(Adnkronos) - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dovrebbe dimettersi e dovrebbe farlo ora, anche se il Paese è nel bel mezzo di una guerra contro Hamas e sta cercando di evitare un'escalation. Lasciando così all'ex
capo dell'esercito israeliano Benny ''Gantz l'incarico di premier e la guida di un governo tecnico''. E' l'analisi che fa all'Adnkronos il medico italo-israeliano Roberto Della Rocca, membro del partito sionista di sinistra Meretz, mettendo in guardia dal ''rischio di una rivolta popolare non violenta'' dopo la guerra se Netanyahu volesse ''rimanere attaccato alla poltrona''. Perché ''se non si dimette, immediatamente dopo la guerra ci sarà un movimento popolare che, in confronto, quello contro la riforma della giustizia sembrerà poca cosa''. Vi sarà ''una rivolta popolare che spero resti non violenta, uno sciopero a oltranza, un blocco totale dell'economia israeliana''.
Ma ''Bibi non ha nessuna intenzione di dimettersi'', afferma Della Rocca da Tel Aviv, ricordando che anche l'allora premier britannico Neville ''Chamberlain si è dimesso all'inizio della Seconda guerra mondiale e lo ha sostituito Churchill. Non ci sarebbe alcun problema se Netanyahu si dimettesse ora e fosse sostituito da un governo tecnico con Gantz premier''. Si tratta di un ''ex capo di Stato Maggiore, una figura moderata, sarebbe la persona giusta per guidare un governo di transizione'' e ''non un governo di guerra come c'è oggi, dove Gantz è entrato'', ma ad esempio ''è rimasto fuori Lapid'', il leader dell'opposizione che ha espresso solo sostegno esterno.
Intanto le crepe nel Likud cominciano a vedersi, come dimostrano le indiscrezioni stampa secondo le quali tre ministri del partito di Netanyahu sarebbero pronti a dimettersi. Nessuno sa chi siano, ma Della Rocca ipotizza che possa trattarsi della ministra dell'Intelligence Gila Gamliel, del ministro dell'Economia Nir Barkat e del ministro del Turismo Haim Katz. ''Se cadesse il governo, Netanyahu sarebbe obbligato a dimettersi'', ma ''ci sono tutti i segnali che indicano che lui voglia rimanere in carica dopo la guerra''.
In primis, Della Rocca cita la volontà del premier israeliano di creare ''una commissione di inchiesta governativa che, a differenza di una commissione di inchiesta nazionale, sarebbe legata ai politici e quindi influenzabile''. Il fatto che sia una commissione governativa, prosegue Della Rocca, significa che ''il premier sceglie chi la guida'' e ''può decidere di secretare alcuni dei risultati'' dell'indagine. Al contrario, ''la Corte suprema sarebbe responsabile di una commissione di inchiesta nazionale, che pubblicherebbe immediatamente i resoconti, potrebbe chiamare in giudizio, anche il premier e il capo di Stato maggiore, potrebbe anche incriminarli''.
Ma, afferma, ''ci sono tutti i segnali perché, dopo la guerra, il capo di Stato maggiore, il capo del Mossad e quello dello Shin Vet si dimetteranno dopo la fine della guerra''. Resta da vedere quanta pressione possa essere esercitata dall'interno del Likud su Netanyahu. In realtà, sostiene Della Rocca, ''il Likud non esiste più, esiste un partito bibilita. In tre, però, hanno avuto il coraggio, seppur a condizione di anonimato, di minacciare di andarsene''.
Invece, non se ne andranno la maggior parte dei ''circa 20mila italo-israeliani che vivono in Israele non lascerà il Paese''. Della Rocca ad Adnkronos afferma: ''Non lasceremo Israele. Sicuramente non lo faremo in un periodo di guerra. Perché in Israele le guerre uniscono, ne va della sopravvivenza israeliana''. E lo è ''anche in questo caso perché non possiamo permetterci di avere una organizzazione stile Isis a un minuto di distanza a piedi dai kibbutz del sud di Israele''. Perché ''siamo stati disattenti per un attimo e abbiamo avuto 1.400 trucidati, compresi donne e bambini''.
Della Rocca vive ora a Tel Aviv, in un appartamento in un grattacielo con finestre dotate di lastre d'acciaio a scomparsa e una porta ''con la gomma attorno, un sistema di filtraggio dei gas''. Ha due figli, entrambi riservisti, di cui uno abita a Sderot. ''Sono arrivato in Israele il 12 febbraio 1979 a 22 anni e sono andato a vivere in un kibbutz di frontiera al confine con il Libano'', ricorda, spiegando che nella sua vita ha trascorso 22 anni in Italia e 44 in Israele. ''Non penserei mai di andarmene, di lasciare qui i miei figli. Anche loro hanno doppia cittadinanza, ma sono nati qui'', spiega.
''La maggior parte dei 20mila italiani in Israele hanno la doppia cittadinanza, molti sono venuti a vivere qui perché ebrei o perché hanno sposato un cittadino israeliano'', spiega, aggiungendo che un discorso a parte meritano i cattolici, i religiosi, le suore e i preti italiani. Quindi, stima, ''forse solo un terzo degli italiani in Israele lascerà il Paese se la situazione dovesse peggiorare, ma non di più''.
