intelligenza sprizzante. Provavo per lei una profonda fiducia. Era come se nel corso d’un viaggio periglioso ci si trovasse accanto un compagno d’una tale sicurezza da farci del tutto scordare la minaccia incombente.

A poco a poco riuscii ad avvicinarmi sempre più; lentamente i pensieri risucchiavano nella realtà il canovaccio dei sogni. Tuttavia, nell’attimo in cui voglio descrivere questo ravvicinamento, avverto di brancolare nel buio, come chi voglia descrivere l’uomo nero, di cui s’era pur fatta un’immagine nel terzo anno di vita.

Ricordo solo ancora i dettagli , come ad esempio quello a quattordici anni presi a cacciare appassionatamente le farfalle. A quell’epoca mi capitava spesso di posare gli occhi su una forma nuova di grappoli fiorenti o di corimbi e ogni volta ne restavo sorpreso e profondamente rasserenato, come per intervento d’uno spirito dell’immaginazione feconda. In quegli anni sentivo vicinissima Dorotea e indugiavo ancora per un breve, delizioso istante, prima d’afferrare la preda.

Le farfalle facevano dunque la parte del talismano. Ma non solo esse, la bellezza in generale, indifferentemente dalle forme o dagli oggetti di cui si rivestiva, provocava quest’attrazione. Lo stesso valeva per l’armonia spirituale; leggendo o ascoltando un pensiero ben formulato o un paragone che colpiva nel segno, mi sentivo spesso come sfiorato alle tempie da una mano protesa, mi abituai persino a prendere questa sensazione corporea come paragone, ed accadeva che la comprensione vera e propria m’illuminasse solo a sorpresa avvenuta. Serbai questa facoltà ; più tardi mi aiutò a muovermi nelle biblioteche e gallerie come nei boschi dove si vada in cerca di funghi, oppure, durante una conversazione, a prendere di mira l’interlocutore come un animale che appaia tra l’intricata boscaglia di parole e opinioni.

Ma questo breve, fulmineo contatto non era il solo a unirmi a Dorotea. Avvertivo la sua presenza anche quando mi trovavo nell dubbio, come avveniva qui su questo stradone. Se, come appunto si dava il caso in quell’occasione, mi risolvevo a procedere, allora sapevo che Dorotea lo capiva e ne avvertivo il consenso, quasi mi si comunicasse una scintilla elettrica, o di lontano udissi risuonare un segnale.

Non ero dunque privo di mezzi, poiché Dorotea faceva parte della mia proprietà. La sua immagine onirica si sarebbe rivelata ben più preziosa di quanto potessi supporre.

Ma torniamo alla realtà”…

A.T. del mondo di Eumeswil

VIDEO. Shakespeare: La Tempesta e la sua trasposizione autobiografica. Con Lorenzo Gobbi

 

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