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Sab, Lug

Pd, Parisi: "Con Letta sostituzione o cambio linea politica? Da qui deriva futuro"

Politica
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"Le persone contano. Ma per quel che fanno e per la direzione che prendono". Arturo Parisi la mette così quando gli si chiede come valuti il possibile arrivo, anzi ritorno, di Enrico Letta. Anche perché non è chiaro se al centro della prossima assemblea, dice all'Adnkronos, ci sia "la semplice sostituzione di una persona con un’altra o il cambiamento della linea politica".  

Professor Parisi, sembra profilarsi la possibilità di Enrico Letta segretario. Che ne pensa? "A dire il vero io non ho ancora capito se al centro della prossima Assemblea sia, come leggo, l’elezione di Letta o le dimissioni di Zingaretti. La semplice sostituzione di una persona con un’altra o il cambiamento della linea politica. Non è un dettaglio da poco. È da questo che deriva la risposta sul futuro del Pd". 

"Le persone contano. Ma per quel che fanno e per la direzione che prendono. Non si può ridurre tutto a organigramma. Allo spostare uno da una casella ad un’altra. Alle tattiche politiche finalizzate a strategie di carriera. O, meglio, purtroppo si può. Ma non si dovrebbe. È da troppo tempo che la storia del Pd, quello che si rappresenta come il Partito per eccellenza va avanti così. Sia quando la personalizzazione - ecco la parola chiave - è animata da volpi e leoni in posizioni apicali, sia quando è alimentata da capi dei gruppi intermedi. Con il prossimo in poco più 13 anni i segretari sarebbero 10 ed 11 i cambi alla guida". 

Lei dice che è da tempo così? "Diciamo pure, dall’inizio. Non vorrei si ripetesse la situazione del 2009 quando, dopo poco più di un anno, Veltroni lasciò la guida del Partito senza che in Assemblea fosse possibile discutere il perché. Col risultato che siamo qui ancora a interrogarci in che cosa consistesse esattamente quella vocazione maggioritaria, il tratto costitutivo del partito appena fondato, che gettando la spugna Veltroni portò allora via con sé".  

"Lo ricordo -sottolinea Parisi- perché non fu certo per l’illusione di vincere, ma solo per questo, per consentire e costringere a un dibattito pubblico, che in quella occasione mi candidai in alternativa a Franceschini predestinato, a succedergli nella segreteria. Attraverso un percorso simile a quel che sembra annunciare la segreteria di Letta. Si impedì che l’investitura fosse sancita da uno stanco applauso unanime, costringendo a un voto segreto. Ma neppure l’ombra di un confronto pubblico sulla linea politica. Quella fino allora seguita e quella da seguire in futuro. Li vedo come fosse oggi. In prima fila da Rutelli a D’Alema passando per Marini. Muti e infastiditi per lo spreco di tempo che gli imponevo inutilmente. È così che i partiti finiscono appassiti già in culla". 

E come si sarebbe dovuti procedere? "Si sarebbe dovuti e si dovrebbe. Rileggendosi innanzitutto quello che in rete ancora mi risulta essere lo Statuto del Partito. Penso all’Art.5.4 che sembra regolare appunto il caso a noi di fronte. Basta rileggerlo per rendersi conto che prima di passare il testimone ad un nuovo segretario, come sembrerebbe dalla lettura dei giornali, c’è materia sufficiente da discutere. In particolare: se le dimissioni di Zingaretti non sono dimissioni di natura personale, ma di natura politica da quale deliberazione della Assemblea o della Direzione nazionale dissente? Ecco perché prima di passare alle decisioni sulla successione alla sua segreteria bisogna ascoltare le motivazioni sul perché vi abbia messo fine". 

Zingaretti annunciando le dimissioni ha detto che si vergogna di un Pd che parla solo di poltrone e non dei problemi del Paese. Che effetto le ha fatto leggere quelle parole? "L’effetto che hanno fatto a tutti. Il segno di un tempo in cui le parole hanno perso se non tutto il loro valore, di certo il loro spessore. Il lamento di una persona che rivendica il diritto di dire come un uomo qualunque la sua resa e la sua sofferenza. Fuori controllo. Mi auguro che domenica vada oltre il fastidio personale denunciato dalla D’Urso e lo riformuli in modo da farne un contributo al confronto politico". 

Lei è stato tra coloro che, prima della dimissioni di Zingaretti, riteneva utile un congresso. Pensa ancora che serva un congresso anticipato? "Se di Congresso si è finiti a parlare è per la sfida lanciata proprio da Bettini che il silenzio-assenso di Zingaretti ha da troppo tempo proposto sulla scena come un suo portavoce e stratega. Che poi il minacciato Congresso fosse pensato come un Congresso come si dice tematico è un’ulteriore trasgressione alle regole. Diciamo pure una furbata. Dentro l’azione collettiva forse del tipo più grave. Quella del rispetto della parola detta prima che di quella data.  

"Sarebbe bastato e basterebbero fare funzionare gli organi in modo rigoroso abbandonando finalmente il vizio dell’unanimismo fondato su decisioni leggere prese, come giustamente ho sentito dire da esponenti della Segreteria, nell’accordo di tutti".