(Adnkronos) - "Il 24 novembre 1998, a soli 34 anni, mi fu trapiantato un nuovo cuore. All’ospedale di Udine il professor Cesare Puricelli mi chiamò in sala operatoria tre volte. Le prime due fui rimandata in reparto perché,
La sua storia con la malattia è iniziata quando aveva 26 anni. "Studiavo e giocavo a basket, ma il mio cuore iniziava a fare i capricci. La causa - spiega - era una cardiomiopatia dilatativa, una malattia che provoca un ingrossamento del cuore e può determinare aritmie, fino all’arresto cardiaco. All’epoca in Italia era quasi sconosciuta e non si sapeva molto". Licordari, che è anche vicepresidente dell'Associazione Cardio trapiantati Italiani sezione Roma Aps, racconta di essere stata bene fino a quando sono comparsi i primi sintomi. "Improvvisamente avevo il fiato corto e mi sentivo affaticata. Capivo che c’era qualcosa che non andava. Ho iniziato i primi controlli all'ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina, dove venivano studiate le malattie cardiache. Poi sono stata indirizzata a Trieste, dove all’epoca c’erano dei centri all’avanguardia per la mia patologia".
Per dieci anni è stata seguita all’ospedale Maggiore di Trieste, con controlli accurati ogni sei-dodici mesi. Poi, nel dicembre del 1995, il primo arresto cardiaco. "Stavo andando a sostenere l’esame di abilitazione all’insegnamento. Ero scesa in garage per prendere la macchina. Mi ha salvato mio padre: secondo lui non avrei mai trovato parcheggio vicino all’università. Se non avesse avuto quell’idea, sarei potuta morire da sola nel mio garage. Avevo solo 31 anni". Trasportata d’urgenza all’ospedale Sant’Eugenio di Roma, nel quartiere Eur, dove ancora oggi vive, le è stato impiantato un defibrillatore sottocutaneo, un dispositivo che permette di intervenire in caso di aritmie potenzialmente letali. "Nonostante questo continuavo ad avere arresti cardiaci. Poi sono stata inserita nelle liste d’attesa per il trapianto a Pavia e Udine. Ed è stato a Udine che sono stata chiamata dal professor Puricelli".
"Oggi racconto la mia storia come se a vivere quell’odissea, come un film, fosse un’altra persona. Non è un rifiuto: ricordo solo poche date, non tutto il calvario. Prima del trapianto ho avuto cinque operazioni tra Asti, la Toscana e il San Camillo di Roma. Ma non è servito. Poi è arrivata quella chiamata e il 24 novembre 1998, il giorno in cui sono rinata". Alla vigilia della Giornata mondiale del cuore, Licordari affida alla sua esperienza un messaggio di fiducia nel sistema sanitario e nella donazione. "Bisogna avere fiducia nel nostro Servizio sanitario nazionale e nei trapianti. In Italia il trapianto è gratuito, a differenza di quanto accade in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, dove alcuni miei amici sono stati costretti a rinunciarvi perché non potevano permetterselo. Bisogna insistere sulla sensibilizzazione e sulla donazione: donare significa dare a più persone la possibilità di tornare a vivere", aggiunge.
Oggi la sua vita è scandita da una terapia quotidiana. "Prendo l’antirigetto, un farmaco che dovrò assumere per tutta la vita, e un’aspirina per mantenere il sangue più fluido. Ma, rispetto alla vita di prima, è ben poca cosa. Nonostante tutto lavoro ancora, sono moglie e mamma, viaggio, dipingo e ho una passione per la musica. Insomma, ho una vita piena, normale", conclude.
