Banche, l'altra faccia del risiko: i clienti disorientati e il patrimonio della fiducia a rischio
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Banche, l'altra faccia del risiko: i clienti disorientati e il patrimonio della fiducia a rischio

Economia
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(Adnkronos) - Una volta, le banche erano un punto fermo. Presenti sul territorio in maniera capillare, con i loro marchi a rappresentare un elemento di fiducia che legava la clientela generando un rassicurante senso di appartenenza. La mia banca, il mio direttore, il mio consulente per gli investimenti. Oggi tutto questo non c'è

più, da tempo. Gli sportelli al pubblico sono sempre meno, la digitalizzazione ha fatto il suo corso, anche se i dati sulla diffusione dell'home banking, non proprio la più evoluta delle tecnologie, dicono che c'è ancora un problema reale di accesso ai servizi elementari del credito.  

Non è colpa solo della corsa alla riduzione dei costi, perché è la fisiologica evoluzione di un sistema e perché il processo del consolidamento che porta alle fusioni tra le banche serve a competere su una scala più larga e, almeno sui manuali di tecnica bancaria, a creare sinergie ed efficientamenti che dovrebbero finire proprio a vantaggio del cliente finale. Il problema, però, e si avverte con particolare evidenza quando si guarda alla progressiva desertificazione bancaria, ovvero la scomparsa degli sportelli e delle filiali fisiche sul territorio, è che gli stessi clienti finiscono a pagarne le conseguenze.  

Basta considerare qualche numero, che riguarda soprattutto le aree interne e i piccoli centri, ma che ormai si estende anche ai grandi agglomerati urbani. I dati della First Cisl, aggiornati al 31 marzo 2026, dicono che più di 11 milioni di persone e oltre 640mila imprese vivono e operano in territori senza filiali o con un solo sportello a disposizione. In questo contesto, si inserisce l'altra faccia del risiko bancario, il processo di aggregazioni che si compiono a colpi di offerte, rilanci e trattative infinite che le cronache finanziarie raccontano in queste settimane: il rischio concreto di lasciare sul terreno clienti disorientati e un ulteriore deterioramente del principale asset su cui potevano contare le banche: il patrimonio della fiducia.  

Perché le fusioni comportano anche transizioni lunghe e non sempre ordinate, che finiscono per lasciare indietro le esigenze di chi alle banche continua a chiedere, essenzialmente, servizi che funzionano. E si trovano, invece, sempre più spesso a dover fare i conti nella vita quotidiana con filiali che scompaiono, Iban e procedure che cambiano, referenti, fisici o solo virtuali, da inseguire. (Di Fabio Insenga) 

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