(Adnkronos) - In un'epoca dominata dai social media e dall'immagine, il linguaggio che utilizziamo per descrivere il corpo è diventato un campo di battaglia culturale e sociale. Le parole, troppo spesso scagliate con leggerezza, hanno un
Questa riflessione linguistica si intreccia con un'importante iniziativa legislativa: la Camera dei Deputati ha approvato all'unanimità una proposta di legge per istituire la Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone, ora al vaglio del Senato. Una proposta che nasce dall'urgenza di affrontare un fenomeno ormai dilagante, soprattutto tra i più giovani: il body shaming è infatti una delle forme più frequenti di bullismo verbale, alimentata da stereotipi, ignoranza e superficialità.
Molti termini usati nel linguaggio quotidiano - spesso fin dall'infanzia - veicolano giudizi impliciti sull'aspetto fisico. Il Vocabolario Treccani li registra, ma ne segnala la natura offensiva: balena ("in tono spregiativo per indicare una persona molto grassa"), cicciona/ciccione, lardosa/lardoso (usati anche in tono scherzoso, ma potenzialmente lesivi), fino alla crudele espressione "palla di lardo", diventata tristemente nota grazie a una scena del film "Full Metal Jacket".
E non si tratta solo di peso. Il lessico della denigrazione si estende a molteplici caratteristiche fisiche: "brufolosa/o ("poco gentile, riferito a chi ha la pelle con molti brufoli"), mostro, tappo, nasone/nasona, quattrocchi, sgorbio – quest'ultimo celebre nella battuta di Woody Allen in "Provaci ancora Sam" (“Sparisci, sgorbio!”). Espressioni che offendono, deridono, etichettano. E che sono spesso usate dai giovanissimi senza reale consapevolezza del loro impatto.
Se alcune parole feriscono, altre possono aiutare a costruire una cultura del rispetto. E proprio questa è la sfida: scegliere termini più neutri, più accurati, più umani. Il vocabolario Treccani propone alternative come sovrappeso, definito come un "eccesso di peso rispetto alla norma" - una descrizione clinica, priva di giudizio. Oppure corpulenta/o, "persona dal corpo grosso, robusto", che restituisce una fotografia oggettiva, senza connotazioni offensive.
Alcuni termini offrono anche una lettura positiva delle caratteristiche fisiche: formosa/o, ad esempio, descrive "chi ha forme ben fatte e piuttosto sporgenti", trasformando un potenziale oggetto di scherno in un tratto valorizzante. Lo stesso accade con parole come esile ("persona magra") o longilinea/o ("alta, slanciata, snella"), che permettono di parlare del corpo senza ironia, disprezzo o stereotipi.
L'uso delle parole non è mai neutro: le parole plasmano il pensiero, influenzano le relazioni e contribuiscono a costruire (o distruggere) l'utostima. È per questo che l'istituzione di una Giornata nazionale contro la denigrazione dell'aspetto fisico va letta come un passo importante non solo dal punto di vista normativo, ma anche educativo e culturale. In questo percorso, il linguaggio può e deve diventare uno strumento di prevenzione. A scuola, nei media, nelle famiglie, è necessario trasmettere un modello comunicativo più attento e consapevole. Un modello che non censura, ma che sceglie con cura. Che insegna a distinguere tra ironia e sarcasmo, tra descrizione e derisione, tra verità e volgarità.
Ecco perché sfogliare un vocabolario non è mai un gesto banale. Al contrario: è un atto politico, culturale e sociale. Un invito a usare la lingua per costruire ponti, non barriere. Perché le parole, quando scelte con attenzione, non sono armi: sono carezze. (di Paolo Martini)
