Un green pass covid digitale per muoversi anche al di fuori dell'Unione Europea, magari grazie ad un codice sullo smartphone. E' la proposta che Roberto Speranza, ministro della Salute, formulerà la prossima settimana nell'incontro con gli altri ministri della Salute dei paesi del G7. Il green pass in Italia di fatto già esiste in
Il decreto riaperture varato ad aprile ha delineato lo strumento del pass vaccinale: è necessario munirsi di certificazione che attesti l'avvenuta vaccinazione (con la seconda dose ricevuta da non oltre 6 mesi) o l'esito negativo di un tampone eseguiti da non oltre 48 ore. Tali requisiti valgono anche per i minori, sono esclusi i bambini di età inferiore a due anni.
Il pass vaccinale, inserito del decreto, consentirà di spostarsi "da una Regione all’altra anche se si tratta di zone rosse o arancioni". Al momento, come è noto, l'Italia è tutta zona gialla o bianca. I requisiti per ottenere il pass, che potrà essere rilasciato anche dal medico di famiglia, sono stati illustrati nel decreto: "Può avere il certificato verde chi ha completato il ciclo di vaccinazione (dura sei mesi dal termine del ciclo prescritto), chi si è ammalato di covid ed è guarito, chi ha effettuato test molecolare o test rapido con esito negativo (dura 48 ore dalla data del test)".
Quindi, il lasciapassare spetterà a chi è stato vaccinato e a chi può esibire un tampone molecolare negativo realizzato entro le 48 ore precedenti allo spostamento. Il pass è necessario anche per i minori. Sono esentati i bambini di età inferiore ai due anni. "Le certificazioni verdi rilasciate dagli Stati membri dell’Unione sono riconosciute valide in Italia. Quelle di uno Stato terzo se la vaccinazione è riconosciuta come equivalente a quella valida sul territorio nazionale", rendono noto fonti di palazzo Chigi.
Il certificato in ambito Ue attesterà, attraverso una app dotata di codice Qr oppure in formato cartaceo, l'avvenuta vaccinazione contro la Covid-19 e il numero di dosi ricevuto, l'avvenuta guarigione dalla Covid nei precedenti sei mesi e la presenza dei relativi anticorpi (mediante test) oppure l'esito negativo di un tampone, Pcr o rapido (i dettagli tecnici su questo verrano negoziati dai colegislatori). Starà ad ogni Stato membro, poi, stabilire i requisiti di ingresso nel proprio territorio: si tratta di competenze esclusivamente nazionali e l'Ue non può imporre nulla in questo campo. Può solo raccomandare.
