Fondi pensione e fisco semplice, così i capitali privati sostengono la crescita della Svezia
Il sito "il Centro Tirreno.it" utilizza cookie tecnici o assimiliati e cookie di profilazione di terze parti in forma aggregata a scopi pubblicitari e per rendere più agevole la navigazione, garantire la fruizione dei servizi, se vuoi saperne di più leggi l'informativa estesa, se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.
03
Mer, Giu

Abbiamo 1616 visitatori e nessun utente online

Fondi pensione e fisco semplice, così i capitali privati sostengono la crescita della Svezia

Economia
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

(Adnkronos) - Vista da Stoccolma, la nostra economia - di sicuro nella puntuale descrizione di questi giorni fatta dalla Banca d'Italia - ha una impostazione squilibrata, se l'obiettivo è quello dichiarato di stimolare crescita e mercato dei capitali. Nei bilanci delle nostre banche, infatti l'ammontare di titoli di Stato (investimento

passivo per definizione) è aumentato a 686 miliardi, la ricchezza delle famiglie - salita a 12.326 miliardi - vede la quota in mano agli under 36 crollare all'8% mentre la presenza dei fondi pensione (pur con le novità in arrivo da luglio) non riesce a dare una scossa al mercato dei capitali e raccoglie solo il 5,3% della ricchezza finanziaria.  

Eppure secondo Mario Draghi - che ad Aquisgrana ha lamentato come "oggi, metà del capitale investito attraverso fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove rischi e rendimenti sono maggiori" - basterebbe guardare al modello svedese per trovare una soluzione in grado di stimolare investimenti e quindi competitività. Nel momento in cui l'Ue - alla disperata ricerca di competitività - prova ad accelerare sull'Unione dei risparmi e degli investimenti, Stoccolma rilancia la propria esperienza, che mescola pragmatismo e un pizzico di utopia e che può essere imitata (la Polonia lo ha già fatto l'anno scorso) anche se necessariamente adattata. Qui, quasi la metà della ricchezza finanziaria delle famiglie (per l'esattezza il 47%) è investito in azioni o fondi diversificati: soldi che alimentano la crescita delle aziende, producono dividendi e rafforano i patrimoni dei singoli a livelli inimmaginabili per chi in Italia - da sempre - punta solo sulle rendite dei titoli di Stato o, peggio ancora, li lascia fermi nei conti correnti bancari a tasso zero (1374 miliardi, sempre secondo Via Nazionale). 

Il segreto è in tre lettere: Isk, letteralmente Conto di Investimento e Risparmio, introdotto nel 2012, con l'obiettivo di semplificare la vita dei contribuenti e invogliarli a partecipare al mercato dei capitali. L'Isk infatti non prevede imposte sui dividendi e sulle plusvalenze, ma quattro volte l'anno applica un prelievo basato una base di capitale calcolata sommando gli attivi presenti sul conto (fondi e azioni) e i depositi. Dal calcolo vengono escluse 150 mila corone, mentre sul resto si applica lo 0,888%. Come se non fosse già abbastanza favorevole ai contribuenti, l'esenzione fiscale dal 2027 salirà a 300 mila corone (circa 28.800 euro), oltre le quali si applicherà una aliquota dell'1,065%. 

Qualcosa del genere - a quanto si legge - sarebbe allo studio anche nel nostro paese, dando attuazione alla Raccomandazione Ue 2025/2029: si tratta di Conti di Risparmio e Investimento (Saving and Investiments Accounts, SIA), pensati per piccoli risparmiatori con procedure semplificate e un trattamento fiscale agevolato. Bruxelles non nasconde il desiderio di arrivare a una armonizzazione e una 'trasportabilità' di tali strumenti tra Paesi diversi: una prospettiva nella quale studiare e valutare l'esperienza svedese diventa importante. 

L'Isk è un conto non vincolato, coperto dalla garanzia statale sui depositi, alimentato anche - e qui c'è un elemento chiave - dalle scelte del contribuente in materia pensionistica. Investire in un Isk è infatti vantaggioso per la previdenza complementare perché permette di evitare l'imposta del 30% sulle plusvalenze su azioni o fondi. Escluse forme pensionistiche private o legate alla propria occupazione, in Svezia il contributo fisso al sistema pensionistico è pari al 18,5% della retribuzione. Di questo, il 16% è allocato in automatico a coprire la spesa generale, mentre la gestione del rimanente 2,5% - la cosiddetta pensione 'premium' - è affidata alle scelte dei singoli lavoratori che possono scegliere come investirlo in un numero elevatissimo di fondi. Se non si fa nessuna scelta, lo Stato provvede a dirottare queste somme nel fondo più grande, AP7, che da solo ha asset in gestione per 1530 miliardi di corone (quasi 150 miliardi di euro), di cui il 90% è investito in azioni e strumenti a reddito variabile. L'idea di fondi pubblici che si muovono sui mercati dei capitali per ottimizzare i rendimenti risale addirittura agli anni Sessanta, quando fu chiaro che il finanziamento delle pensioni dei baby-boomers avrebbe richiesto l'accumulo di riserve consistenti.  

Ma la ricaduta è stata anche di carattere 'culturale': infatti attraverso l'Isk, gestibile via cellulare, il contribuente ha facilmente accesso al rendimento della propria posizione ed è invogliato a partecipare al mercato dei capitali. Il risultato è che da solo il sistema previdenziale ha in portafoglio asset pari al 171% del Pil svedese (la media europea è al 30%), mentre il 70% delle famiglie detiene quote di fondi di investimento. 

Somme ingentissime che in altri tempi sarebbero state gravate da prelievi fiscali 'pesanti' e che invece oggi sono al servizio dell'economia svedese. "E' difficile avere un capitalismo senza capitalisti - spiega Nyklas Wykman, viceministro delle Finanze e responsabile dei Mercati Finanziari - O meglio, diciamo che non si può avere un mercato dei capitali senza i capitali" e quello svedese "è un sistema semplice ed equo che oggi non distrugge l'accumulo di capitali".  

Per certi versi - ammette - "partire da un livello di tassazione molto elevato, come quello che avevamo in passato, ci ha dato un certo vantaggio, perché i benefici che offriva il nuovo modello ha reso per le famiglie molto interessante detenere azioni anziché mantenere i soldi in banca. In più è anche molto semplice: si ci deve essere un carico burocratico deve gravare sulla parte professionale e non sui cittadini". "Qualcuno potrebbe dire che questo sistema, creato a suo tempo da un governo conservatore, sia un progetto di centro-destra. E invece - ricorda - due delle tre più grandi riforme che lo hanno plasmato, dal taglio delle aliquote all'eliminazione delle tasse su donazioni e successione, sono state fatte dai socialdemocratici"  

Peraltro Wykman, del partito Moderato, come il premier Kristersson, pone l'accento sulla responsabilità mostrata in questo processo da parte di tutte le forze sociali, inclusi i sindacati. "Da svedese ammetto di non capire come in Europa le rappresentanze dei lavoratori possano non essere a favore di un modello pensionistico come il nostro, sostenuto dai fondi. Da noi imprenditori e sindacati agiscono come in una joint venture. Senza contare che così non sono solo i più ricchi o quelli con le conoscenze finanziare più solide a trarre vantaggio del mercato: i benefici del mercato dei capitali ricadono su tutti i lavoratori. Quindi diciamo che i sindacati europei potrebbero sostenere un copia e incolla del modello svedese, perché renderebbe i lavoratori più importanti nella gestione dell'economia". 

E' d'accordo con lui Adam Kostyál , presidente del Nasdaq Stockholm, una delle piazze finanziarie più vivaci di Europa (grazie anche all'apporto dei capitali privati): "Qui i sindacati sono molto 'allineati' con il mercato dei capitali e questo non sempre abbiene in Europa. Loro, così come i diversi governi nel tempo, hanno capito che la crescita avviene sul mercato". Da parte nostra - aggiunge - "possiamo contare su un'ampia base di professionisti che grazie alla concorrenza gestiscono gli investimenti con conti molto più bassi rispetto ad altre piazze". Gli fa eco Paolo Sodini - professore alla 'Stockholm School of Economics' - sottolineando come "anche se molti cittadini non conoscono gli strumenti finanziari, in Svezia c'è una quantità di prodotti a commissioni ridotte. Diversificare costa poco e rende molto". 

A stimolare gli investimenti dei privati d'altronde in Svezia si inizia da piccoli. Letteralmente. In tempi non sospetti - era il 1990 - al fianco di 'Aktiespararna', l'associazione nazionale degli azionisti, è cresciuta una divisione dedicata ai più giovani, Unga Aktiesparare, con il compito di divulgare in scuole e università il 'vangelo della Borsa' a chi a quell'età di solito pensa ad altro. Iscriversi costa poco più di 30 euro l'anno e al momento i circa 10 mila membri da 0 a 28 anni possono entrare in una comunità dove la cultura del rischio viene stimolata con webinar e incontri. "Facciamo circa 300 eventi l'anno a livello locale, più altri tre a livello nazionale - spiega Gustav Brished, uno dei responsabili dei progetti nei licei - Facciamo anche attività di lobbying a Bruxelles. Tuttavia, sia chiaro, non forniamo ai nostri iscritti consigli specifici su come investire".  

L'importante - è il messaggio - è iniziare presto. Non come in Italia , dove l'età media di singoli azionisti è salita a 51 anni e negli ultimi anni la quota della ricchezza detenuta dalle famiglie più anziane è quasi raddoppiata, raggiungendo il 32 per cento, mentre quella delle famiglie più giovani è scesa dal 13 al 4 per cento. Patrimoni 'anziani' - per così dire - e per definizione poco dinamici, mentre al nostro paese (come all'Ue) servirebbero capitali da mettere in circolo. Lo ha ricordato Panetta, lamentando che l’Unione Europea "ha un risparmio abbondante, ma non riesce a trasformarlo in investimenti produttivi". A Stoccolma un'idea per farlo ce l'avrebbero e, a quanto pare, funziona. (di Massimo Germinario) 

Author: RedWebsite: http://ilcentrotirreno.it/Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.