Fuksas: "La guerra è il contrario dell'architettura che è rappresentazione della pace"
Il sito "il Centro Tirreno.it" utilizza cookie tecnici o assimiliati e cookie di profilazione di terze parti in forma aggregata a scopi pubblicitari e per rendere più agevole la navigazione, garantire la fruizione dei servizi, se vuoi saperne di più leggi l'informativa estesa, se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.
14
Sab, Mar

Abbiamo 1614 visitatori e nessun utente online

Fuksas: "La guerra è il contrario dell'architettura che è rappresentazione della pace"

Cultura
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

Distruggere i beni culturali significa colpire al cuore della civiltà e ogni guerra porta, oltre a quelli per le vittime, lutti anche di questo tipo. Mentre l’arte, e in particolare l’architettura, secondo Massimiliano Fuksas, “rappresentano la pace”.

- Massimiliano Fuksas (Fotogramma)
- Massimiliano Fuksas (Fotogramma)

 

Di ritorno, soltanto alcuni giorni fa, da Gelendžik, città russa sul Mar Nero, l’architetto parla con l’Adnkronos degli effetti collaterali della guerra, che spesso colpisce le opere d’arte delle città bombardate - esempi di attacchi deliberati a parte, “come quelli di Palmira, in Siria, distrutta dall’Isis, o, prima ancora, quelli talebani con la dinamite ai Buddha di Bamyan, in Afghanistan”.

“Essendo ‘costruzione’ - spiega - l’architettura è il contrario della distruzione ed è esempio di pace. Le uniche testimonianze architettoniche della guerra sono rappresentate dai bunker. Spesso – aggiunge – chi colpisce un’opera d’arte lo fa per colpire l’uomo, la sua rappresentazione. Quanto alla guerra in atto, non ho paura soltanto per l’Ucraina o per i paesi baltici, ma temo per tutti...”.

“A Gelendžik - racconta Fuksas – siamo arrivati per inaugurare un nuovo aeroporto nel momento esatto ‘di frattura’, poco prima che le cose avvenissero: a 200 km dalla Crimea ho trovato il silenzio prima dell’uragano. Dal mio hotel, piazza Santo Isacco era l’emblema di una città vuota, in attesa di qualcosa che non sappiamo. Perché l’essere umano non sa quello che succede e i commenti che ho sentito, anche a pochi chilometri dal terreno di guerra, non danno la valutazione di ciò che stava succedendo. Quella russa è una cultura che ha radici lontane dalle nostre ed è pertanto poco comprensibile. Io sono di origine lituana, la lingua di questo Paese Baltico proviene dal sanscrito, ed è dunque lontana e difficile da decifrare: in quelle culture è contemplata la convivenza del bene con il male, non semplicemente la loro contrapposizione a cui facciamo riferimento in Occidente. La Russia, e anche la Cina, dove abbiamo degli studi, sono Paesi straordinari, ma restano mondi lontani e sconosciuti”.

(di Cristiano Camera)

Author: RedWebsite: http://ilcentrotirreno.it/Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.