(Adnkronos) - “Meglio tardi che mai, le dimissioni di Yermak sicuramente indeboliscono Zelensky", ma il presidente non poteva più ignorare le richieste che arrivavano dalla gente ma anche dai suoi ministri e dagli esponenti del suo
"Sicuramente Zelensky esce indebolito, lui si fidava ciecamente di Yermak", dice l'ex ambasciatore, parlando con l'Adnkronos e sottolineando come, se da una parte vanno riconosciuti al presidente il coraggio, le doti di comunicatore e il carisma, d'altro canto bisogna ammettere che "è troppo poco interessato alla gestione quotidiana del potere e la conseguenza di questo è l'aver delegato troppo potere al capo del suo staff, non a caso ribattezzato 'cardinale Richelieu'". Il suo posto, come capo negoziatore, è stato assegnato a Rustem Umerov, una 'promozione' già contestata a Kiev, dove si sottolinea come ancora una volta Zelensky preferisca la fedeltà al capo piuttosto che la competenza. "Già ministro della Difesa, è stato anche lui sfiorato dagli scandali, ma mi aspetto che sia meno accentratore di Yermak", commenta Zazo.
In questo contesto, secondo l'ambasciatore, il presidente americano "di certo ne approfitterà per cercare di rafforzare la pressione su Zelensky perché accetti una pace ingiusta". Ma difficilmente il presidente ucraino cambierà il corso del negoziato, perché "le linee rosse restano: no al ritiro dal Donbass", perché se cedessero "le formidabili fortificazioni" a Kupyansk e Kramatorsk, che hanno iniziato a costruire nel 2014 e che resistono da quattro anni, le forze russe potrebbero dilagare in direzione delle grandi città.
L'altra linea rossa, spiega Zazo, "è il no alla smilitarizzazione dell'esercito: l'Ucraina sa che non può entrare nella Nato, le garanzie di sicurezza che sono state proposte sulla base dell’art.5 della Nato sono abbastanza vaghe, e dunque un esercito forte è l'unico deterrente veramente credibile". Quello che Zelensky può accettare "è una tregua lungo l'attuale linea del fronte, la cessione de facto ma non de jure di quello che i russi hanno già occupato, e nessun limite all'esercito". Che è poi quello che è contenuto nella 'controproposta' europea in 19 punti in cui viene specificato che il negoziato per l’eventuale cessione e scambio di territori potrà iniziare solo dopo il raggiungimento di una tregua. Si tratta della risposta al piano Trump in 28 punti, "estremamente sbilanciato, con decisioni riguardanti Ue, Nato e G7 prese senza che nessuno dei Paesi membri venisse consultato".
Bene hanno fatto gli europei a intervenire, "annacquando il piano", sottolinea ancora Zazo, convinto però che anche domani, quando Umerov vedrà a Miami l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, non si uscirà dallo stallo. "La guerra finirà solo quando lo deciderà Vladimir Putin, che punta al progressivo disimpegno degli Stati Uniti, che vorrebbero dedicarsi al contenimento della Cina, e a mantenere un buon rapporto con Trump, che lo ha fatto uscire dall'isolamento", ribadisce l'ex ambasciatore a Kiev. Convinto che gli europei, a differenza di chi crede non abbiano carte da giocare, possano azionare leve importanti: "La confisca degli asset russi congelati in Europa sono un'arma potentissima su cui i 27 saranno obbligati a trovare un accordo individuando un meccanismo compatibile con la stabilità dei mercati finanziari internazionali, evitando un esproprio in violazione del diritto internazionale. E poi c'è la questione delle armi americane da destinare a Kiev che gli europei sono pronti a pagare, un’opzione che a Trump può andare bene per non far perdere i profitti all'industria della difesa".
