La folle saggezza di Eros
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La folle saggezza di Eros

Il senso della vita
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La folle saggezza di Eros
La folle saggezza di Eros

 

(di Antonella Tommaselli)

Riflessione di Eumeswill

Più l’attenzione è desta e più ci si sorprende dei grandi richiami rappresi nel mondo delle forme della natura a simboli potenti. Tra i tanti simboli un forte richiamo è quello che emerge dalla forma del cuore: lo ritroviamo impresso in numerose tipologie di foglie. Più l’attenzione si accresce più lo vediamo.

Non mancano le gocce d’acqua ad aver forma di cuore così come le pietre! Si può arrivare ad avere una collezione di cuori di pietra, cuori abbozzati, cuori piccoli e grandi, di tanti colori e scanalature. Cosa rende un cuore vitale? Una persona di cuore? Questa è una domanda da un milione di euro… Eppure un cuore è vivo quando è intriso di vita! Ma quale vita? Una vita meccanica od una vita cosciente ed allineata con una coscienza cosmica,una intelligenza divina? Forse il grado di coscienza e consapevolezza trasmuta il cuore! Il grado di apertura al mondo impercettibile ed invisibile. Una grande sensibilità esercitata con grandi sacrifici …il più grande sacrificio donare la propria esistenza per gli altri affinché possano allinearsi ad un principio vitale superiore. Chi lo dice questo? La tradizione! Cos’è la tradizione? L’eredità spirituale dei propri antenati.

Soffermiamoci sul termine tradizione e le implicazioni che questo termine adempie sulle nostre vite.

Il filosofo e storico Gianni Vannoni in più opere si sofferma a parlarci di tradizione per tentare di farci addentrare nel termine con la nostra esistenza, esperienza di vita. In uno dei molteplici passaggi così si esprime:

“Dal bisogno nasce la società. La sua tripartizione tradizionale è una struttura gerarchica, modellata sulla scala di bisogni. Ai bisogni fisiologici provvede la casta dei produttori, ai bisogni di sicurezza ed appartenenza la casta dei guerrieri, ai bisogni superiori la casta dei filosofi. La descrizione platonica della politeia non è un’utopia ideologica, ma il retaggio di una memoria ancestrale. Nella società moderna la tripartizione tradizionale sembra utopistica, a causa del prevalere del capitalismo e dell’industrializzazione. In questo senso si può constatare una involuzione storica delle caste, poiché coloro che lavorano per il soddisfacimento dei bisogni fisiologici costituiscono lo strato dominante, mentre le funzioni sociali superiori si sono atrofizzate”.

Lo si nota benissimo analizzando le problematiche e le prospettive attraverso le quali vengono ricercate soluzioni ai vari scompigli che emergono in maniera drammatica e raccapricciante di momento in momenti tanto che neppure i giovani riescono a star bene ed essere contenti e sereni anzi sono tra i primi che avvertono un disagio. Lo dimostrano il numero di tentato suicidio in giovane età ed il numero di ragazzi ricoverati in ospedale psichiatrici o meglio in ospedali pediatrici in reparti psichiatrici per problemi neurologici.

Ed ecco ancora il cuore! Un cuore giovane dotato di una scintilla divina che non riesce più a risplendere ed a crescere!

Le arti, la religione, la filosofia riportano ancora alla trascendenza?

Sì perché la tradizione, come trasmissione del linguaggio, presiede al funzionamento del centro intellettuale in ogni individuo. Il bambino apprende il linguaggio dalla madre, non può inventarselo da solo; e se si risale fino al primo uomo, bisogna ammettere che il linguaggio gli sia stato trasmesso da Dio; esso infatti non può nascere da un accordo, da una convinzione arbitraria, perché è la condizione preliminare del pensiero. Il linguaggio non è fatto solo con gli organi di fonazione, ma con l’intelletto; esso è l’espressione, sonora oppure scritta, delle idee, ma le idee che formuliamo mentalmente sono già una verbalizzazione, per quanto tacita e priva di segno, e quindi lo presuppongono. Se il signor Mario Rossi pensa che domani andrà a pescare, egli parla a se stesso; le sue idee sono formulate in parole e se non possedesse già il linguaggio non potrebbe pensare né “domani andrò a pescare”, né qualsivoglia altra idea. Mentre l’uomo può in certi casi parlare senza esprimere delle idee, non può in nessun caso avere delle idee senza parlare mentalmente. Raccontare ad esempio che gli uomini hanno ricevuto le rune da Odino, significa appunto rivelare questa verità, che il linguaggio proviene da Dio. Si può qui riconoscere la tradizione primordiale, che poi si ramifica nelle tradizioni storiche e particolari.

L’uomo è cosciente quando si auto conosce. L’autorealizzazione è un’acquisizione continua, non si può essere autorealizzati una volta per tutte. Allo stesso modo la tradizione è una linea in movimento, non può fermarsi in un punto e divenire un segmento del passato. Certo la linea può spezzarsi allora si ha la fine di un mondo, o di una civiltà, e poi si rincomincia, si riprende da capo in una spirale incessante. Si avvolti, i più fortunati, in una spirale crescente…. Ritornare alla casa natale che ci ha donato la vita… L’amore ci ha partorito. Sottrarre la vita all’amore, sogno di molti titani, vuol dire privare l’esistenza dell’accensione del fuoco sacro, della scintilla divina, impressa in ogni cuore!

Grande compito di chi scrive, di chi presiede ai culti ed alle arti accendere e far ardere il fuoco sacro che innalza la vita nei suoi contenuti più nobili.

Il video che vi proponiamo oggi si intitola: “La folle saggezza di Eros” da dio greco con la sua forza estatica attraverso un Socrate ormai platonico, Eros diviene ragion d’essere della cultura rinascimentale. Quale forza in grado di sconvolgere l’uomo, nel fargli superare i suoi limiti lo conduce verso la sapienza divina, o, verso la propria disgregazione, dal momento in cui, offrendosi all’altro l’io, in un amore totale annienta se stesso. A meno che l’alterità sia la stessa vita che, rispondendo a questo amore, offre se stessa in infinite ripetizioni.

A parlacene Luciano Arcella: già docente di Storia delle Religioni presso l’Università dell’Aquila con incarichi di docenza presso la Scuola di Comunicazione dell’Università Federale di Rio de Janeiro e presso la Facoltà di Filosofia dell’Università del Valle di Santiago de Cali. I suoi diversi campi di interesse, dai sincretismi religiosi afro-brasiliani al mondo antico, alla moderna filosofia tedesca, trovano omogeneità in una metodologia storico-comparativa erede della Kultur Geschichte o Kultur Philosophie spengleriana e della metodologia della Scuola di Roma di Dario Sabbatucci. Fra le sue opere, Rio macumba, Roma, 1980 e 1996; Rio d’Africa, Roma, 1998; Oltre la storia. Nietzsche, Milano 2003 e 2007

Nel corso dell’ ascolto del video avvertiremo che Luciano Arcella è anche scrittore teatrale. Sembra infatti voler spiazzare l’ascoltatore e portarlo a vivere in più luoghi al contempo. Sembra divertirsi a proiettare impressioni e modalità di ricerche autonome più che affermare le proprie idee… Rompere schemi preconfezionati… Per giungere a conclusioni autonome… Libere anche da pregiudizi…

Le parole si innalzano quando divengono canto e sono accompagnate da note musicali

Così Lucio Battisti canto’:

Il Mio Canto Libero
In un mondo che
Non ci vuole più
Il mio canto libero sei tu
E l’immensità
Si apre intorno a noi
Al di là del limite degli occhi tuoi

Nasce il sentimento
Nasce in mezzo al pianto
E s’innalza altissimo e va

E vola sulle accuse della gente
A tutti i suoi retaggi indifferente
Sorretto da un anelito d’amore
Di vero amore

In un mondo che (pietre, un giorno case)
Prigioniero è (ricoperte dalle rose selvatiche)
Respiriamo liberi io e te (rivivono, ci chiamano)
E la verità (boschi abbandonati)
Si offre nuda a noi (e perciò sopravvissuti, vergini)
E limpida è l’immagine (si aprono)
Ormai (ci abbracciano)

Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime
In noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore

Di vero amore
E riscopro te

Dolce compagna che
Non sai domandare ma sai
Che ovunque andrai
Al fianco tuo mi avrai
Se tu lo vuoi

Pietre un giorno case
Ricoperte dalle rose selvatiche
Rivivono
Ci chiamano
Boschi abbandonati
E perciò sopravvissuti vergini
Si aprono
Ci abbracciano

In un mondo che
Prigioniero è
Respiriamo liberi
Io e te
E la verità
Si offre nuda a noi
E limpida è l’immagine
Ormai

Nuove sensazioni
Giovani emozioni
Si esprimono purissime
In noi
La veste dei fantasmi del passato
Cadendo lascia il quadro immacolato
E s’alza un vento tiepido d’amore
Di vero amore
E riscopro te

Ed Ernst Jünger scrisse movendosi in aperture, squarci di coscienza:

SCETTICISMO DELL’EVIDENZA
Steglitz
Oltre allo scetticismo teoretico dei filosofi ne esiste uno più pericoloso, uno scetticismo dell’evidenza immediata. E’ un tipo di visione che si allontana di molto dalla norma, e forse è più possibile soltanto perché la natura non taglia sempre su misura e con netta precisione i vestiti che getta addosso la vita. Resta così nelle cuciture una quantità di ingrossamenti superflui. Superfluo è per esempio, che il pesce, dopo che la cuoca lo ha sgozzato e sventrato, compia ancora dei salti in padella arroventata. Così pure, in situazioni in cui forse preferiremmo svenire, quali il precipitare in una voragine, abbiamo ancora superflue percezioni e sensazioni.

Quel che di certo è superfluo e doloroso per la nostra vita naturale può diventare straordinariamente istruttivo nella realtà spirituale. Esiste anche un tale grado di stupore da soppiantare il timore – in tale condizione si solleva dolcemente un velo sottile che copre quasi sempre il mondo. Si dice, anzi, che al centro del ciclone regni una calma completa, in cui cade ogni forza di vento. In quella zona finiamo per vedere le cose immote, più luminose e più intellegibili che altrove. In simili punti si aprono allo sguardo visioni altrimenti vietate, poiché l’eccessiva realtà somiglia a uno specchio in cui si rivela anche ciò che è illusorio.

Mi sembra che anche durante la guerra, subito dopo l’espugnazione della prima trincea, dilagasse una calma di tale natura. Dopo l’uragano delle artiglierie, dopo l’assalto, dopo la lotta corpo a corpo, tutto rifluiva e ristagnava. Al fuorioso strepitio della battaglia, già cresciuto fino a un limite impressionante, subentrava un improvviso silenzio. Con l’annientamento dell’avversario, la contesa realizzava l’adempimento dei propri assunti, ma anche la propria estinzione, e il campo di battaglia somigliava per qualche tempo ad un formicaio la cui agitazione si trasformi in impietrita immobilità in forza di un assurdo incantesimo.

Ognuno se ne stava inerte come uno spettatore dinanzi ai cui occhi si fosse acceso un gigantesco fuoco d’artificio, ma nello stesso tempo anche come il personaggio di un dramma il quale recitasse sulla scena il compimento di azioni spaventose.

Poi l’occhio cominciava a percepire i monotoni lamenti dei feriti; era come se un’unica immane esplosione avesse colpito tutti contemporaneamente. Quei lamenti, in cui si esprimeva la stupefatta sofferenza della creatura, erano in certo qual modo la tardiva protesta della vita contro l’ancora fumante macchinario della storia, che era passato con le sue ruote, senza riguardo, su carne e sangue.

Di simili istanti ho un ricordo così vivo, che ho ancora l’impressione di sentire l’odore della polvere che ristagnava ed esalava lentamente dal terreno arato e sconvolto dai proiettili. Quel terreno era come una bizzarra proiezione esterna dello scompiglio che era scritto sui volti – quasi che dietro le fiammeggianti decorazioni di un teatro, scomparse come per colpo di bacchetta magica, fosse apparsa la strabiliante soluzione di un enigma indagato per lungo tempo. Dinanzi all’occhio interno, spossato e finito, si accendeva il colore completamentare di un’ardente e balenante illusione nutrita di sogni ovattati e di passione con venature di follia.

Che il mondo sia un gigantesco manicomio, ma che dietro la pazzia vi sia metodo e forse volontà malvagia – che si prenda parte, come comparse di un secondo piano, a uno spettacolo improvvisato ma guidato da una regia a livello alto, senza alcuna idea d’insieme e prendendone coscienza solo all’ultimo momento restandone impietriti – che si sia prestato servizio, nel senso prussiano della parola e nel più alto significato del termine, ebbene, tutto questo è intuito con distrazione, in un misto di spossatezza e di perspicacia, con un fiuto reso più sagace della vicinanza della morte.

Forse il mondo aveva esagerato nell’ornarsi dei colori rossi e gialli del fuoco; ed ecco che ora spiccava nella scena il suo scheletro di nere travature. Ma un lieto sentimento, come una spada lucida, rigava quel nero. Era un sentimento simile a quello con cui, destandosi, si esce da un sogno confuso e tormentoso.

Non era forse come se lo spirito del mondo avesse smosso i propri veli con un pò più di veemenza, con un pò più di fretta, si da permettere alla realtà velata di mostrarsi per un istante sotto i sensi ottusi? Quando il mondo va in pezzi, si creano fenditure attraverso cui si rivelano i segreti dell’architettura che di solito ci sono occulti. Mi pareva, così, per un attimo una realtà più profonda di quella della vittoria si fosse impadronita dei cuori, mentre già, dalla seconda linea, le foci della morte dilagavano di nuovo verso di loro.”

Ma chi sorregge dall’abisso il cosmo e non gli consente di precipitare nonostante le costanti discese ardite e le risalite?

Io Vorrei… Non Vorrei… Ma Se Vuoi…
Dove vai quando poi resti sola?
Il ricordo, come sai, non consola
Quando lei se ne andò, per esempio
Trasformai la mia casa in un tempio
E da allora solo oggi non farnetico più
A guarirmi chi fu?
Ho paura a dirti che sei tu
Ora noi siamo già più vicini
Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…

Come può uno scoglio
Arginare il mare?
Anche se non voglio
Torno già a volare
Le distese azzurre
E le verdi terre
Le discese ardite
E le risalite
Su nel cielo aperto
E poi giù il deserto
E poi ancora in alto
Con un grande salto

Dove vai quando poi resti sola?
Senza ali, tu lo sai, non si vola
Io quel dì mi trovai, per esempio
Quasi sperso in quel letto così ampio
Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei
Io la morte abbracciai
Ho paura a dirti che per te mi svegliai

Oramai fra di noi solo un passo
Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…

Come può uno scoglio
Arginare il mare?
Anche se non voglio
Torno già a volare
Le distese azzurre
E le verdi terre
Le discese ardite
E le risalite
Su nel cielo aperto
E poi giù il deserto
E poi ancora in alto
Con un grande salto…

A.T. del mondo di Eumeswil

VIDEO. La folle saggezza di Eros. Con Luciano Arcella

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 L'ASSOCIAZIONE #EUMESWIL​ è un’associazione culturale non-profit, sorta a Firenze e Vienna con lo scopo di studiare e diffondere l’opera, il pensiero e lo stile esistenziale di #ErnstJünger​.

L’Associazione si fonda su tre pilastri:

CULTURA - Intesa come coltivazione di sé.

TRADIZIONE - Come l'eredità spirituale dei nostri antenati.

RETTITUDINE - Come modo di essere e non di apparire.

Visita il Sito: Associazione Eumeswil

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