E' appena arrivato nelle librerie un interessante saggio storico dal titolo 'La scomunica ai Comunisti. Protagonisti e retroscena nelle carte desegretate del Sant'Offizio', edito dalla San Paolo. La ricerca alla base del libro, spiega all'Adnkronos il suo autore, Cesare Catananti, medico, già direttore generale del Policlinico 'A. Gemelli di Roma e docente di Storia della Medicina, scaturisce "dall’esigenza di capire le profonde ragioni di quell’atto che fu veramente forte.

Perché se è vero che la Chiesa , sin da i tempi di Pio IX, aveva ripetutamente condannato la dottrina comunista , ora, e per la prima volta, venivano colpiti i singoli che, 'scienter et libere' (consapevolmente e liberamente, ndr), la professavano, la diffondevano, la propagavano". "Con l’apertura degli archivi del pontificato di Pio XII finalmente - aggiunge Catananti - è stato possibile ricostruire su base documentale quanto realmente accade. Superando così la fase delle ipotesi e ricostruendo l’intero iter della decisione".
Cosa emerge da quelle carte? "Credo si possa affermare - spiega l'autore - che la scomunica fu figlia del confluire di più flussi di eventi che nel corso di un secolo hanno attraversato la Chiesa di Roma. Certamente l’esigenza originaria era quella di dare linee guida al clero nella 'gestione' delle fattispecie in cui un comunista avesse voluto partecipare a determinati riti o avesse chiesto l’accesso ai sacramenti. Tra vescovi e parroci non c’era uniformità di approccio". "Tutt’altro. Ma c’era - precisa lo scrittore - qualcosa di molto più rilevante dietro quel decreto: la reazione, sentita come obbligata, a quanto stava accadendo ad Est. E cioè la violenta repressione dei rappresentanti della Chiesa di Roma con il preciso obiettivo di creare Chiese locali al servizio del Regime. In Vaticano, si aveva chiara la consapevolezza che il bolscevismo puntava al cuore della Chiesa cattolica. Non solo ridimensionarla ma annullarla. La lotta al comunismo fu , quindi, vissuta come una guerra per la sopravvivenza".
C’era anche il timore che in Italia i comunisti prendessero le armi? "Assolutamente sì", risponde Catananti, "le informazioni di cui disponeva la Santa Sede - ricorda - facevano vedere questo pericolo come reale e non solo teorico. E i documenti degli Archivi di Mosca e del Pci, confermano che il rischio ci fu. Un rischio che avrebbe fatto diventare il Vaticano una possibile enclave di un oltrecortina italiana. Questa era la realtà. E questo fu lo scenario che pesò sulle decisioni di Pio XII e del Sant’Uffizio". C'era, però anche la forte voglia di appoggiare la Dc? "Il comunismo e il Pci - risponde l'autore - andavano chiaramente contrastati. E di conseguenza ne derivava un appoggio alla Democrazia Cristiana. In questo contesto va anche vista l’insofferenza e l’irritazione del Sant’Uffizio e del Papa verso i cattolici comunisti considerati come quinte colonne del PCI. La polemica con questo gruppo anche se non determinante nella decisione che sarebbe stata presa, agì da additivo nello scaldare gli animi dei cardinali".
Il decreto raggiunse i risultati che si era prefisso? "No. I risultati auspicati - dichiara - non si raggiunsero. Le fattispecie applicative si dimostrarono particolarmente intricate e complesse e la confusione fu grande. E così ogni Vescovo andò per la sua strada. Fu sottovalutato, (anche dagli stessi comunisti) la specificità del tessuto sociale italiano. Quel mix nostrano di laicismo e religiosità. Anche se iscritti al Pci diventava difficile per molti rinunciare a riti e tradizioni religiose ( battesimo, funerali, cresima, matrimonio in chiesa...) che facevano parte delle loro radici. E le polemiche, e nel libro gli esempi sono tanti, non mancarono".
"Di fatto - riferisce - molti episcopati seguirono rotte diverse. Lo 'scienter et libere' con cui, secondo lo stesso decretum, andava valutata l’intima adesione alle teorie comuniste fu la via di fuga per tanti. E, poi, come osservò il cardinale Siri non si potevano condannare quelli che aderivano al comunismo 'per la fabbrica dell’appetito..'. Per quanto riguarda, infine, il peso esercitato nelle competizioni elettorali è un dato di fatto che negli anni a seguire ci fu' una decrescita dei consensi della Dc e un aumento per il Pci".
E infine, quel decreto fu quindi un errore? "Tutto - ricorda Catananti - va contestualizzato. Troppo facile ex post lasciarsi andare a giudizi. E non è questo il compito dello storico. Con onestà va ammesso che in quelle precise condizioni 'storiche', a Pio XII e a buona parte della Curia apparse inevitabile quel tipo di discesa in campo. Se errore fu, fu inevitabile date quelle circostanze. Mi consenta anche di sottolineare come quel decreto a forte caratura religiosa può anche essere visto in un percorso 'spirituale' che nel '50 si arricchì delle cerimonie dell’Anno Santo, della proclamazione del dogma dell'Assunzione di Maria e dell'annuncio del ritrovamento della tomba di San Pietro". "Un clima generale, quindi, che nella visione di Pio XII - conclude l'autore - avrebbe esaltato il credo dei fedeli convinti e dei tiepidi, aiutando le pecorelle smarrite a ritrovare la giusta strada" .
