Settembre tra caldo e l'ansia di ripartire, l'immunologo: "Così si rischia il cortocircuito"
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Settembre tra caldo e l'ansia di ripartire, l'immunologo: "Così si rischia il cortocircuito"

Cronaca
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(Adnkronos) - Il copione del rientro dalle ferie è da sempre scritto con i soliti cliché: la valigia da svuotare, la malinconia d’ordinanza e la retorica tossica di chi pretende di ripartire “con lo sprint giusto.

"Quest’anno, però, la ripartenza si è trasformata in una grottesca prova di sopravvivenza. Siamo stretti in una morsa di caldo estremo, tassi di umidità insostenibili e la piaga costante degli incendi che divorano la macchia mediterranea e il paesaggio intorno a noi, rendendo l'aria irrespirabile. Persino l'ultimo baluardo, la fuga al mare del weekend, è crollato: un’acqua marina calda come non si era mai vista non offre più alcun refrigerio. È solo un altro bacino termico che immagazzina energia. Pretendere efficienza, grinta e iper-produttività in questo scenario non è solo irrealistico: significa ignorare la biologia umana. Quando il corpo lavora 24 ore su 24 in stato di stress termico e sotto la pressione ambientale di un territorio in fiamme, il cervello disattiva la pianificazione strategica e attiva i protocolli di conservazione. La sensazione di prostrazione non è stanchezza da rientro né pigrizia: è una risposta fisiologica d'allarme". Lo spiega Adnkronos Salute l'immunologo Mauro Minelli, professore di Nutrizione clinica all'università Lum Giuseppe Degennaro. 

 

"Mentre la narrazione mediatica nostrana tende a declassare tutto a sfortuna meteorologica di passaggio, la lettura istituzionale e strategica a livello globale viaggia su coordinate ben più drammatiche - continua - A confermare che le fiamme e il torpore in cui siamo immersi non sono una parentesi temporanea è il recente e durissimo rapporto dell'intelligence strategica del governo britannico (Nature security assessment on global biodiversity loss, ecosystem collapse and national security). Il documento segna un cambio di paradigma definitivo: la distruzione del patrimonio vegetale, la proliferazione degli incendi, l'innalzamento continuo delle temperature e la perdita di biodiversità non sono più considerate questioni 'ecologiche' o di tutela del paesaggio, ma minacce dirette alla sicurezza nazionale, alla tenuta economica e alla stabilità sociale. Gli apparati di sicurezza strategica evidenziano come il collasso dei sistemi naturali provochi shock a catena: perdita di resa agricola, collasso delle infrastrutture per stress termico, degrado della salute pubblica e perdita di difese del suolo. Continuare a trattare un Paese che brucia come un semplice 'agosto sfortunato' significa cedere a un'analfabetizzazione sistemica". 

 

"Se i consigli su 'cosa mangiare' o su come 'schermare le finestre' si riducono a vuota aneddotica estiva. Non ci salveranno né una fetta di anguria né una camicia di lino: la risposta individuale e collettiva richiede modifiche strutturali al nostro modello di vita. Non si tratta di subire il caldo, ma di cambiare paradigma - suggerisce l'immunologo - attraverso interventi che, sul piano biologico e gestionale, appaiono oggi i più razionali". Di seguito i i consigli:  

- "La fine del 'mito di agosto': concentrare la pausa estiva e il blocco delle attività nel mese fisicamente più ostile dell'anno è un anacronismo insostenibile. La prima vera abitudine da scardinare è culturale: occorre una destagionalizzazione radicale delle pause biologiche e lavorative, spostando la rigenerazione verso stagioni in cui l'ambiente permette davvero di recuperare energie". 

- "Rimodulazione dei ritmi circadiani e professionali: è il modello stesso di giornata lavorativa '9-18' a dover crollare nelle aree a forte stress termico. La biologia richiede una contrazione dell'attività nelle ore di picco della radiazione solare e una redistribuzione del lavoro lungo direttrici temporali diverse (mattina presto e fascia serale), superando la resistenza culturale del 'presenzialismo'". 

- "Consapevolezza dell'esposoma: smettere di considerare il nostro corpo come un'entità isolata dall'ambiente. Respirare l'aria caricata dai roghi e vivere dentro un'isola di calore altera i parametri infiammatori dell'organismo. Modificare le abitudini significa pianificare l'esposizione all'aperto non in base all'orologio, ma agli indicatori reali di qualità dell'aria e carico termico". 

- "Adattamento degli spazi di vita, non palliativi: la risposta non è il condizionatore a palla (che contribuisce a scaldare ulteriormente l'esterno), ma la pretesa di un'urbanistica che smetta di cementificare e inizi a de-pavimentare. A livello domestico, la vera transizione è strutturale: isolamento termico passivo, verde verticale e gestione delle fonti di calore interne". 

"La sensazione di non farcela al rientro non è una debolezza personale. È la presa di coscienza del nostro organismo di fronte a un habitat che sta diventando ostile. Continuare a pretendere da se stessi i medesimi rendimenti all'interno di un territorio che brucia è una forma di negazionismo biologico. O iniziamo a cambiare drasticamente i calendari della nostra vita, i tempi del lavoro e le priorità di tutela del territorio, o la 'sindrome da rientro' diventerà la nostra condizione permanente", conclude Minelli. 

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