Franco Battiato - l'uomo dell'isola dei giardini
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Dom, Lug

Franco Battiato - l'uomo dell'isola dei giardini

Il senso della vita
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Franco Battiato - l'uomo dell'isola dei giardini
Franco Battiato - l'uomo dell'isola dei giardini

 

Fuma una tazza di thé bollente, fuma una pipa e tra i vapori, i calori che salgono in aria, tra i loro ghirigori vi è un mondo labile, impercettibile, sottile che vive ed uno denso, compatto e quest'ultimo appare più evidente…

Tanti sono gli interrogativi che parrebbero irrisolti ed irrisolvibili per chi non vuol rendersi puro in anima…

Non tutto sempre si può dire, pare che l’essenziale debba essere sottaciuto è scoperto personalmente al momento giusto… Mai dimenticare il mistero dell’esistenza che ci avvolge e ci attanaglia!

Salomone chiese come beni supremi sapienza e scienza… Armi che non arrecano danni a sè stessi e a terzi, ma aiutano la difficile arte del vivere e bene…

Le epopee aiutano da sempre lo svolgimento del vivere. Vi sono tanti livelli di verità, gradi e supreme verità.

Oggi ci accosteremo ad un sommo libro che spinge il ricercatore di verità a circoscrivere il proprio campo di azione, ma aiuta a percorrerlo in profondità.

Spesso infatti si cerca, ma per cercare o ancor meglio per trovare, bisogna delineare quale è il fulcro della propria ricerca, per interrompere di zizagare, girovagare, perdersi nel nulla… Essere un turista per caso… Nel mondo… del mondo...

Dal retro di copertina de: "L'epopea di Gilgameš": “Con Gilgameš, almeno millecinquecento anni prima di Omero, si manifesta la figura dell’eroe nella letteratura, una volta per sempre. Campeggiante tra cielo e terra, confitto in una macchina cosmica che appunto in Mesopotamia venne perfezionata, è la prima voce del singolo che ci parla. Per due terzi divino, per un terzo umano, Gilgameš re di Uruk vuol ciò che vorranno tutti gli eroi: vincere il mostro. Ma l’eroe evoca naturalmente un doppio, un rivale che diventerà il compagno per eccellenza: e allora appare Enkidu, l’uomo che lascia la vita selvaggia per seguire l’eroe e trovare la morte.

I mostri che i due amici avevano ucciso insieme non erano dunque soli, né i più forti. Dietro di essi, si propone un’altra sfida la morte. Così Gilgameš affronta, oramai solo, l’impresa di là da ogni impresa: la conquista della immortalità.

Tutti gli episodi di questa epopea - i viaggi, gli scontri, le seduzioni, gli inni, i lamenti - rimangono un modello per ogni letteratura. Ogni volta che qualcosa di simile ci viene raccontato, sentiamo dall’oscurità la voce di Gilgameš, il “re che conosceva i paesi del mondo”. E ricordiamo:

“Egli era saggio: vide misteri e conobbe cose segrete: un racconto ci porlò dei giorni prima del diluvio. Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando ritornò, su una pietra l’intera storia incise”.

In Gilgameš si trovano quei motivi interiori che solo alcuni singoli che tentano di individualizzarsi, azzardano. Si scorgono fra le note i temi del destino e predestinazione… Argomenti che sfuggono da sempre ai molti…

Gilgameš dopo aver ucciso i mostri, lui divino per due terzi ed umano per un terzo, bellissimo, saggio, forte, dai sentimenti intensi affronta da solo il grande viaggio per raggiungere l’immortalità non più restare immortale come ricordo tra gli umani, ma vincere la morte e così dopo un estenuante viaggio, narra le sue vicende a Utnapostim e chiede:

“Oh, padre Utnapistim, tu che sei entrato nel consenso degli dei, voglio interrogarti sui vivi e sui morti, come potrò trovare la vita che sto cercando?”. Utnapistim rispose: “Nulla permane. Costruiamo forse una casa che duri per sempre, stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un’eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle piene? Solo la ninfa della libellula si spoglia della propria larva e vede il sole nella sua gloria. Fin dai tempi antichi, nulla permane. Dormienti e morti, quanto sono simili: sono come morte dipinta. Che cosa divide padrone e servo quando entrambi hanno cambiato il proprio destino? Quando gli Anunnakku, i giudici, si radunano e anche Mammetum madre dei destini, assieme decretano i fati degli uomini. Vita e morte assegnano, ma non rivelano il giorno della morte”.

Allora Gilgameš disse a Utnapistim, e il tuo aspetto non è diverso dal mio; nulla di strano c’è nelle tue fattezze. Credevo di trovarti come un eroe preparato alla battaglia, invece te ne stai a tuo agio sdraiato sulla schiena. Dimmi in verità, come facesti a entrare nella schiera degli dei e a possedere la vita eterna?”. Utnapistim disse a Gilgames: “Ti rivelerò un mistero, ti dirò un segreto degli dei”.

Eppure ci sono esseri che nascono e per loro natura si sentono agire tra sogno e realtà spinti da una forza cieca verso l’ignoto… Un richiamo lontano che ha effetti pure sul corpo, sulla mente, sul cuore… Ma non è lo psicologo o del prete di cui sentono bisogno, ma di un centro di gravità permanente… Di un lavoro sull’essere profondo, intenso che faccia uscire dalle tenebre, dalla foresta… Non si vede la luce, ma se ne sente il richiamo in sordina…

Ed eccoci a parlare del video di oggi: “Franco BATTIATO. L’uomo dell’isola dei giardini”. Il titolo del nostro video è anche il titolo di un libro scritto di recente da Guido G. Guerrera pubblicato dalle edizioni Minerva. “Poesia, pop, metafisica, misticismo e paesaggi d’Oriente infiammavano il cuore di chi si poneva in ascolto con la stessa deferenza che si usa per un rito sacro. La musica e le parole di Franco toccavano l’anima e questo sarebbe stato il miracolo che lo avrebbe accompagnato per sempre”.

Così si scrive nel risvolto di copertina: “Da Filippo Destrieri, storico tastierista, al giovane Giovanni Caccamo, da Antonio Ballista a Carlo Guaitoli. Tutti preziosi contributi che arricchiscono le pagine di questo libro dedicato al ricordo dell’artista siciliano: un Battiato colto con affettuosa attenzione nella sua quotidianità, raccontato sin dagli esordi della sua carriera e messo a fuoco da chi, come l’autore stesso, ha avuto la fortuna di frequentarlo.

Al realizzarsi del suo successo hanno contribuito personaggi di grande spessore professionale che, dopo averlo accompagnato nelle sue esperienze degli esordi, si sono mostrati decisivi per la sua formazione artistica. Ognuna di queste importanti presenze rivela i segni di una magica intesa con Franco che ha un denominatore comune e il cui nome è Amore. Amore per il lavoro inteso come passione e amore condiviso con tutte quelle persone che si sono raccolte intorno a lui, quasi calamitate da un incanto inspiegabile.

Condividere queste schegge di memoria con quanti lo hanno amato e continuano a farlo è allora per l’autore di questo libro, in cui non manca neppure una sezione dedicata al popolo dei social, un privilegio ed un onore immenso”.

Si legge il libro E al capitolo: Antonio Ballista La simbiosi perfetta nell’opera che si fa gesto” così si apprende ad un certo punto:

”Tuttavia il sodalizio con Battiato non è stato solo una fantastica avventura musicale, ma anche motivo di straordinario arricchimento interiore, una ricerca a quattro mani assolutamente peculiare legata all’esoterismo di Gurdjieff. Fui io a parlargliene per primo durante una vacanza trascorsa insieme a Santa Cristina in Valgardena. Avevo con me alcuni libri di Ouspensky, il relatore degli insegnamenti di Gurdjieff, che mi chieSe in prestito”…

Puntualizziamo noi del mondo di Eumeswil che Ouspensky fu allievo si di Gurdjieff, ma poi ne prese le distanze. Pertanto gli insegnanti di Gurdjieff seguono due linee non uguali: una Gurdjieff fedele agli insegnamenti del Maestro ed una linea Gurdjieff - Ouspensky. Questo si evince chiarimenti nero su bianco dalla lettura di “Frammenti di Un insegnamenti sconosciuto” libro scritto da Ouspensky è autorizzato da Gurdjieff nella pubblicazione e dove lo stesso Ouspensky scrive di decidere di proseguire il suo lavoro a Londra indipendentemente…

La figura di Monseigneur Gurdjieff è stata descritta dai suoi vari allievi ed ognuno di loro sulla base del proprio essere lo ha dipinto evidenziandolo con alcuni tratti anziché altri…

Sicuramente Gurdijieff era convinto della meccanicità dell’uomo, che l’essere umano già così com'è rappresenta un atoma e un essere dormiente. Necessità di essere svegliato da uno sveglio! Non dobbiamo dimenticare che il tema dell’automa era molto sentito a fine '800 primi '900 forse ancor più di ora che ci siamo calati in un sonno profondo avendo perso il senso di una vera e profonda spiritualità anzi spesso siamo molto confusi, siamo anime vaganti che non hanno neppure più il presentimento di un mondo sottile. Servirebbero davvero le trombe degli angeli celesti ed un buon otorino a sturarci le orecchie! Un mondo così rumoroso non avverte più i suoni sottili provenienti da un mondo lontano presente che opera su questo e tutti i mondi… Vi sono forze così nobili che non possono agire per il bene del nostro essere, se non concediamo loro il permesso… Se non prestiamo attenzione nei loro riguardi…

Monseigneur Gurdjieff convinto che l’uomo abbia non solo necessità di essere risvegliato, ma che sta pure decretando la sua stessa fine, mise appunto una serie di tecniche per aiutarlo all’arte del risveglio! Un’ardua impresa…

Sempre in "Frammenti" si apprende che l’insegnamento di Gurdjieff è cristianesimo esoterico e così si esprime nei confronti della sua scuola denominata quarta via che non è la via del fachiro, né del monaco, né dello yogi. La quarta via differisce dalle antiche e dalle nuove per il fatto che non è mai PERMANENTE, NON HA FORME DETERMINATE e NON ESISTONO ISTITUZIONI CHE LE SIANO CONNESSE. Essa appare e dispare secondo le leggi che le sono proprie.

La quarta via non può esistere senza un certo lavoro che abbia un senso ben definito, ed essa implica sempre una certa attività, che sola sostiene e giustifica la sua esistenza. Quando questo lavoro è compiuto, cioè quando lo scopo che si proponeva è raggiunto, la quarta via scompare; ben inteso, scompare da questo o da quel luogo, scompare in una forma data, per riapparire forse in un altro luogo e in un’altra forma. Le scuole della quarta via esistono per poter portare a compimento il lavoro relativo a uno scopo determinato. Esse non esistono mai per se stesse, come scuole aventi lo scopo di educare o istruire. “Nessun lavoro della quarta via richiede un aiuto meccanico. Solo un lavoro cosciente può essere utile in tutto ciò che viene intrapreso sulla quarta via. L’uomo meccanico non può fornire un lavoro cosciente, per cui il primo compito degli uomini che intraprendono tale lavoro è di assicurarsi degli assistenti coscienti.

Il lavoro stesso delle scuole della quarta via può assumere forme molto varie e avere significati diversissimi. Nelle condizioni ordinarie di vita, la sola occasione di trovare una “via” sta nella possibilità di incontrare un lavoro di questa specie al suo inizio. Ma l’occasione di incontrare un tale lavoro, come pure la possibilità di approfittare di questa occasione, dipendono da molte circostanze e condizioni.

Quanto più rapidamente un uomo afferra lo scopo del lavoro proposto, tanto più presto potrà essere utile al lavoro stesso e diventare capace di trarne profitto.

Ma qualunque sia lo scopo fondamentale per la durata di questo lavoro. Quando il lavoro è finito, le scuole chiudono. Quelli che avevano dato inizio al lavoro lasciano la scena. Coloro che hanno imparato ciò che potevano imparare e che hanno raggiunto la possibilità di continuare su questa via in modo indipendente, intraprendono, in una forma o in un altra, un lavoro personale.

Ma accade talvolta che, quando la scuola chiude, rimanga un certo numero di persone che, avendo gravitano attorno al lavoro ne avevano visto l’aspetto esteriore, scambiandolo per il lavoro nella sua totalità.

Non avendo alcun dubbio su sé stessi né sulla giustezza delle proprie conclusioni e della propria comprensione, costoro decidono di continuare il lavoro. A tale scopo, aprono nuove scuole, insegnano agli altri ciò che hanno appreso essi stessi, promettendo le stesse cose che erano state promesse loro. Tutto questo naturalmente non può essere che un’imitazione esteriore. Ma se guardiamo indietro alla storia, ci è quasi impossibile distinguere dove il vero finisce e dove comincia l’imitazione. In ogni caso, quasi tutto quello che conosciamo delle diverse scuole occulte, massoniche e alchemica e si riferisce a queste imitazioni. Noi non conosciamo praticamente nulla delle vere scuole, se non il risultato del loro lavoro, e ancora nella misura in cui siamo capaci di distinguerlo dalle contraffazioni ed imitazioni.

Tuttavia anche questi sistemi pseudo- esoterici hanno il loro ruolo nel lavoro e nelle attività dei cerchi esoterici. Infatti, servono da intermediari tra l’umanità completamente immersa nella vita materiale e le scuole che si interessano all’educazione di un certo tipo di persone, tanto nell’interesse della loro propria esistenza, che per il lavoro di carattere cosmico che esse possano avere da seguire. L’idea stessa di esoterismo, l’idea di iniziazione, arrivano alla gente, nella maggior parte dei casi per mezzo di queste scuole e di sistemi pseudo-esoterici; e se queste scuole pseudo-esoteriche non esistessero, la maggior parte degli uomini non avrebbe mai sentito parlare di qualcosa di più grande della loro vita, perché la verità nella sua forma pura é a loro inaccessibile. A causa delle numerose caratteristiche dell’essere dell’uomo e specialmente dell’essere contemporaneo, la verità non può venire agli uomini che sotto forma di menzogna. Soltanto sotto questa forma sono in grado di accettarla, digerirla, assimilarla. La verità non denaturata a sarebbe per loro un nutrimento non digeribile.

Tuttavia, un grano di verità sussiste talora, sotto una forma inalterata, nei movimenti pseudo-esoterici, nelle religioni di chiesa, nelle scuole di occultismo e di teosofia. Esso può conservarsi nei loro scritti, nei loro rituali, nello loro tradizioni, nello loro gerarchie, nei loro dogmi e nelle loro regole.

Le scuole esoteriche- non parlo delle scuole pseudo-esoteriche - che esistono, forse, in certi paesi dell’Oriente, sono difficili a trovarsi, perché si rifugiano normalmente in monasteri o templi…

L’idea di iniziazione che giunge a noi attraverso sistemi pseudo-esoterici, ci è dunque trasmessa in forma completamente errata. Le leggende relative ai riti esteriori dell’iniziazione si sono create su frammenti di informazioni concernenti gli antichi Misteri. I Misteri costituivano, per così dire, una via sulla quale erano date parallelamente a un lungo e difficile periodo di studi, rappresentazioni teatrali di un tipo particolare, che descrivevano, in forma allegorica, l’intero processo dell’universo.

I passaggi da un livello di essere ad un altro erano caratterizzati da cerimonie di presentazione di natura speciale: le iniziazioni. Ma nessun rito può far luogo a un cambiamento di essere. I riti possono soltanto indicare un passaggio superato, un compimento. È soltanto nei sistemi pseudo-esoterici, in cui non vi è niente altro che questi riti, che si attribuì loro un significato indipendente. Si suppone che un rito, trasformandosi in sacramento, trasmetti e comunichi certe forze all’iniziato, e questo si ricollega alla psicologia di una via di imitazione. Non vi è e non vi può essere alcuna iniziazione esteriore. In realtà ognuno deve iniziare se stesso. I sistemi e le scuole possono indicare i metodi e le vie, ma nessun sistema, nessuna scuola, può fare per l’uomo ciò che lui stesso deve fare. Una crescita interiore, un cambiamento di essere dipendono interamente dal lavoro che ognuno deve fare su di sé.

Ma cosa ci dice invece Ernst Jünger di quel Gilgameš a cui anche Battiato era interessato e di Gurdjieff a cui Battiato si era interessato spiritualmente?

A scrivere Jünger: “La nostra condizione ha questo di positivo: non trasciniamo l’esistenza in uno stato di completo torpore. Abbiamo momenti di intensa auto consapevolezza e altri di severa autocritica. Questo è il segno delle civiltà superiori: esse proiettano le loro arcate sopra il mondo dei sogni. Nello stile della consapevolezza giungiamo a intuizioni analoghe all’immagine Indiana del velo di Maya, o all’ eterno avvicendarsi delle età nella dottrina di Zarathustra. La sapienza Indiana ascrive perfino l’avvento e il declino dei regni divini al mondo dell’illusione- la schiuma del tempo. Noi non condividiamo però il giudizio di Zimmer quando afferma che a noi manca questa grandiosità. Vi giungiamo invece secondo lo stile della consapevolezza, passando attraverso le macine della critica della conoscenza che stritola tutto. Tralucono qui i limiti del tempo e dello spazio. Un processo analogo - forse ancora più essenziale e carico di conseguenze- si ripete oggi nel passaggio dalla conoscenza all’essere, cui si aggiunge il trionfo della teoria ciclica della storia. Naturalmente, la conoscenza della “historia in nuce” deve completarla: è sempre un unico tema che si svolge in tempi e spazi infinitamente diversi. In questo caso, oltre alla storia della civiltà, c’è anche una storia dell’umanità che è appunto storia nella sostanza, in nuce, storia dell’uomo. Essa si ripete nel corso della vita di ogni uomo.

Questo ci riporta al nostro tema. In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore, la paura dell’uomo è sempre la stessa: paura dell’annientamento, paura della morte. È quanto ascoltiamo già da Gigalmeš, lo ascoltiamo nel Salmo xc e così è rimasto fino a noi oggi. Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte. Questa strada arriva molto vicina alla morte - anzi, se è necessario, l’attraversa perfino. Il bosco, come rifugio della vita, dischiude i suoi tesori surreali quando l’uomo è riuscito a oltrepassare la linea. Qui si posa l’eccedenza del mondo.

Ogni autentica guida spirituale si riferisce a questa verità: sa condurre l’uomo al punto in cui egli riconosce la realtà. Diventa particolarmente chiaro quando si uniscono dottrina ed esempio- quando il vincitore della paura accede al regno dei morti, come fece Cristo, fondatore supremo. Il granello di frumento, morendo, ha generato non numerosi, ma infiniti frutti.Si tocca qui quella eccedenza del mondo di cui ogni atto generativo è un simbolo temporale, oltre che un segno della vittoria sul tempo…

Nei pressi del meridiano zero, dove ancora ci troviamo, la fede non ha corso; ciò che qui si richiede sono le prove. O meglio, gli uomini, qui hanno fede nelle prove. Sembra crescere il numero degli spiriti i quali sanno che, anche dal punto di vista tecnico, la vita spirituale dispone di forme più efficaci della disciplina militare, dell’esercizio sportivo o del ritmo del mondo del lavoro. Ignazio lo sapeva e di li attingono ancor oggi i fondatori di sette o capi di piccoli cenacoli dalle intenzioni difficilmente valutabili: Gurdjieff, ad esempio, un caucasico per molti aspetti singolare.

Quali strumenti vanno consegnati in mano a chi, pur trovandosi ancora soggetto alla loro dialettica, desidera intensamente fuggire dallo squallore dei sistemi razionalistici e materialistici? La sofferenza è per costoro il segno di una condizione di esistenza superiore. Esistono metodi per rafforzarli in questa direzione e non ha importanza se, in un primo tempo, essi vengono applicati in modo meccanico. Assomigliano alle tecniche di rianimazione, anch’esse applicate come misura di pronto soccorso su chi sta per annegare. Il respiro ed il battito cardiaco riprendono in un secondo tempo…

Ma il caucasico che fugge il bolscevismo ed è alla ricerca della "antica verità" sa bene che sta sorgendo l’uomo nuovo! E Solženicyn lo descrive in un libro dal risvolto di copertina appunto de “L’uomo nuovo”: “Dopo l’esordio nel 1962 con “Una giornata di Ivan Denisovic” e altri racconti che l’avrebbero reso famoso al mondo intero, il premio Nobel A. Solzhenitsyn si dedica a romanzi e cicli narrativi sempre più importanti. Negli anni Novanta, tornato in Russia dopo la permanenza americana, Solzhenitsyn si dedica con estrema efficacia alla forma breve dei racconti.

I protagonisti dei tre racconti sull'Uomo nuovo, ci riportano agli anni venti del Novecento. Sono personaggi sul cui entusiasmo e dedizione dovrebbero edificarsi il Mondo nuovo e l’Uomo nuovo preconizzati dalla Dottrina della Propaganda sovietica.

Il primo racconto narra la vicenda del professore severo e dell’allievo negato per gli studi ma che ha fatto strada nel nuovo assetto politico-poliziesco. L’allievo che riuscirà ad indurre il docente a venire meno al suo dovere educativo, fino a farsi delatore dei colleghi e amici.

Il secondo racconto riguarda due giovani donne e narra, per l’una come sia distruttiva la cieca violenza a cui si adatta per poter sopravvivere e ottenere vantaggi materiali; per l’altra, descrive l’eroismo e l’abnegazione di un’insegnante di lettere che cerca di trasmettere ai propri allievi contenuti morali ed eterni, nonostante i programmi scolastici sovietici: lei continuerà su questa strada pur sapendo di essere votata alla sconfitta.

Il terzo racconto, infine, dipinge uno sconfitto senza speranza. È il ragazzo contadino, figlio di “kulaki” deportati, che dal campo di lavoro forzato, dove sta morendo di fame, si rivolge a un "grande scrittore" con una richiesta di aiuto concreto. Lo scrittore di regime, “ingegnere di anime”, si limita ad apprezzare la freschezza della lettera con la sua parlata popolare e si ripromette di utilizzare qualche spunto nel suo prossimo romanzo. Qui l’abisso umano è raggiunto“.

Ed ecco sappiamo bene che Ernst Jünger era appassionato de: “Le mille ed una notte” e Battiato del sufismo, ma lasciamoci guidare da un Maestro Sufi che ci descrive l’incontro di Gurdjieff col sufismo, lui ricercatore spirituale, ricercatore della Verità suprema:

“Granshaykh Abdullah serviva il suo maestro ricevendo centinaia di visitatori che venivano a visitarlo, la maggior parte dei quali provenienti dal Daghisan. Fra i tanti visitatori vi fu il maestro russo Geroge Gurdjieff. Di recente arrivato in Turchia, dopo una lunga ed ardua fuga dalla Russia al tempo della rivoluzione comunista, Gurdjieff venne a visitare Shaykh Sharafuddin. Era cresciuto nella regione del Caucaso ed aveva già avuto molti contatti con Sufi di vari Ordini. Dopo aver viaggiato molto era felice di aver trovato gli eredi del lineaggio dell’Eccelso Ordine Naqshbandi daghistano.

Shaykh Sharafuddin chiese a Shaykh ‘Abdullah di ospitare il loro ospite. Shaykh‘ Abdullah raccontò poi l’episodio in un incontro con diversi murid molti anni dopo. Appena si incontrarono Shaykh ‘Abdullah disse: “Tu sei interessato nella conoscenza nei nove punti. Ne parleremo domattina dopo la preghiera dell’alba. Adesso mangia qualcosa e riposa”. All’ora della preghiera dell’alba, Shaykh ‘Abdullah chiamo’ Gurdjieff e lo invitò a pregare con lui. Dopo che ebbero finito la preghiera, lo Shaykh recitò dal Sacro Corano “Surah Yasmin”. Appena finita la recitazione, Gurdjieff lo avvicinò e gli chiese se poteva parlare di ciò che aveva appena sperimentato. Gurdjieff disse:

Come avete finito la preghiera e avete iniziato a recitare, vi ho visto venire da me e prendermi per mano. Fummo trasportati in un bellissimo giardino di rose. Mi diceste che quel giardino era il vostro giardino e che quelle rose erano i vostri discepoli, ognuno con un suo colore ed un suo profumo. Mi indirizzaste ad una rosa rossa in particolare e mi diceste: “ Questa rosa è tua. Annusala”. Come l’ebbi fatto vidi la rosa aprirsi ed io scomparvi dentro di essa e divenni La Rosa stessa. Entrai nelle sue radici che mi guidarono alla vostra presenza. Trovai me stesso entrare dentro il vostro cuore e diventare parte di voi.

Tramite il vostro potere spirituale mi fu possibile ascendere sino alla conoscenza del potere dei nove punti. Allora una voce, che si rivolse a me chiamandomi ‘Abd un-Nur, disse: “ Questa luce e questa conoscenza ti sono state concesse dalla Presenza Divina per portare pace al tuo cuore. Comunque, non devi usare il potere di questa conoscenza.” La voce si congedò con il saluto di pace e la visione finì mentre voi terminavate la recitazione del Corano. Shaykh ‘AbdAllah rispose:

Il Profeta Muhammad ha chiamato "Surah Yasin" “il cuore del Corano” e la conoscenza dei nove punti ti è stata aperta tramite di essa. Questa tua visione è dovuta alla benedizione del verso: Pace! Una parola (di saluto) dal Signore, il Misericordioso. (Corano, 36,58) Ciascuno dei nove punti è rappresentato da uno dei nove Santi che sono al più alto livello alla Presenza Divina. Essi sono le chiavi per gli indescrivibili poteri che si celano nell’uomo, ma non vi è il permesso per usare queste chiavi. Questo è un segreto che verrà aperto solo negli Ultimi Giorni quando al- Mahdi apparirà e Gesù ritornerà.

Questo nostro incontro è stato benedetto. Conservalo nel tuo cuore come si conserva un segreto. ‘Abd an-Nur, questo con noi è il tuo nome, sei libero di restare o di andare a seconda di come le tue responsabilità ti consentono. Sarai sempre il benvenuto fra noi. Hai raggiunto la salvezza alla Presenza Divina. Che Allah ti benedica e ti sostenga nel tuo lavoro”.

Sappiamo bene che Gurdjieff prosegui il suo lavoro e cammino in Francia ed in America… Cercando tecniche per richiamare al risveglio esistenziale le persone sempre più addormentate… Distratte… La tecnica non solo distoglie dalla spiritualità, ma anche dal mondo reale e dalla concentrazione. Inoltre viene ad aumentare la proliferazione di pseudo maestri nella vita reale e virtuale! Proprio quando vi dovrebbe essere più presenza di essere, attenzione che mai! Non solo vi è il risveglio al mondo,ma anche del mondo posticcio… Ma per cercare di comprendere, per quanto possibile, un cammino personale, spirituale, in questo specifico caso di FRANCO, vi invitiamo a leggere la testimonianza del monaco che fu vicino a Battiato dal libro che vi presentiamo che tenta di spiegarci chi fosse ed il suo credo: "ATTRAVERSO IL BARDO CON G.B.,IL MONACO AMICO DI FRANCO".

E concludiamo questo lungo excursus alla ricerca della eternità da una descrizione di Jünger molto, molto simbolica dell’ attraversamento del “bardo”:

“Ma in quel luogo spirava aria proteica e vi era riuscito, per intere foreste, ciò che noi avevamo tentato di ottenere nelle storte con immenso dispendio di fatica. Io lo avvertivo in modo immediato, quasi come un alchimista che, già disperando della grande trasmutazione, scorga risplendere l’oro dentro la fornace. E avvertivo anche me stesso trascinato nella metamorfosi - - - in un mondo nuovo, che solo tardi l’esperienza ha confermato nel singolo particolare.

La via del ritorno dall’Albero della Conoscenza all’Albero della vita è inquietante. Ma non esisteva ritorno nel deserto, che avevo alle mie spalle. Là vi era la morte certa. Ero dunque costretto ad attraversare la foresta, malgrado il pericolo di smarrirmi, fino al mare aperto. Come tutte le foreste vergini, era circondata da una cintura di sterpaglia spinosa. Nella penombra interna, era più praticabile. In cambio però il sole, che unicamente poteva indicarmi la direzione, veniva occultato dal fogliame.

Devo aver girato a lungo in tondo, nudo e scorticato come un naufrago. Le spine mi avevano lacerato gli abiti e la pelle. Trovai sorgenti e ruscelli per dissetarmi, anche frutti e bacche, che mangiai alla cieca. Forse le loro virtù si associano con le visioni, che la febbre mi provocò, imponendomi immaginarie prove di forza.

Un bel momento fui costretto a cedere il passo ad una colonna di termiti. Erano di straordinarie dimensioni e marciavano verso un obelisco, la cui cima sprizzava scintille. Anche i serpenti, che su in alto passavano da un albero all’altro, erano di insolita grandezza. Sembrava che non strisciassero, ma nemmeno che volassero: i lembi della loro pelle fluttuavano. Evidentemente, si trattava di una dimostrazione del trapasso alla figura del drago. Resina sanguinosa, o sangue resinoso fluiva dalle crepe inferte dai loro artigli. Non avvertivo la mancanza di un binocolo: ogni loro squama mi s’imprimeva nella mente.

Pareva anche che in quel luogo vi fosse, diffusa, una sensibilità nota a noi soltanto nelle mimose. Uno degli alberi recava frutti simili a quelli del nostro acero; i bambini se li incollavano al naso e chiamavano i loro lobi “alette”. Si tratta di una semplice analogia: qui diveniva operante; i frutti non frullavano a terra, ma svolazzavano. Un turbinio di minuscoli pipistrelli faceva nozze intorno ad un tronco. Qui si potrebbe metter radici e tramutarsi in albero.

In una radura, un raggio di sole cadde sopra una figura dalla testa di ariete. Poggiava la sinistra sopra un agnello, che aveva volto umano. Entrambi si dissolsero nella luce, come se la visione andasse acquistando troppa evidenza.

Poi, di nuovo, isole di sterpaglia, negli spazi deserti. In una di tali isole si scorgeva un sentiero battuto, una pista di selvaggina. Sfinito a morte, la seguii ciecamente, a tastoni. Conduceva ad un pianoro libero; vi cresceva un cipresso, la cui altezza sfuggiva ad ogni immaginazione. Se il cielo fosse stato nuvoloso, non ne avrei scorto la cima. Il tronco era cavo; l’accesso all’interno non risultava dalla decomposizione del legno ma era intagliato a riquadro dentro l’alburno, come un portale. Gli alberi sono i nostri migliori amici: mi azzardai a entrarvi.

Nel buio, guadagnai l’interno a quattro zampe; il suolo era ricoperto di pelli, o piuttosto di un velo che sembrava esser scaturito da esso come dal dorso di un animale. Un giaciglio magnifico: mi distesi sopra e in un baleno piombai in un sonno simile alla morte.

Non so quanto tempo io abbia riposato là. Quando mi destai, mi senti rinato, come dopo un bagno dentro la fonte dell’ eterna giovinezza. L’aria era deliziosa: fumava di legno di cipresso, la cui resina bruciando si muta in incenso.

Il sole del mattino penetrava dal portare aperto nel legno. Mi drizzai: la mia pelle riluceva, lavata dal sangue, e delle spine non vi era più traccia alcuna. Dovevo aver sognato. Ma nel frattempo, qualcuno si era preso cura di me. Che significa fra-tempo? Una pausa fra due istanti, o anche due forme di esistenza.

Accanto a me, vi era una veste, una sorta di burnus: era tessuta nel medesimo oro come il tappeto. Inoltre dei sandali e un vassoio con pane e vino - una elargizione grande ed immeritata. Ma da chiunque venisse - qui non era possibile altra risposta che la preghiera”.

Guido G. Guerrera, è un giornalista e scrittore che vive e lavora in Toscana. Collaboratore storico de “La Nazione” e “Qn” ha scritto per diversi quotidiani e riviste specializzate. Ritenuto dalla stessa Fernanda Pivano uno dei massimi esperti di Ernst Hemingway, è l’unico scrittore italiano ammesso a partecipare nell’arco di un ventennio al Coloquio Internacional Ernst Hemingway dell’ Avana. Guerrera è biografo di Franco Battiato, con ben quattro pubblicazioni all’attivo.
Per i tipi di Minerva ha scritto “Io e Ernst e Pupi Avati, la nave sei sogni”.

VIDEO.  Franco Battiato - l'uomo dell'isola dei giardini. Con Guido G. Guerrera

 

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