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Dom, Giu

Verso una cultura pitagorica planetaria. Le intuizioni di William Irwin Thompson

Il senso della vita
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WILLIAM IRWIN THOMPSON (Photo Credit: Kelly Patton)
WILLIAM IRWIN THOMPSON (Photo Credit: Kelly Patton)

 

Soggiorniamo, tutti noi, sul limitare di un baratro. Guardiamo, con gli occhi fissi, un abisso, che ricambia con freddezza il nostro sguardo. «Chi lotta con i mostri – canta in Al di là del bene e del male il profeta del nichilismo Friedrich Nietzsche – deve guardarsi dal non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te». Al Tramonto dell’Occidente di spengleriana memoria, in quello Zwischenreich che gli autori della Rivoluzione Conservatrice hanno sapientemente avvertito e delineato, sulla base del monito nietzschiano, non resta che muovere i passi un po’ più oltre. Lungo i terreni dissestati e caotici di un mondo liquido, ormai gassoso, in cui tutti i segnavia sono sempre più confusi. E andare oltre, oltre ancora. Ultra, trans, oltre, über, post: non è un caso che questi prefissi abbiano raggiunto nel Novecento filosofico – e culturale tutto – un impiego serrato, a tratti iperbolico e parossistico. Il peana del divenire e la volontà di potenza s’imprimono anche nei morfemi della lingua.

Così, ci si chiede, è possibile andare persino oltre la storia, oltre la sua stessa fine? È questa la domanda tremenda che assilla William Irwin Thompson, brillante studioso statunitense, classe 1938 (venuto a mancare recentemente, l’8 novembre 2020), il quale, da figlio delle propaggini più estreme, escatologiche dell’Europa, coglie con travaglio tutta la tragedia impressa nello Zeitgeist a lui coevo.

Di All’orlo della storia, il saggio di Thompson in cui meglio traspare il travaglio sopra evocato, è appena uscita, per i tipi di Iduna, una nuova edizione, a cura dello scrivente. Il sottotitolo di questa versione dell’opera, originariamente pubblicata negli USA nel 1971, è Per una critica della tecnocrazia: già qui si segnala la prospettiva che attraversa come un fil rouge questo testo ricco e composito, che spazia dall’analisi dell’America del Secondo dopoguerra alla futurologia, dalla filosofia della storia alla politologia, dalla sociologia all’esoterismo, sino a lambire elementi di storia delle idee (con un’affinità elettiva, a mio avviso, rispetto a molte linee prospettiche del Realismo Fantastico di Pauwels e Bergier).

È passato quasi mezzo secolo, eppure il saggio di Thompson è ancora di un’attualità disarmante per la sua decostruzione della Zivilisation moderna e per il suo sguardo profetico – tale in quanto foriero di presagi ormai inveratisi e, al contempo, di sguardi su un avvenire ancora assente, ma che tuttora ci interpella con la forza della sua chiamata à rebours dal futuro. E anche in virtù delle acute, ancorché spesso velate e frammentarie, proposte costruttive che attraversano la tessitura della sua brillante e scanzonata prosa. La sua è una cultura vasta, che attinge alle più diverse fonti, al di là di ogni steccato disciplinare e ideologico. Nelle sterminate pubblicazioni di Thompson e nella sua esperienza biografica – segnata da una carriera universitaria straordinariamente rapida e da un altrettanto subitaneo ritiro dal mondo accademico – c’è posto per la letteratura di Joyce, le religioni antiche, l’esoterismo moderno, lo yoga, le riflessioni sull’ambiente e la biologia, la letteratura fantastica, la geometria sacra, la figura di Sri Aurobindo, la teologia di Teilhard de Chardin, l’Ipotesi Gaia di James Lovelock, l’amicizia con David Spangler (una delle figure chiave del movimento New Age), l’esercizio personale e originale della scrittura poetica, l’organizzazione della Lindisfarne Association, un think tank che dal 1972 al 2012 si è occupato di coordinare la ricerca e lo scambio fra intellettuali interessati allo studio e alla promozione di una nuova cultura planetaria.

Thompson, è bene precisarlo, resta comunque uno statunitense. Antimoderno, severo critico dell’utopismo liberale e progressista, l’autore elabora la propria riflessione da un osservatorio privilegiato, dimorando egli, in senso biografico e spirituale, in una nazione giovane sul piano della storia mondiale, su cui non grava il passato – eredità mirabile e al contempo macigno opprimente – della Grande Europa. La sua è una critica che non è toccata dalla Finis Austriae, forse la vampata di Bellezza più potente della modernità, quella che solo è capace di eruttare un vulcano tragicamente imploso. Thompson guarda così alla crisi dell’Occidente in una prospettiva “altra”, eppure complementare, rispetto a quella consacrata dalla tradizione antimoderna europea: meno metafisica, più sociologicamente accurata; meno salda su un piano speculativo, più pragmatica e attenta all’esperienza individuale concreta; poco organica nella ricostruzione globale e genealogica dello status quo, molto acuta nel riconoscimento dell’avvenire negli interstizi del presente.

Al centro del ciclone del Moderno, Thompson non rifiuta nulla, senza indulgere in qualsivoglia –ismo od ortodossia: tutto sperimenta, tutto osserva incuriosito e affascinato, tutto (molto, perlomeno) critica e decostruisce, animato da una occidentalissima curiositas. Il saggio di questo studioso, dotato «della mente di uno scoliasta e dell’immaginazione di un William Blake» (l’elogio è di Christopher Lehmann-Haupt) è dunque un mosaico attorno alla coscienza storica occidentale e alla consapevolezza del destino, in essa inscritto, del Grande Incontro con quanto si staglia al di là della storia, Al muro del tempo, per dirla con Ernst Jünger. Un invito a ripensare i fondamenti stessi della modernità. In questa metanoia – vero “rivolgimento di cuore” – Thompson si fa carico di un compito arduo, aperto all’azzardo e all’errore (tipico dell’errare, d’altronde): riconoscere nel suo presente le costanti del passato e i germi del futuro. Al centro di una intellettuale gigantomachia individua così numerosi snodi che ipotizza possano inverarsi nel futuro post-industriale e post-nichilista. E, al contempo, invita il lettore a rimanere ben saldo nella sua posizione, nel parossismo della contraddizione moderna, vivendola pienamente, sperimentando la crisi per muoversi al di là di essa. Una postura tanto coraggiosa quanto (in)attuale.

Significativa è la disamina e decostruzione del paradigma liberal-progressista. Le intuizioni di Thompson appaiono oggi a tratti incomplete sul piano politologico e, in certi aspetti, un po’ datate rispetto al modello neoliberista tecno-finanziario proprio dell’odierno «capitalismo della sorveglianza» (Shoshana Zuboff). Eppure, numerose intuizioni da lui formulate si sono rivelate profetiche, proprio riguardo all’ingegneria sociale e alla tecnocrazia, e risultano di particolare pregnanza nella misura in cui sono state formulate da un professore di Humanities del celebre M.I.T. Thompson era ben consapevole, come notò in American Replacement of Nature (Doubleday, New York 1991), dei pericoli della mondializzazione liberale: «Il ruolo critico dell’America nella planetarizzazione dell’umanità sembra quello di un enzima catalitico che distrugge tutte le culture tradizionali del mondo, siano esse asiatiche, islamiche o europee. Con Disneyland a Parigi e Tokyo, gli Stati Uniti procedono con successo nella dissoluzione di tutte le culture del mondo». Comprendeva anche le contraddizioni insite nella “visione del mondo” liberale, fondata sulla libertà individuale illimitata, una prospettiva materialista e immanentista, un assetto economico liberista e capitalista, un sobrio edonismo piccolo-borghese dal fondamento protestante. «I liberali sono per la ragione e la libertà d’espressione – nota l’autore –; ma sono anche per il social engineering (ingegneria sociale) e per la terapia comportamentistica che dovrebbe adattare l’individuo alla società tecnologica. La loro visione è quella di un vuoto cosmico nobilitato dalla presenza di tanti professori liberali» (p. 198). Pragmatismo nichilista in veste tecnocratica, insomma.

Stando a Thompson, tuttavia, il liberalismo sta ormai dando molteplici segni di debolezza. Non è più capace di porsi come “immagine-guida”, non riesce ad appassionare le nuove generazioni statunitensi, che all’epoca della stesura del saggio erano state sbalzate nel mondo hippies, trovando in esso una parziale, seppur miope e in fin dei conti insoddisfacente, prospettiva alternativa: i loro guru le spingevano al rifiuto dei culti laici delle megalopoli e dell’industrializzazione, alla ricerca, on the road, di oasi di senso nel deserto della modernità.

Merito del saggio è proprio quello di riconoscere l’ “atmosfera di famiglia” che caratterizza i fenomeni citati – e di molti altri di cui Thompson ricostruisce con acume la fenomenologia – e collocarli nella medesima Weltanschauung liberale, modernista, razionalista e occidentalista.

All’orlo della storia si scorge l’intera crisi della modernità razionalista e progressista: incede, oggi, l’indifferenziazione della postmodernità. Qui la tensione teleologica verso il Paradiso terrestre si disgrega nella pluralità simultanea del virtuale, nella delocalizzazione ontologica in cui il non-senso e il senso supremo vengono a coincidere. Si attua così una paradossale riscoperta di quel presente di cui si diceva, che viene negato nella sua profondità assiale ma rivalorizzato come porzione storica condivisa dalla singola comunità neo-tribale di appartenenza: «Si vive – spiega Thompson – in ghetti generazionali» (p. 40), segmenti temporali discontinui, privi di trasmissione verticale (con il passato) e orizzontale (con le altre comunità di appartenenza).

In questa condizione, la lettura di Thompson ci invita a seppellire le moderne ideologie, ormai cadaveriche, e a fronteggiare – o almeno a tentare di comprendere – gli assetti del nuovo millennio. Se pure il prototipo progressista, «l’ingegnere, sia egli capitalista o comunista, è stato addestrato al successo, non al fallimento, e continuerà ad agire e a comportarsi come gli è stato inculcato», non tutto è perduto: «Poiché ogni epoca è il rovescio della precedente», Thompson intende «sperare che sulle ceneri della vecchia tecnologia possa sorgere una nuova scienza whiteheadiana» (p. 115). La soluzione, insomma, non è il neo-luddismo, ma il superamento della cecità scientista in un nuovo paradigma capace di conciliare il soddisfacimento della natura verticale e multidimensionale dell’uomo con lo sviluppo tecnologico. L’alternativa, insomma, è una comunità che non rinunci alla storia, ma torni a vedere nell’avventura temporale di una civiltà la rifrazione di quanto viene da quella dimensione enigmatica e sovrasensibile che si colloca al di là di essa. Non vi sono, e Thompson non le propone, ricette programmatiche per tale paradigma, quasi fosse conseguibile mediante un meccanismo tecnico-razionale. Proprio qui, in questa modalità di pensiero, è riposto il male della distopia modernista. Molti spunti, tuttavia, sono evocati dall’autore – a noi spetta il compito di meditarli e attivamente rielaborarli. Contro il pragmatismo nichilista delle tecnocrazie, verso il «trionfo di una nuova sensibilità religiosa in una cultura pitagorica, planetaria».

Luca Siniscalco

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