'Nostalgia del sovrano', perchè le democrazie faticano a vivere senza promesse di futuro
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'Nostalgia del sovrano', perchè le democrazie faticano a vivere senza promesse di futuro

Cultura
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(Adnkronos) - C’è una sensazione sempre più diffusa nelle democrazie occidentali: quella di vivere in un presente che non riesce più a immaginare il futuro. Le promesse di progresso, crescita e miglioramento continuo - che hanno accompagnato per decenni la legittimazione dei sistemi liberali - sembrano essersi

incrinate sotto il peso delle crisi economiche, delle trasformazioni tecnologiche e di una crescente instabilità politica. È in questo scenario che si inserisce il lavoro del politologo spagnolo Manuel Arias-Maldonado, docente all’Università di Malaga, che nel suo nuovo saggio "Nostalgia del sovrano" (Rubbettino) propone una chiave di lettura netta e controintuitiva: molte delle tensioni politiche contemporanee non nascono solo da problemi economici o istituzionali, ma da un vuoto più profondo, quello della fiducia nel futuro. 

Secondo Arias-Maldonado, questo vuoto produce un effetto politico preciso: il ritorno di una “nostalgia del sovrano”, cioè il desiderio di un potere forte, unitario, capace di imporre ordine dove oggi domina la complessità. Non si tratta, chiarisce l’autore, di una nostalgia per un’epoca storica precisa. Nessuno, o quasi, desidera davvero il ritorno della monarchia assoluta o delle vecchie forme di autoritarismo. Il punto è più sottile: ciò che riemerge è l’idea simbolica del sovrano come figura capace di decidere, semplificare, risolvere. 

"La nostalgia del sovrano", sostiene Arias-Maldonado, "è il risultato di una somma di insicurezze diverse: economiche, culturali e politiche. Ma anche della percezione che la democrazia non riesca più a mantenere le sue promesse". In questo quadro si inseriscono fenomeni molto diversi tra loro: il successo dei populismi, la crescita dei nazionalismi, la sfiducia verso le élite politiche e istituzionali. Tutti elementi che, secondo il politologo, convergono in una stessa domanda implicita: chi comanda davvero? 

Una parte centrale del libro è dedicata alla storia del concetto di sovranità. Arias-Maldonado ricostruisce il passaggio dalle origini teologico-monarchiche del potere - in cui il sovrano era figura quasi sacra e indivisibile - fino alla modernità democratica. Con le rivoluzioni moderne, la sovranità non scompare ma cambia sede: dal re al popolo. Tuttavia, osserva l’autore, questa trasformazione non elimina del tutto l’idea originaria di unità del potere. La nozione di “volontà generale”, elaborata nella tradizione politica moderna, conserva infatti una forte tendenza a immaginare il corpo politico come un soggetto unico. Ed è proprio qui che nasce la tensione con le società contemporanee, che sono invece pluralistiche, frammentate e attraversate da conflitti permanenti. 

Secondo Arias-Maldonado, una delle illusioni più persistenti delle democrazie moderne è quella di una politica onnipotente, capace di risolvere rapidamente problemi complessi se solo esiste una volontà sufficiente. Ma questa idea, sostiene il politologo spagnolo, si scontra con la realtà: le società liberali non sono corpi unificati, ma spazi di pluralità. E ogni tentativo di ridurre questa complessità produce inevitabilmente esclusioni, conflitti o derive autoritarie. Non a caso, durante le grandi crisi economiche degli ultimi decenni, è riemersa con forza la richiesta di decisioni “forti” e immediate, spesso accompagnata da una crescente insofferenza verso i tempi lunghi della mediazione democratica. 

La risposta teorica che il libro propone è quella di una “sovranità temperata e scettica”. Non l’abolizione della sovranità, ma il suo ridimensionamento: non più come potere assoluto, ma come insieme di funzioni limitate e distribuite. In questa prospettiva, la democrazia non è il luogo della decisione definitiva, ma della gestione continua del conflitto. Un sistema che non elimina l’incertezza, ma la rende governabile. "Non esistono soluzioni magiche", osserva Arias-Maldonado. "Le democrazie devono migliorare la loro capacità di rispondere ai problemi concreti dei cittadini, ma anche accettare la pluralità come condizione strutturale, non come difetto". 

Il punto più radicale del libro "Nostalgia del sovrano" è forse questo: le democrazie non funzionano perché promettono ordine, ma perché permettono di convivere nell’incertezza. La “nostalgia del sovrano” diventa così il segnale di una difficoltà più profonda: quella di accettare un mondo in cui nessun potere può garantire un futuro completamente prevedibile. In questa chiave, il lavoro di Manuel Arias-Maldonado non è solo un’analisi della crisi politica contemporanea, ma anche una riflessione sul rapporto tra società e futuro. Un invito a pensare la democrazia non come promessa di salvezza, ma come equilibrio fragile tra libertà, conflitto e incertezza. 

Manuel Arias-Maldonado ha concesso su questi temi una lunga intervista all'Adnkronos. 

D: Nel suo libro lei parla di “nostalgia del sovrano” come desiderio di un potere capace di imporre ordine. Quanto questa nostalgia nasce dall’insicurezza economica e sociale delle società contemporanee, e quanto invece da una crisi di fiducia nelle istituzioni democratiche? 

R: "Si tratta di una questione fondamentale per una corretta diagnosi dello stato attuale delle società liberaldemocratiche, che non ammette risposte semplici. Chi prova ansia di fronte all'incertezza o si sente privato di beni materiali può avere ragione, nel senso di aver perso potere d’acquisto o di vedersi negato l'accesso a un alloggio o a buoni servizi pubblici, ma può anche sentirsi così a causa del potere inebriante del discorso politico populista o nichilista. Allo stesso tempo, la società è eterogenea e non tutti i gruppi sociali soffrono degli stessi problemi: ci sono coloro che reagiscono alla minaccia normativa che la tecnologia o le migrazioni rappresentano ai loro occhi, così come ci sono coloro che hanno visto le proprie aspettative deluse (come nel caso delle generazioni più giovani). Ma questo malcontento, le cui origini possono essere così diverse, confluisce nella nostalgia per il sovrano, ovvero per un potere forte in grado di rispondere in modo decisivo a queste diverse richieste. La sensazione che la democrazia non mantenga le promesse, naturalmente, rafforza questa tendenza". 

D: Lei ricostruisce la genealogia della sovranità dalle sue radici teologico-monarchiche fino alle democrazie moderne. In che modo queste radici continuano ancora oggi a influenzare l’idea di “volontà generale” nelle democrazie contemporanee? 

R: "Queste radici esercitano indubbiamente una notevole influenza, e questo naturalmente è problematico nella misura in cui le società liberali sono ideologicamente, etnicamente e religiosamente diverse: non sono inclini all'unificazione e il consenso si raggiunge al loro interno solo con grande difficoltà. Mentre la sovranità del monarca assoluto aveva radici teologiche e raffigurava il potere politico come onnipotente, la volontà generale, così come emersa nella teoria di Rousseau, trasferiva la sovranità al popolo, ma continuava a idealizzare il corpo sovrano e il potere che esso è in grado di esercitare. Ciò a sua volta ha influenzato tradizioni di pensiero che sono giunte a rifiutare il pluralismo: dal marxismo al populismo, e persino il repubblicanesimo civico. Durante la Grande crisi economico-finanziaria, questa visione della sovranità si è manifestata ovunque la «volontà politica» veniva indicata come la risposta appropriata ai vincoli economici o – ricordiamoci la Brexit – all'immigrazione indesiderata. Nelle democrazie presidenziali, come negli Stati Uniti o in Francia, questa visione mitica del sovrano si è simbolicamente conservata, mentre nelle democrazie parlamentari accade il contrario e ogni elezione offre l'immagine di un corpo politico frammentato. Il pluralismo, dopotutto, è il principale ostacolo a qualsiasi ritorno alla vecchia concezione di sovranità". 

D: La sua proposta di una “sovranità temperata e scettica” sembra voler salvare la democrazia senza ricadere nel mito del potere forte. Quali strumenti concreti possono rendere questa idea praticabile nelle democrazie pluralistiche di oggi? 

R: "Le proposte normative rappresentano la parte più problematica di qualsiasi libro di teoria politica: formulare una diagnosi o suggerire nuovi concetti è più facile che risolvere i problemi del mondo. Eppure dobbiamo provarci, sebbene sia l'analisi che il lavoro concettuale possano essere di grande aiuto per comprendere i fenomeni sociali. In questo caso, il compito più urgente sarebbe quello di sfatare il mito di un potere politico onnipotente che attende il riconoscimento degli elettori o dei movimenti sociali prima di poter agire in modo decisivo e risolvere i numerosi problemi che affliggono le società contemporanee. La sovranità, infatti, scompare nelle democrazie liberali: vi sono solo funzioni costituzionali da svolgere.Nelle relazioni internazionali, come stiamo vedendo ultimamente, la questione è diversa, poiché essere sovrani significa essere in grado di difendere il proprio ordinamento politico. Ma all'interno di una democrazia, il cittadino deve comprendere che il vecchio modello di sovranità può oggi operare solo in modo coercitivo – limitando così le nostre libertà – e senza alcuna garanzia di successo: le democrazie liberali funzionano meglio dei regimi autoritari. 

D: Cosa fare, affinché questa visione si diffonda?  

R: "Non esistono soluzioni magiche, poiché le élite sensibili e gli elettori responsabili non si creano per decreto. Ciò di cui abbiamo bisogno, però, è chiaro: democrazie efficaci nell'affrontare le preoccupazioni materiali dei cittadini e una maggiore enfasi, da parte di rappresentanti, intellettuali pubblici e movimenti sociali, sull'irriducibile pluralità delle società liberali e, di conseguenza, sulla necessità di coesistere senza imporre la nostra visione del mondo agli altri. Quest'ultima è una lezione fondamentale che, di nuovo (si pensi alle guerre di religione), dobbiamo imparare". (di Paolo Martini) 

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