Umberto Eco resiste al tempo e continua a parlare al presente
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Umberto Eco resiste al tempo e continua a parlare al presente

Cultura
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(Adnkronos) - "La presenza di Umberto Eco resiste al tempo e non si lascia relegare nella sola memoria: la sua eredità vive nei libri che ci ha lasciato, nel dialogo incessante che essi intrattengono con il presente e nella capacità, ancora intatta, di interrogarlo". È questa frase di Mario Andreose, insieme semplice e

densissima, a restituire meglio il senso di ciò che il semiologo, filosofo e scrittore, noto a livello internazionale per il romanzo "Il nome della rosa", rappresenta oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 19 febbraio 2016. Perché, se l'assenza fisica è un dato irrevocabile, la sua opera, il suo pensiero, la sua voce continuano a esercitare una pressione viva sul presente. E nessuno più di Andreose - per oltre trentacinque anni il più stretto collaboratore editoriale di Eco alla Bompiani e oggi presidente della casa editrice La nave di Teseo, da lui stesso fondata - può testimoniare questa forma particolare di presenza che attraversa il tempo. 

Parlare di Umberto Eco dieci anni dopo significa innanzitutto prendere atto di un paradosso: la sua figura è diventata storica, ma "il suo lavoro non ha smesso di agire". Andreose, parlando con l'Adnkronos, lo dice con naturalezza, quasi con pudore. Per chi, come lui, continua a occuparsi quotidianamente della sua opera, Eco non è soltanto un grande autore del passato recente, attivo sulla scena editoriale dai primi anni '60, ma "un interlocutore costante".  

"I suoi libri continuano a uscire, a essere riproposti in nuove edizioni, a circolare nel mondo; altri sono in preparazione", sottolinea Andreose. La diffusione internazionale della sua opera è "un processo tutt'altro che concluso", ed è proprio La nave di Teseo a custodirne oggi "il nucleo più ampio e vitale". 

In questo senso, la domanda su ciò che manca di più di Umberto Eco si sposta inevitabilmente dal piano privato a quello culturale. "Certo, manca l'uomo, il dialogo quotidiano, la condivisione di un lavoro" che per Mario Andreose è stato anche amicizia e avventura intellettuale. Ma quella mancanza è continuamente attraversata da una presenza operativa: Eco continua a "lavorare", attraverso i suoi testi, dentro l'editoria contemporanea e dentro il dibattito culturale globale. 

È da qui che nasce anche la riflessione sulla sua statura di "classico". Definire Umberto Eco un "classico contemporaneo" può sembrare quasi automatico, eppure Andreose invita alla cautela. La nozione stessa di "classico", soprattutto applicata al secondo Novecento, è oggi problematica. "Siamo cresciuti - ricorda l'editore - con l'idea dei classici contemporanei, autori che appartenevano al nostro tempo ma che già possedevano una dimensione di durata. Oggi quella categoria sembra più fragile, più incerta. E tuttavia Eco resiste a questa erosione: la sua opera continua a essere affidata al futuro grazie a una risposta internazionale costante, alla continua riedizione dei suoi libri, alla loro capacità di parlare a lettori di generazioni e culture diverse". 

Umberto Eco, osserva Andreose, è un classico senza esserlo in senso museale. "Non ha ancora - e forse non ha bisogno di avere - una monumentale edizione definitiva che ne chiuda l'opera in un canone immobile". Pensare a una raccolta completa significherebbe immaginare decine di volumi, tra narrativa, saggistica, articoli, interventi, testi teorici. "Un'impresa che prima o poi sarà inevitabile, ma che oggi appare quasi superata dalla vitalità autonoma dei singoli libri". 

Ma Umberto Eco non è stato soltanto un grande scrittore e uno studioso di semiologia, linguistica e mass media di fama mondiale. È stato anche - e forse soprattutto - "un intellettuale civile", un polemista capace di interpretare il suo tempo con uno sguardo insieme ironico e spietato. Su questo punto Andreose è netto: "Oggi, più che mai, si avverte la mancanza di una voce come la sua. La qualità del dibattito pubblico, della polemica giornalistica, della saggistica d'intervento appare impoverita se confrontata con la lucidità, la vivacità e la profondità con cui Eco sapeva intervenire sull'attualità. La realtà contemporanea è una triste conferma di quanto quella voce sia assente e insostituibile". 

Non sorprende, dunque, che oggi si torni a leggere Umberto Eco proprio come interprete del presente. I suoi articoli, i suoi interventi, i suoi saggi su media, comunicazione, costume, ideologia rivelano "una capacità quasi profetica di anticipare problemi che sono esplosi pienamente solo anni dopo". La manipolazione dell'informazione, il rapporto tra verità e finzione, la costruzione del consenso, la fragilità del pensiero critico: temi che oggi dominano il dibattito pubblico e che Eco aveva già affrontato con strumenti teorici solidissimi e con una scrittura accessibile, mai accademica, sottolinea Andreose.  

Accanto a questo Eco saggista e polemista, resta naturalmente il narratore. E qui Andreose introduce una distinzione importante, soprattutto pensando ai lettori più giovani: "Avvicinarsi a Eco non significa seguire un percorso obbligato. La sua universalità consiste proprio nell'offrire testi diversi per esigenze e competenze diverse. La saggistica e gli scritti d'intervento sono spesso più immediati, capaci di coinvolgere un pubblico ampio perché parlano direttamente della società e del presente. Il narratore, invece, richiede una preparazione diversa: una familiarità con la storia, con la filosofia, con il gioco delle citazioni e delle strutture complesse. Non è una barriera, ma una sfida, che può rivelarsi straordinariamente feconda per chi è disposto ad accoglierla". 

Il lavoro editoriale su Eco, del resto, non si è mai fermato alla Nave di Teseo. Anzi, continua a restituire nuove prospettive sulla sua opera. La recente edizione del romanzo "L'isola del giorno prima", arricchita da appunti e disegni dell'autore, va in questa direzione, così come è già accaduto per "Il nome della rosa". Materiali che non introducono testi inediti in senso stretto, ma che permettono di entrare nel laboratorio creativo di Eco, di coglierne l'ironia, la precisione, la libertà intellettuale. A questi si affiancano i nuovi progetti in uscita per il decennale della scomparsa come "L'umana sete di prefazioni", raccolta dei suoi testi liminari dal 1956 al 2015, e il racconto personale e affettuoso dello scrittore Roberto Cotroneo, intitolato semplicemente "Umberto", che contribuiscono a delineare un ritratto non celebrativo, ma profondamente umano. 

Nel ricordare Umberto Eco dieci anni dopo, Mario Andreose evita accuratamente la retorica della commemorazione. La sua è piuttosto la testimonianza di una convivenza prolungata con un'eredità ingombrante e feconda insieme. Eco manca, certo: "manca la sua intelligenza pronta, la sua ironia, la sua capacità di smascherare le semplificazioni. Ma resta ciò che forse conta di più: un'opera che continua a interrogare il presente e a resistere al tempo". Ed è forse proprio questo il segno più autentico di un classico: non l'essere definitivamente consegnato alla memoria, ma "il continuare, ostinatamente, a essere necessario". (di Paolo Martini) 

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