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''Nasce l’uomo a fatica''. Rappresentazioni e interpretazioni del senso della vita tra arte, poesia, psicoanalisi

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''Nasce l’uomo a fatica''. Rappresentazioni e interpretazioni del senso della vita tra arte, poesia, psicoanalisi

 

“Incipe parve puer risu cognoscere matrem”
(Virgilio, Ecloga IV, 60)

Un’interpretazione del senso della vita non può prescindere dalle raffigurazioni artistiche e dalle descrizioni offerte dai poeti. Affidiamo a Virgilio l’immagine del primo incontro fra la mamma e il bambino: “Incipe, parve puer, cui non risere parentes/ nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubilist” (Ecloga IV, 62-63)[1]. Solo il sorriso dei genitori potrà incoraggiare un percorso esistenziale non alieno dalla gioia e non lontano dal piacere. Sulla stessa linea si collocheranno, molti secoli dopo, le osservazioni di D. W. Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese: “Che cosa vede il bambino, quando guarda il viso di sua madre? Io credo che ciò che vede abitualmente è se stesso. Molti neonati hanno una lunga esperienza di non ricevere niente in cambio di ciò che hanno dato”. L’assenza del sorriso, del rispecchiamento, dell’empatia materna durante i primi tempi della vita finiscono per generare esperienze difettuali che si pongono alla base dell’angosciosa riduzione della spinta vitale. La perdita di significato della vita si manifesta spesso come conseguenza di una limitazione precoce patita dal sentimento di onnipotenza infantile: stato transitorio e fondamentale nello sviluppo; in esso il bambino può godere dell’illusione di adattare l’ambiente alle proprie esigenze. Winnicott, creando le definizioni di “preoccupazione materna primaria” e di “madre sufficientemente buona”, ha caratterizzato il sentimento materno presente in ogni donna, salvo i casi in cui malattie, turbe psichiche o incidenti interrompano o modifichino le relazioni. Si tratta come di una malattia della madre, di uno stato di completo assorbimento nelle cure primarie. Così, una madre sufficientemente buona non potrà pensarsi mai lontana dal neonato o distratta rispetto alle sue esigenze. “Non si può descrivere un bambino, senza descrivere il suo ambiente” (Winnicott, 1958). Uno spazio ottimale per lo sviluppo dovrà adattarsi attivamente alle esigenze del neonato, facendogli avvertire come il senso della sua vita e della necessaria sopravvivenza stia a cuore agli adulti che lo circondano. La rêverie materna non è solo la capacità di sognare o di immaginare il proprio bambino, ma è anche uno stato di piena ricettività in cui la mente della mamma è totalmente disponibile ad accogliere i bisogni del neonato. Le carenze di questi assetti appaiono responsabili, nell’età adulta, di gravosi sentimenti di vuoto e di inutilità esistenziale. Lo psicoanalista francese Grumberger descrive la “fase della monade”, sorta di “utero immateriale” che, dopo la nascita, assume il compito di proteggere il neonato, consentendo al piccolo di restare racchiuso nel proprio universo narcisistico; allo stesso tempo, questa fase prepara la disgregazione graduale della monade, consentendo al bambino di aprirsi alla realtà e di tollerare le frustrazioni che da essa derivano. “Così, la monade, si mostra come lo spazio e il contenitore del narcisismo primitivo infantile” (Moressa, 2016). Coloro che non hanno potuto usufruire per un tempo sufficiente dello stadio fusionale e del narcisismo monadico, facilmente svilupperanno sintomi caratterizzati da profonda tristezza e da sentimenti di vuoto, di inutilità, di perdita di significato e di valore. L’assenza del sorriso materno si perpetua quasi sempre in difetto narcisistico, riflesso della carenza di un ambiente caldo e capace di accoglienza che non è riuscito a infondere al neonato sentimenti di esclusività. Il bambino ha bisogno “di collocare la totalità della propria libido su di sé” (Laplanche e Pontalis, 1967), di avvertire che il proprio desiderio è recepito dagli adulti e a lui restituito come riflesso di uno stato adatto ad accogliere i suoi bisogni. La profondità del sentimento vitale sarà equivalente alla capacità sviluppata dal soggetto di sentire se stesso come oggetto degno d’amore. Dalla pienezza delle prime relazioni discenderà, poi, l’accettazione di sé come individuo e la capacità di sviluppare buone relazioni con gli altri.

“Su sono specchi (voi dicete Troni)/ onde rifulge a noi Dio giudicante,/ sì che questi parlar ne paion buoni” (Paradiso IX, 61-63). La giustizia che permea il Paradiso trae fondamento dalle intelligenze celesti; esse rispecchiano la luce divina e immediatamente la trasmettono alle altre creature. Così, nel cielo di Venere, gli spiriti ardenti d’amore possono trarre dal giudizio di Dio ogni virtù che permea le loro parole. Il Paradiso dantesco è luogo della giustizia perfetta, spazio dell’equità per il pensiero e la morale, compenso al male e alla sofferenza presenti nel mondo terreno. Si può dire che la ricerca compiuta dal poeta giunga alla piena realizzazione nel ritorno a uno stato idealizzante. Solo un bene idealizzato può essere perfetto. Per Dante, l’ingiustizia dell’esilio troverà compenso soprattutto attraverso il ritorno a modelli assoluti di giustizia erogati dall’alto. Così, il bambino, grazie al meccanismo dell’idealizzazione investe i propri genitori di caratteristiche perfette. In questo modo, “l’identificazione con l’oggetto idealizzato contribuisce alla formazione e all’arricchimento delle istanze ideali della persona” (Laplanche e Pontalis, 1967). Il senso della vita qui prende forma come stato di elevato valore, come ricerca di un rispecchiamento genitoriale che ha caratteri di assoluto, di superamento delle umane difficoltà e delle contraddizioni presenti nel mondo.

Nel passaggio dallo stile gotico al Rinascimento, la raffigurazione della maternità cambia. Il Medioevo privilegiò la rappresentazione di una Vergine “impassibile, immobile, statica, poco espressiva, all’apparenza imbarazzata di partecipare al mistero della vita e alla storia della salvezza” (Moressa, 2016). Ciò che veniva trasmesso era il senso di lontananza della sacra rappresentazione dalla vita di ogni giorno, mentre il fedele poteva rivolgere la preghiera a una madre e a un bambino immersi nella sacra e imperturbabile condizione divina. Col Rinascimento, vediamo comparire le vergini della tenerezza, “notevoli per la presenza esplicita sulla scena dipinta di un vero sentimento di partecipazione emotiva, piena di gioia per la nascita del bambino, resa esplicita dall’intensità degli sguardi che spesso si incontrano” (Moressa, 2016). La vitalità del piccolo Gesù, la gioia di Maria che si occupa del suo benessere rendono la rappresentazione veramente sacra, perché veramente umana e arricchiscono di senso lo sviluppo emotivo del neonato. Una madre capace di presentare al suo bambino il mondo degli oggetti potrà fornirgli un autentico senso di realtà, una evoluzione verso l’incontro con la figura del padre: terzo elemento della scena familiare, che gradualmente si introduce nel mondo della rappresentazione infantile. Questo “ambito tridimensionale della mente” (Di Chiara, 1985) farà sì che la conoscenza si orienti verso un ambiente esterno reso ricco dal senso di rispetto e di riconoscimento dell’individualità che la madre può offrire al neonato. Il senso della vita si arricchisce attraverso il raggiungimento della soggettività, stato che già fin dalla nascita può essere favorito. Ciò fa sì che il soggetto possa riconoscersi in una identità definita, evento che, invece, non può verificarsi negli stati di indistinzione, dove un eccesso di fusionalità o un suo inopportuno prolungamento farà sì che l’individuo mantenga un assetto di indistinzione dagli oggetti e dal mondo circostante. Lo psicoanalista Paul-Claude Racamier osservava come l’arte senese, protagonista di una lunga stagione pittorica legata alla raffigurazione della Vergine, non avesse mai mutato il proprio stile: “sempre la stessa madonna con il suo bambino, sempre la stessa espressione tenera e sognatrice, sempre lo stesso fondo dorato … E sempre … la stessa impermeabilità alla grande rivoluzione pittorica del Rinascimento, la prospettiva” (Racamier, 1995). All’arte senese egli contrapponeva i coevi modelli fiorentini e faceva riferimento al Masaccio della cappella Brancacci con la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre: “qui il pittore li mette al mondo; più ancora, ve li manda, maschio e femmina, e questa volta differenziati; li butta nel mondo” (ivi). Per venire al mondo, per incontrare l’altro, per raggiungere lo stato di differenziazione, occorre trovare una dimensione concreta, incarnare una posizione capace di rendere la misura del tempo e del sentire. Il senso maturo della vita risiede, perciò, nell’uscita dalla idealizzazione statica e priva di prospettive col fine di incontrare la vera sensorialità che l’esistenza propone in forma di gioie di cui godere, di dolori da cui difendersi.

“Nasce l’uomo a fatica,/ ed è rischio di morte il nascimento./ Prova pena e tormento/ per prima cosa; e in sul principio stesso/ la madre e il genitore/ il prende a consolar dell’esser nato” (Leopardi, 1830, 39-44). Il poeta raffigura l’umana condizione e l’angoscia che accompagna il pianto del neonato. Attorno a lui, le cure dei genitori sono di conforto e di sostegno, mentre l’inizio della vita si mostra arduo e la felicità un bene transitorio e difficilmente raggiungibile. “Poi che crescendo viene,/ l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre/ con atti e con parole/ studiasi fargli core,/ e consolarlo dell’umano stato:/ altro ufficio più grato/ non si fa da parenti alla lor prole” (ivi, 45-51). Perché, dunque, continuare a generare, a perpetuare la vita, quando occorre consolare chi è venuto al mondo? L’interrogativo del poeta resta privo di risposta. Non c’è un senso alla nostra esistenza; essa si sviluppa sotto lo sguardo della luna, sotto la luce di astri a cui poco importa del nostro stato. “Forse s’avess’io l’ale/ da volar su le nubi,/ e noverar le stelle ad una ad una,/ o come tuono errar di giogo in giogo,/ più felice sarei …” (ivi, 133-137). E’ riconoscibile la consistenza della felicità in una continua ricerca di senso da immettere nella vita? E’ questo un sentimento raggiungibile forzando i propri confini e legandosi a dimensioni ultraterrene? L’uscita da sé è di breve durata: “forse in qual forma, in quale/ stato che sia, dentro covile o cuna,/ è funesto a chi nasce il dì natale” (ivi, 140-142). Il nascere porta inevitabilmente un confronto col morire; il giorno natale è funesto perché annuncia il presagio della fine. Ma proprio da questa dicotomia la vita acquisisce un senso nuovo, una grandezza carica di significati: esistere nella pienezza dinanzi al senso del limite estremo, del confine alla propria illusoria onnipotenza.

“Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida” (Freud, 1915b). Le considerazioni sulla caducità aprono lo sguardo a un valore inteso come “rarità nel tempo … La limitazione della possibilità di godimento ne aumenta il pregio” (ivi). E’ riconoscibile, dunque, nel carattere prezioso della transitorietà un possibile senso della vita umana. A questo valore di caducità occorre dare rilievo per fruire pienamente della bellezza e per riuscire a trasmetterlo alle generazioni future. Così, il confine ultimo dei giorni non sarà solo un termine doloroso, ma il naturale compimento della vita. La rimozione del pensiero della morte (meccanismo utilizzato assai di frequente dal pensiero) ha svelato il limite che tiene l’uomo lontano dalla reale percezione di sé e del proprio destino. “Sopportare la vita: questo è pur sempre il primo dovere di ogni vivente […] Si vis vitam, para mortem. Se vuoi poter sopportare la vita, disponiti ad accettare la morte” (Freud, 1915a). Accettare il limite realistico della vita offre il pregio di una maggiore autenticità che conferisce pienezza di significato all’esistenza. Tra la fatica del nascere e la dolorosa accettazione del morire si svolge il filo della vita umana, che proprio dal contatto con gli estremi confini del non–essere acquista valore, individua un senso più compiuto.

Pierluigi Moressa

 

Bibliografia

  • Alighieri D. (secolo XIV). La divina commedia. Ulrico Hoepli, Milano, 1903.
  • Di Chiara G. (1985). Una prospettiva psicoanalitica del dopo Freud: un posto per l’altro. Rivista di psicoanalisi, 31, 4.
  • Freud S. (1915a). Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. OSF 8.
  • Freud S. (1915b). Caducità. OSF 8.
  • Grunberger B. (1989). Narcisse et Anubis. Essais psychanalytiques. Des Femmes, Paris.
  • Laplanche J., Pontalis J.-B. (1967). Vocabulaire de la psychanalyse. PUF, Paris.
  • Leopardi G. (secolo XIX). Prose e poesie. Società editrice toscana, Firenze, 1845.
  • Moressa P. (2016). Il disiato riso – Immagine della madre e difetti narcisistici. Il Minotauro, 43, 1.
  • Racamier P.-C. (1995). Incesto e incestuale. Franco Angeli, Milano, 2008.
  • Winnicott D. W. (1958). Trough Pediatrics to Psychoanalysis. Hogarth Press, London.
  • [1] “Comincia, piccolo bambino: chi non ha ricevuto il sorriso dei genitori/ non è degno del banchetto degli dèi e nemmeno del talamo della dea”.

 


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