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Gio, Ott

Covid, Galli: "Vado in pensione ma non abbandono trincea"

Cronaca
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“Vado in pensione ma non abbandono la trincea. Noi medici, assieme ai magistrati, siamo quel genere di persone che non vorrebbero mai andare. Però a Milano si dice: ‘Zucche e meloni alla loro stagione’. E dietro di me c’è chi merita di prendere questo posto”. Massimo Galli annuncia che il primo

novembre andrà in pensione e in un’intervista al Corriere della Sera ricorda che “il mio mestiere impone di indossare la corazza. Ma questa pandemia lascia cicatrici. Ci sono lutti difficili da dimenticare e mi tornano in mente anche tanti amici che ho visto morire di Aids. Gran parte della mia vita professionale l’ho passata a cercare una cura che frenasse quella malattia”.  

Quanto al Covid, “penso che verrà derubricato - afferma il primario di Malattie infettive al Sacco di Milano - Anthony Fauci parla della prossima primavera. Ma serve non perdere il ritmo della campagna vaccinale. E da sotto questo aspetto devo dire che in Italia abbiamo fatto meglio di tanti altri. Non sono mai stato pessimista da questo punto di vista - chiarisce - Ero preoccupato dalle dosi a nostra disposizione. Una persona che mi ha colpito in questi mesi? Guido Bertolaso per quello che ha fatto in Lombardia: è difficile per un tecnico prestarsi alla politica”.  

Galli parla poi della propria presenza in tv, da molti ritenuta eccessiva: "La moda dei virologi mi fa arrabbiare - dichiara - Sono, come molti colleghi, invitato in continuazione in tv. Ma il committente è la gente. Per quell’enorme necessità di informazione e di dibattito in materia. Non siamo noi a reclamare spazi. E comunque per il mio futuro spero di no, ma temo di sì. Guardate le mie pubblicazioni: sono più di 60 da inizio 2000. Agli ignoranti della politica che dicono più microscopi e meno tv, dico di avere più attenzioni al destino degli italiani e meno ricerca del consenso elettorale. Vado in tv, come sto in ospedale. Per fortuna dormo poco”.  

Una volta in pensione “non smetterò di studiare dice Galli - La mia passione per la storia delle epidemie mi porterà ad approfondire un grande libro. Quel faldone che raccoglie tutti i morti di Milano dal 1452. Un territorio inesplorato da digitalizzare. E poi voglio scrivere libri: ho anche un romanzo nel cassetto. L’errore più grande in 20 mesi di pandemia? Il 20 febbraio del 2020 ero speranzoso che l’avremmo scampata, che il virus avrebbe girato largo: ragionavo sui parametri della Sars. Mi guardavo allo specchio e mi chiedevo come avrei potuto chiedere alla politica di fermare tutto e adottare misure restrittive. Inoltre, a maggio gridavo che stavamo togliendo le restrizioni troppo presto. Penso che abbiamo aperto in una finestra fortunata. Ci è andata di lusso, se la variante Delta fosse arrivata un pelo prima sarebbe stato un altro disastro”.  

Riguardo Alberto Zangrillo, “a luglio 2020 ero tra i pochi a parlare di un autunno difficile - dice l’epidemiologo - Purtroppo i morti della seconda ondata mi hanno dato ragione. Quindi con lui non può finire a tarallucci e vino. Ma dividere tecnici e medici tra destra e sinistra è stata un’operazione ridicola. Un’epidemia così mancava da un secolo - conclude - ha sottolineato la precarietà della vita umana. È come se la gente pensasse che con la tecnologia la medicina avrebbe potuto salvarci da tutto, che avremmo vissuto sempre a lungo felici e contenti. Invece i giovani d’oggi la racconteranno ai loro nipoti. Sperando che la memoria li aiuti a costruire un sistema sanitario con le spalle abbastanza larghe ad evitare che una cosa del genere si ripeta troppo presto”.  

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