(Adnkronos) - Il rischio di un attacco diretto iraniano a Israele "è molto basso", perché a Teheran prevalgono "cautela e codardia". Soprattutto la Repubblica islamica non vuole "mettere a repentaglio i piani egemonici" che ha
nella regione e che persegue attraverso i suoi proxies, come Hezbollah e gli Houthi. Piani che avrebbero messo nel mirino anche la Giordania. E' la convinzione espressa da Yigal Carmon, presidente e cofondatore del Middle East Media Research Institute (Memri), mentre resta alto l'allarme per una possibile rappresaglia iraniana al raid di una settimana fa attribuito agli israeliani contro il consolato della Repubblica islamica a Damasco, costato la vita al generale Pasdaran Mohammed Reza Zahedi.
"Nel corso degli anni, le politiche del leader supremo iraniano Khamenei hanno mostrato una combinazione di cautela e codardia - sostiene Carmon, parlando con l'Adnkronos - Solitamente, la reazione della Repubblica islamica agli attacchi israeliani e/o americani è di escalation quando Teheran crede che l’avversario sia debole e di indifferenza quando nota che l’avversario è pronto alla guerra".
Se "il piano a lungo termine della Repubblica islamica è quello di trasformare gradualmente l’intera regione ed espandere la propria egemonia attraverso i propri proxies - osserva l'analista israeliano che aveva previsto l'attacco del 7 ottobre di Hamas - un attacco contro Israele sarebbe troppo rischioso e Teheran non vuole mettere a repentaglio la possibilità di perseguire i propri piani egemonici".
Carmon ricorda che "anche dopo l’uccisione di Soleimani, l’Iran aveva detto che la vendetta sarebbe stata quella di mandare via la presenza americana dalla regione, che è un piano strategico a lungo termine e non immediato".
Secondo il presidente di Memri, "l’attacco di Israele è in reazione all’attacco su Eilat da parte degli Houthi, longa manus dell’Iran: Israele ha pertanto voluto dire all’Iran che è stufo del gioco iraniano dei proxies. La dimostrazione di forza da parte israeliana non causerà un attacco iraniano immediato".
La previsione di Carmon è dunque che "Teheran seguirà il proprio piano egemonico indisturbata e passerà al prossimo obiettivo: destabilizzare la Giordania. L’Iran sta tentando di rovesciare la monarchia e trasformare la Giordania in uno Stato simile all’Iraq e al Libano, dove i sono i proxies iraniani a gestire il potere". "Nel caso della Giordania - è la sua ipotesi - l’Iran vuole che la presenza dei Fratelli Musulmani, Hamas e Jihad Islamica prenda il sopravvento. In quel caso, Israele avrebbe un vero problema al proprio confine".
Il presidente di Memri parla poi del ritiro militare israeliano dal sud di Gaza, che "non è legato all’Iran: sembra invece che sia legato alla preparazione di un’operazione a Rafah. L’idea sarebbe di spostare la popolazione da Rafah a Khan Younis per poter iniziare un’operazione su larga scala a Rafah".
"Sicuramente, stiamo rispondendo anche alla pressione americana, che ha chiesto a Israele di presentare un piano pratico - ammette quindi l'analista israeliano - E questo è il piano a cui Israele sta pensando". Israele "dopotutto non può fidarsi dell’Egitto, che negli anni non ha fatto molto per fermare il contrabbando di armi da Rafah: se Israele non prende il controllo di Rafah, migliaia di missili continueranno ad entrare dall’Egitto".
Carmon si dice infine sicuro che Hamas sarà sconfitto, "certamente lo sarà, come lo sono stati il nazismo e il fascismo". E Hamas lo si può sconfiggere "rendendo il movimento sempre più piccolo e ininfluente". "E’ importante quindi tagliare le risorse finanziarie ad Hamas, che provengono dal Qatar. Ogni missile, ogni terrorista, ogni munizione, ogni pezzo di equipaggiamento militare, ogni tunnel è stato finanziato dal Qatar", conclude.
