(Adnkronos) - Per il boss della Locale di 'ndrangheta a Roma Antonio Carzo era rischioso stare nella Capitale "dove erano stati trasferiti una serie di magistrati e di ufficiali di pg che avevano lavorato in Calabria e avevano combattuto a Sinopoli e Cosoleto contro la cosca Alvaro ("tutta la famiglia nostra")". E’ quanto si legge
A parlare in un dialogo intercettato è proprio Carzo: "...comunque c'è una Procura... qua a Roma... era tutta la squadra che era sotto la Calabria. Pignatone, Cortese, Prestipino". "Sono tutti qua", interviene l'interlocutore. E il boss conclude: "E questi erano quelli che combattevano dentro i paesi nostri ...Cosoleto ... Sinopoli... tutta la famiglia nostra...maledetti".
"Si deve evidenziare che già in una conversazione captata il 9 settembre 2017 Carzo, traendo spunto da un'iniziativa di Klaus Davi e poi commentando l’ergastolo comminato a Carlo Cosco a Milano e l’esito del processo ‘Aemilia’ a Bologna – scrive il gip - aveva sottolineato la necessità di stare ‘quieti quieti’, ritenendo evidente che in quel momento storico la magistratura e le forze dell’ordine avessero preso di mira la ‘ndrangheta ("ormai bisogna capire…c’è stato un periodo che hanno bersagliato i siciliani…Cosa Nostra…Cosa Nostra…e noi ... sotto traccia facevamo ... ora è da capire che ci hanno preso in tiro a noi calabresi e ora invece dobbiamo stare più quieti ... quieti ...” ), precisando che, comunque, ‘eh ... eh ... le cose si fanno ...’".
