(Adnkronos) - Esistono campioni che restano scolpiti nel tempo per le loro imprese sportive, e altri che diventano leggenda per ciò che hanno saputo compiere anche lontano dai traguardi ufficiali. Nei giorni in cui si susseguono le tappe della Corsa Rosa, giunta alla 109/a edizione, a ottant’anni dalla sua ultima vittoria del Giro
d’Italia, e in occasione dell’Anno Giubilare di San Francesco a 800 anni dalla sua morte, Gino Bartali torna a correre tra le pagine di “Un uomo per bene. Lo spirito carmelitano e francescano di Gino Bartali” (Edizioni Francescane Italiane), il nuovo libro del giornalista sportivo Sergio Meda, in libreria da oggi, che sarà presentato in anteprima nazionale al Salone del Libro di Torino, venerdì 15 maggio alle ore 15.00 (Stand Uelci Media Cei, Padiglione Oval). All'incontro torinese, insieme all'autore, interverranno monsignore Domenico Sorrentino e il giornalista Riccardo Barlaam, con un contributo video di Francesco Moser che firma la prefazione.
«Il primo incontro con Gino Bartali coincide con il mio debutto alla «Gazzetta dello Sport» pochi giorni dopo l’assunzione al giornale. Mi mandarono alla Sei Giorni di Milano, dove Bartali mi aspettava nel parterre. Era il 1973. Gino mi guardò stupito: non mi aveva mai incontrato in precedenza né aveva sentito parlare di me; gli sembrò strano che mandassero uno sconosciuto a parlare con lui. Debuttai malamente, dicendogli «signor Bartali…» e mi rampognò con un secco: «Nel ciclismo ci diamo tutti del tu, non esistono le cerimonie», racconta l’autore Sergio Meda.
Il volume scende nel profondo della "vis polemica" di Ginettaccio per trovarvi un’anima carmelitana e francescana, guidata dai valori semplici e solidi della lealtà e dell'onestà. È il ritratto di un uomo di fede che, nel buio della Seconda guerra mondiale, si fece staffetta umanitaria, da Firenze ad Assisi, per salvare gli ebrei perseguitati. In contatto con mons. Giuseppe Placido Nicolini, vescovo di Assisi, e con don Aldo Brunacci e padre Rufino Niccacci, Gino trasportava documenti falsi nascosti nel telaio della sua bicicletta, prodotti dalla tipografia Brizi di Assisi. In questo modo contribuì a mettere in salvo almeno 800 ebrei, che grazie a quelle identità di copertura trovarono rifugio e scampo dalla deportazione nazifascista. "Il bene si fa, ma non si dice" era il suo mantra, una filosofia di vita che lo portava ad agire nell'ombra per salvare vite umane, con la stessa determinazione con cui sfidava Coppi sulle vette più impervie.
Un antifascista silenzioso, coerente e fedele alla propria coscienza, capace di trasformare la bicicletta - simbolo di fatica e competizione - in strumento di libertà e salvezza. Quella libertà che lo aveva portato, nel 1936, a presentarsi a Palazzo Venezia davanti a Mussolini in abiti casual, con il distintivo dell'Azione Cattolica ben visibile al bavero e senza camicia nera, rifiutando le pressioni di chi voleva costringerlo a tesserarsi al Partito. Anche le minacce di sospensione dalle corse e il ritiro del passaporto non riuscirono a piegarlo: fu la sua popolarità a difenderlo e dargli coraggio e forza.
Nel libro scorrono le testimonianze di grandi firme del giornalismo, di parenti, di chi lo ha conosciuto da vicino. Sulle pagine del Corriere della Sera, Indro Montanelli scrive: "Bartali è il De Gasperi del ciclismo, non perché appartenesse allo stesso partito politico, ma perché è fatto della medesima stoffa umana. Non è 'un campione, è 'il' campione, l'unico che concepisca la corsa come una missione sacerdotale cui occorre sacrificare ogni altra attività e diletto”.
E ancora, Gianni Mura: "Bartali era antifascista per cultura, una cultura contadina, pratica, non derivata dai libri. Il suo cattolicesimo profondamente radicato sapeva dirgli cosa è bene e cosa è male. Da uomo onesto non sopportava i prepotenti, quindi era umanamente incompatibile con il fascismo". Toccanti le parole del figlio Andrea: "Quando montava in sella era un tutt'uno con la bici, che adorava al punto di portarsela in camera da letto per timore che qualcuno la potesse manomettere. Ci parlava, la curava: era la sua vita, il suo strumento di lavoro."
A rendere ancora più vivo questo racconto è la prefazione di Francesco Moser, che ricorda un Bartali inedito: non un monumento distante e nostalgico, ma una presenza confortante, capace di incoraggiare i giovani talenti: «Quando anch’io cominciai a correre, mi trasferii in Toscana, regione che mi ha tenuto a battesimo, e Bartali ebbi modo di vederlo spesso. Si informava sui giovani talenti, ne discuteva con Vannucci, il Ds del Bottegone di Pistoia per cui ho corso per un paio d’anni da dilettante. Ricordo che, al via di una corsa, Bartali si avvicinò per dirmi: “Non ho consigli da darti, tu hai la mentalità giusta, non ti arrendi mai”. Alcuni giovani ciclisti ne avevano soggezione: per loro era un monumento; io, invece, lo consideravo un ottimo esempio, anche perché non faceva come altri, un po’ tromboni, che non si dimenticavano mai di dirti: “Ai miei tempi…”. Frequentava spesso le corse minori, spesso dava il via, era una presenza confortante in una terra dove la passione per il ciclismo dovevi tenerla a freno».
Nella postfazione mons. Domenico Sorrentino riflette sulla figura più profonda e meno nota di Gino Bartali, andando oltre il mito sportivo. Accanto all’eroe delle due ruote e al “Giusto tra le Nazioni” per l’aiuto prestato agli ebrei perseguitati durante la Shoah, emerge un uomo di fede intensa e riservata, che scelse di non raccontare né le sue opere di carità né il suo impegno spirituale. Nel percorso del Museo della Memoria di Assisi, ideato e curato da Marina Rosati, la cappellina privata di Bartali diventa simbolo di questo “oltre” interiore: una fede vissuta nel silenzio, fonte nascosta della sua forza morale e delle sue scelte coraggiose. Il saggio contribuisce così a restituire l’unità della sua persona, mostrando come sport, solidarietà e spiritualità siano stati per Bartali espressione di un’unica, profonda vocazione umana e cristiana.
Sergio Meda, milanese, debutta a La Gazzetta dello Sport nel 1973. Nel 1982 lascia il Gruppo Rizzoli per fondare, con Beppe Viola, Magazine, agenzia di comunicazione. Di nuovo in Gazzetta a metà anni Novanta, all’ufficio stampa degli eventi rosa, in particolare al Giro d’Italia, e sino al 2009. Da allora si occupa di corsi di giornalismo e scrittura creativa, oltre a pubblicare libri di argomento sportivo.
