Il giardino monastico come immagine del Paradiso
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Il giardino monastico come immagine del Paradiso

Il senso della vita
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Il giardino monastico come immagine del Paradiso
Il giardino monastico come immagine del Paradiso

 

(di Antonella Tommaselli)

Riflessione del mondo di Eumeswil

Viviamo abbagliati nella falsa luce del “mito del progresso e soprattutto del progresso tecnologico”, così tanto abbagliati, che stiamo perdendo le chiavi per accedere al mondo della trascendenza e della evoluzione spirituale.

Abbiamo depredato la vita del suo simbolismo assiale. Abbiamo perso, in parte, e soprattutto trascurato il vivere i simboli come significati da vivere e rendere vivi, manifesti interiormente per accedere a spazi superiori e a sprazzi di risveglio dell’essere, ma, soprattutto, tralasciamo, addirittura non conosciamo più la strada verso il paradiso… A malapena ne sentiamo la nostalgia e sporadiche persone lo ravvisano in terra. Capita, ma a farlo sono persone rare … assai preziose. Dobbiamo sforzarci di ricordare e fare ogni tentativo possibile per vivere in modo”superiore”, ovvero, quello indicato dalle “Scuole Superiori”… Certo l’interesse è di pochi. Di nicchie circoscritte eppure esistono, sussistono e permango nel tempo nonostante grandi cambiamenti, sconvolgimenti, rivoluzioni.

Il giardino monastico ha vissuto epoche felici divenendo giardino del paradiso, luogo di trascendenza… Il giardino è, nei secoli, divenuto luogo dove l’estetica è stata privilegiata ed ora al giardino, vi è la necessità o la moda, di sostituirlo – quasi – con estese aeree di wildness, soprattutto alle periferie delle città, sugli argini dei fiumi, aree dove il verde ed i fiori sembrano cresce spontaneamente… occorre il ripopolamento delle api, di altri insetti e non solo…
Il video del mondo di Eumeswil di oggi affronta il presente tema:

“Il giardino monastico come immagine del paradiso”.

Nel corso della ripresa si parlerà, a lungo, del giardino nella tradizione benedettina, visto come luogo fisico e metafora di trascendenza in alcune opere letterarie dei secoli IX-XI, ma non solo! Sarà un’ accurata analisi, rilettura, riflessione sul tema indicato, ma al contempo si andranno ad aprire molteplici scenari che scaturiscono proprio dalla spiegazione assai ricca, articolata, variegata e variopinta che nasce e fluisce in modo vivo, nobile e spontaneo dal brillante e competente Francesco Salvestrini. Francesco Salvestrini si interroga e ci interroga non solo come docente, ma anche come uomo. Ci rende partecipi delle sue lunghe ricerche storiografiche, delle sue spedizioni alla ricerca di documenti e antichi volumi. Ci apre anche alle insidie presenti nel suo campo di studio. Con attenzione fra l’altro – ad esempio – ci aiuterà a comprendere la differenza tra monaco e frate, tra monastero e convento, tra luogo sacro e santificato. Scaverà a fondo e nel dettaglio in una miriade di argomenti, ma sempre con un linguaggio comprensibile ed avvolgente, con una voce viva e ben modulata ed articolata.

Francesco Salvestrini: insegna Storia Medievale all’Università di Firenze. Si occupa di storia del monachesimo benedettino, segnatamente vallombrosano, camaldolese e cistercense, con particolare attenzione alla storia delle istituzioni ecclesiastiche, ma ha dedicato lavori anche allo studio del rapporto fra insediamenti umani ed aree boschive e fluviali, alla storia della storiografia e dell’erudizione nella Toscana d’Ancien Régime, alla normativa delle città comunali italiane. Fra le sue monografie si segnala: Libera città su fiume regale. Firenze e l’Arno dall’Antichità al Quattrocento, Firenze, 2005; Disciplina caritatis. Il monachesimo vallombrosano tra medioevo e prima età moderna, Roma, 2008; Il carisma della magnificenza. L’abate vallombrosano Biagio Milanesi e la tradizione benedettina nell’Italia del Rinascimento, Roma, 2017. Studi sulle abbazie storiche e ordini religiosi della Toscana, vol. 6. – (settembre 2020) …

Noi riporteremo alcuni passaggi di Jünger tratti da più di un testo…

Ci sembra – infatti – da doversi ritrovare al più presto, per chi lo desidera ed avverte la necessità interiore, la chiave di accesso al simbolo e a stati superiori di vita… abbandonando il solo mero vivere…e questi passaggi ci sembrano poter far da preludio al paradiso ed alla gioia piena di vivere.

“Che cos’è mancato, dunque – a parte il fatto che ho sentito tale assenza in ogni altra plaga del mondo? E’ mancato, penso, colui che conosce la strada: l’uomo esperto. Mi avrebbe risparmiato molti giri viziosi. L’uomo esperto può farsi avanti come compagno di scuola o compagno d’armi, come zio, insegnante, condottiero, prete, meglio ancora come uno sconosciuto ai margini della società – in ogni caso, come uno legato a te in una sorta di congiura. Non è un guru dell’alta sapienza, ma uno che sa tante cose, che conosce per esperienza la banale pratica della vita. Può essere un fallito – forse un ospite di cui i tuoi genitori diffidavano e contro il quale ti avevano messo in guardia, subodorando che egli non condivideva le loro massime morali e sociali, o che persino le derideva.

[…] Dall’incontro con l’uomo esperto ci si devono attendere suggerimenti la cui efficacia si irradi nella vita pratica. Così come nella società: all’interno della massa, della maggioranza, come ci si comporta con i pochi, e alla fine con il singolo? Da quali segni ci si riconosce? In altre parole, come ci si sceglie, come ci si fa notare, qual è la teoria e la pratica attraverso cui l’incontro si traduce in autentica unione? Qui, a fianco dell’uomo esperto, dovremmo porre un’altra figura: la donna esperta.

Ignoranza e dispregio dei misteri esigono sacrifici inauditi e per lo più segreti. Come sarebbe facile ricondurre molti sulla retta via! Ciò vale anche per la medicina, specialmente per il regno delle droghe e per il loro uso. I grandi arcani sono degradati a sostanze inebrianti e a generi voluttuari. La normale via d’accesso all’ebbrezza conduceva, attraverso il costume di bere tipico dell’ambiente studentesco, non oltre a una sorta di fidelitas la quale produceva danni rilevanti e spesso durevoli. Nietzsche, a ragione, l’ha biasimata, e proprio leggendo i suoi scritti si ha l’impressione che un alito di Eleusi lo abbia sfiorato da vicino…*

Ma quanto vi è di prezioso nella vita ci vien dal caso e il meglio ci è concesso senza nostro merito.

A riportare ogni cosa alla giusta misura era necessaria la spontanea imparzialità di fratello Ottone. Il suo principio fondamentale era di trattare coloro che ci avvicinavano come rari e preziosi esemplari che avvenga di trovare in un viaggio di ricerca. Ed egli denominava volentieri gli uomini gli ottimati, per accennare in tal guisa che ciascuno di essi è partecipe, crescendo in questo mondo, di una innata nobiltà, e ciascuno di essi può quindi apportarci i supremi doni. Egli li considera quali vasi atti a contenere ogni meraviglia e riconosceva in loro, come a persone altissime, diritti principeschi. Veramente io vidi tutti coloro che gli si avvicinavano dispiegarsi, simili a piante che si ridestano dal sonno invernale: non già che divenissero migliori, sibbene divenivano meglio se stesse.

[…] Eravamo venuti all’Eremo con il piano di dedicarci a profondi studi circa le piante, e cominciammo, secondo l’ordine antico nelle cose dello spirito, dagli esercizi del respiro e dall’imporci un regime nella nutrizione. Come tutte le cose di questa terra, anche le piante ci vogliono parlare, ma una mente chiara è necessaria per comprenderne il linguaggio. Seppure nel loro germinare fiorire e sfiorire si nasconda la fallacia , cui niente di ciò che fu creato si sottrae, assai bene però vi si può intuire l’elemento immutevole racchiuso nello scrigno delle apparenze. L’arte di rendere in tal guisa avuto lo sguardo, fratello Ottone diceva comparibile ad una “astrazione del tempo”: e riteneva che la pura astrazione non fosse raggiungibile al di qua della morte.

Dopo che ci fummo stabiliti nell’Eremo notammo che il nostro tema, quasi contro il nostro volere, si andava ampliando. Forse l’aspra aria dell’Eremo della Ruta dava una nuova direzione al pensiero, come la fiamma arde più chiara e vibrante nel puro ossigeno. Dopo qualche settimana, già ci sembrò che le circostanze si fossero mutate, e mutamento intesi dapprima quale una deficienza, poiché il linguaggio usato più non mi soddisfaceva.

Un mattino, mentre guardavo dalla terrazza verso la Marina, quelle sue acque mi apparvero più profonde e luminose, come se per la prima volta le considerassi con mente non turbata. E nello stesso attimo io sentii, pur dolorosamente, che la parola si separava dall’apparenza, alla guisa stessa in cui la corda troppo tesa sull’arco si spezza. Io avevo veduto un brano del velo di Iride, e da quell’ora la parola non mi volle più servire come di consueto.

Ma un nuovo ridestamento avvenne in me in quell’attimo: e similmente al bimbo, cui la luce dall’intimo del suo sguardo si rivolge verso l’esterno e con le mani va tastando e afferrando le cose, io ricercavo parole e immagini per comprendervi il nuovo splendore, che mi abbagliava, delle cose. Non avevo mai prima d’allora saputo che il parlare potesse richiedere un tale tormento, eppure non mi rivolgevo con rimpianto alla vita più spontanea dell’ieri. Se noi ci illudiamo di poter un giorno volare, un salto, anche impacciato, ci è più chiaro che non la sicurezza per la via tracciata; e in tal guisa si chiarisce il senso di vertigine, che di frequente allora mi afferrava.

Avviene facilmente che per le vie ignote si perda l’orientamento: e fu perciò fortuna, che fratello Ottone mi accompagnasse e ch’egli mi fosse cautamente vicino nel nostro progredire. Di frequente, se avevo prescrutata una parola, mi affrettavo, la penna in mano, a scendere presso di lui, e di frequente egli saliva, con uguale annunzio, fino all’erbario. E ci era caro il formare strutture sintattiche, che consideravamo a guisa di modelli; e scrivevamo perciò in brevi metri tre o quattro frasi su di una piccola scheda. In queste importava a noi di afferrare un frammento del mosaico del mondo, come si incastona un brillante nel metallo prezioso. Anche per questi modelli avevamo cominciato dalle piante e proseguivamo a indagare sullo stesso argomento. In tal modo noi descrivemmo le cose e le trasformazioni dal granello di sabbia sino alla scogliera di marmo e dall’attimo fuggevole sino al giro di un anno. La sera riunivamo queste schede e dopo averle lette le bruciavamo nel camino.

Presto intuimmo come la vita stessa ci fosse di aiuto e una nuova certezza divenisse nostra. La parola é regina e maga ad un tempo. Noi seguivamo l’alto esempio di Linneo, che nel caos degli animali e delle piante era entrato col bastone del maresciallo, che per lui era la parola. E più mirabile di tutti i regni, contendibili sempre dalla spada, il suo dominio persiste sopra i prati in fiore e sulle legioni innumerabili degli insetti e dei vermi.

Il presentimento che un ordine é implicito alle cose incitava anche noi, poiché l’uomo sente l’impulso a copiare con il suo debole spirito l’opera della creazione come l’uccello nutre in sé l’istinto di costruire il nido. L’intravedere misura e norma immutabilmente impliciti pur al caso e ai disordini di questa terra era ricchissimo premio alle nostre fatiche. Nell’ascesa noi ci avvicinammo al mistero che la polvere della pianura ci nasconde: fra i monti ad ogni nuovo passo il sembiante ingannevole dell’orizzonte si tramuta e svanisce, ma quando infine siamo giunti abbastanza in alto, dovunque si sia, il puro anello, che è promessa dell’eterno, ci attornia.

Invero un lavoro da principianti e un compitare rimaneva quello che noi così celebravamo; eppure ne proveniva a noi una maggiore serenità, come a ciascuno che non permane all’ambito di ciò che è volgare. Il paese attorno alla Marina andò perdendo quell’alone abbagliante e specioso, ma ne spiccò quindi più limpido, quasi configurato per noi more geometrico. I giorni scorrevamo, come tra sicure sponde, più agili e possenti; e a volte, quando il vento di occidente alitava, noi avevamo il presentimento di una gioia senz’ombra e intera. …

Ernst Jünger

A.T. del mondo di Eumeswil

VIDEO. Il giardino monastico come immagine del Paradiso. Con Francesco Salvestrini

 

Leggi anche: Associazione Eumeswil


 L'ASSOCIAZIONE #EUMESWIL​ è un’associazione culturale non-profit, sorta a Firenze e Vienna con lo scopo di studiare e diffondere l’opera, il pensiero e lo stile esistenziale di #ErnstJünger​.

L’Associazione si fonda su tre pilastri:

CULTURA - Intesa come coltivazione di sé.

TRADIZIONE - Come l'eredità spirituale dei nostri antenati.

RETTITUDINE - Come modo di essere e non di apparire.

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