La parola e la poesia come forze creatrici nella cultura classica ed ebraica (prima parte)
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Dom, Lug

La parola e la poesia come forze creatrici nella cultura classica ed ebraica (prima parte)

Il senso della vita
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La parola e la poesia come forze creatrici nella cultura classica ed ebraica
La parola e la poesia come forze creatrici nella cultura classica ed ebraica

 

Ci sono momenti che avvertiamo il nostro essere che sconfina o meglio esonda. Sembra prendere parte alla bava, alla schiuma delle onde che entra, attraverso le fessure, nella stanza dei giochi del palazzo di cristallo.

Vi sono note musicali, lettere, segni, simboli che attendono di essere concepiti, formati, plasmati, portati a dimensioni di vita terrena, ma provengono da uno spazio ultraterreno e sorvolano il tempo e lo spazio. Son donati dal gran maestro dei giochi che si diverte a vedere come i suoi fanciulli a loro volta fabbricano nuove visioni di realtà, nuove cattedrali dello spirito. Il più alto gioco è mosso da chi concepisce la religione come concatenazione di spiritualità, scienza, sapienza come potenza e volontà creatrice. È quello spirito invisibile che ci dona inquietudine in ogni nuova primavera. Siamo colti dalla bellezza e al contempo dallo stupore. Come nasce, si sprigiona la primavera dal freddo, da quel mondo che pare di morte? Chi si muove dietro di essa? Le foglie son fragili e pallide ancora scorgiamo la trama del cielo oltre quel velo di verde ed il silenzio si estende insieme al mistero. Bellezza pallida commista ad Eros ci attanaglia e ci assale ed è un nuovo tempo di amore, una nuova venuta di Eros in terra ci scalda, ci smuove, ci afferra...

Il lettore viene trasportato calcando Jünger in un vascello in altri mondi spazio temporali, ma chi concepisce l'opera, in forma letteraria, dove vive mentre concepisce, mentre inspira e si ispira? Si concepisce un figlio, si concepisce una idea. Nel concepimento vi è un incontro tra una idea che sobbalza nella mente, viene in mente, alla mente e la forma che deve essere plasmata, generata, le va data forma ed occorre il mantice: respiro e collante che leghi i due processi! Mentre si concepisce uno si sente gravido o meglio carico di un peso ancora nascosto e da nascondere, custodire. Uno si sente gonfiare, ricolmo di pensieri, sensazioni, idee, forme che attendono un ordine ed un andamento...

Questo scritto, prende spunto dal video che vi proponiamo con Enrico Magnelli dal titolo: "La parola e la poesia come forze creatrici nella cultura classica ed ebraica". Enrico Magnelli, scenderà nei dettagli, nello spiegarci la parola, e soprattutto la parola poetica, come strumento che trascende la descrizione della realtà materiale e diviene forza creatrice capace di evocare, o addirittura realizzare una realtà diversa e più complessa.Si discuteranno, nel video, esempi di questa concezione nella letteratura greca e romana, anche alla luce della tradizione veterotestamentaria.

Noi, invece, fuori da schemi rigidi, fissi, logici vi proporremo come esuli da un sogno, da una visione alcuni passaggi tratti da una intervista svoltasi nella casa di Ernst Jünger nel 1995 per i cento anni dell'autore che segnano il suo ingresso nell'età dei patriarchi ed aver vissuto un secolo.

Riporteremo alcuni passaggi di questo lavoro assai interessante. Si ripercorre il secolo scorso con gli incontri ed i pensieri di Jünger che hanno animato - insieme a quello di altri studiosi - il pensiero letterario, filosofico del novecento e quello attuale.

A compiere l'intervista sono Franco Volpi e Antonio Gnoli. All'uscita del testo, nel 1997, lo leggemmo e lo presentammo con gli autori al pubblico fiorentino. A distanza di molto tempo tutto ci pare assai distante, al contempo nuovo ed assume ogni cosa una luce diversa. Una luce che irradia ed emana una nuova dimensione interpretativa della nostra storia passata e del nostro attuale presente e del modo di accostarci al nostro autore di riferimento. In questo nostro scritto onirico ciascuno afferri ciò che può, se trova brandelli di un sogno in comune li prenda per costruire un nuovo sogno, una nuova possibilità di vita oppure lo lasci lì non è il momento di relazionarsi, non è un sogno da lui ancor sognato...

Prenderemo alcune parole chiave: LETTERATURA, POESIA, GIGANTI, TITANI. Vi saranno dei nessi col video, ma non logici, solo spunti per nuove riflessioni per chi desidera maturarle, per chi può entrare in sintonia e vive in questa zona d'interesse!

L'intervista così prende avvio: "L'accoglienza fu subito molto gioviale. Godevamo in anticipo della considerazione che Jünger ha sempre avuto per i suoi traduttori.

E.J. "Con i traduttori ho avuto una particolare fortuna. Che l'autore e il traduttore divengano amici è naturale. Il loro incontro conduce ad un Eros e un agone spirituali, porta a penetrare fino in fondo l'esposizione linguistica. Essere alla sua altezza, dominarla con astuzie, mosse strategiche, sorprese, fino a quando la consonanza diventa armonia - in questo modo può nascere una nuova opera, alla quale entrambi prendono parte. Perciò in una traduzione riuscita l'autore vede se stesso in una nuova dimensione".

D: E cosa pensa dell'intervista, come genere?
E. J.: "La forma migliore dell'intervista è quella di una conversazione amichevole che soddisfa i due interlocutori già per il piacere che trasmette. Non è necessaria una convergenza di vedute, che spesso anzi è uno svantaggio - quasi come in un dipinto in cui mancassero le sfumature. Ciò che è comune è il paesaggio che si attraversa nello scambio dei punti di vista". (In questo si abbarbica il mondo di Eumeswil nei suoi video, non sono sempre con ospiti con cui si condivide il pensiero, ma spesso il paesaggio!). Ma dato che questo testo è onirico non possiamo tacere questa domanda fatta al nostro autore:

D: Un'altra esperienza alla quale Lei attribuisce grande importanza è quella del sogno...
E. J: "Certo, perché il sogno trascende la realtà. Forse supera anche il mito: nel sogno tutto è possibile, nel sogno ciascuno di noi è geniale. Il sogno è dunque una dimensione essenziale della vita. Sottoscriverei interamente la celebre affermazione di Calderon secondo cui l'intera vita è un sogno. Anzi, la vita, questa sublime decomposizione della materia, è forse di più: è un ebbrezza".

Nuova domanda D: Che giudizio da' della psicanalisi che considera il sogno come via di accesso all'inconscio?
E. J.: "Se debbo essere sincero, preferisco i libri sui sogni degli autori antichi, per esempio quello di Artemidoro. L'aspetto interessante, per me, è che nel sogno i simboli diventano quasi tangibili, palpabili. Ciò che mi tiene invece lontano dalla psicanalisi freudiana è da un lato l'ossesiva insistenza con la quale essa fa ricorso alle pulsioni sessuali per spiegare ogni cosa, dall'altro il fatto che sia diventata una pratica di massa. Sono d'accordo con Karl Kraus e con il suo giudizio tagliente: la psicanalisi è la malattia di cui pretende essere la terapia".

Naturalmente noi stiamo inserendo alcuni spunti di riflessione in quanto su poesia, creatività, importanza della parola in Jünger ci sarebbe da scrivere un saggio.

Jünger prima di tutto si considera un lettore, non solo avido di libri ed una giornata senza lettura è persa, ma è anche un lettore accanito della vita. Da ragazzino la lettura lo divorava! Aveva l'abitudine di leggere fino a notte inoltrata e il leggere diveniva parte integrante della propria esistenza tanto da farlo soffrire di absence. Aveva dei momenti di vuoto perché il suo essere era rapito dal ripensare e vivere le pagine lette, arrivava a parlare nel modo in cui si esprimevano i protagonisti dei Suoi libri. Questo avveniva pure camminando per strada, attraversando la strada, si bloccava risucchiato da quel mondo. Diventava pure pericoloso per lui stesso e gli altri...

Alcune delle imprese di Ernst Jünger sono avvenute emulando protagonisti di libri ad esempio: "L'Orlando Furioso"... Chiunque è un lettore accanito potrà comprendere come un testo possa fagocitare o irritare... Ancor più in chi trova piacere nello scrivere e lo fa di mestiere. Questo crea un diletto tra i cultori della lettura e dello scrivere che entrano in contatto, spesso, tra di loro.

Jünger frequentò e fu faro per l'intellighenthia culturale del '900, un riferimento.

Ma riprendiamo il nostro filo... Non perdiamoci...

D: Lei ha conosciuto anche Eliade e per un certo periodo ha diretto con lui una rivista. Come lo ricorda?
E. J: "È stata un'amicizia intensa, fruttuosa. Entrai in contatto con lui perché mi interessava "Zalmoxis", la rivista di scienze delle religioni che diresse a Parigi fino al 1942. La nostra conoscenza risale ad allora. Più tardi, negli anni Sessanta, decidemmo di dare vita a una nuova rivista, "Antaios". Scegliendo questo nome come titolo, intendevamo ricordare il gigante le cui forze vengono ritemprate al contatto con la Terra, la madre che lo ha generato. La Terra è il fondo comune da cui scaturiscono tutte le energie: queste, benché spesso si contrappongano, possono venire comprese soltanto in relazione alla loro comune origine. Anche l'uomo, figlio della terra, può mantenere il suo equilibrio nel vortice dell'immane energia cosmica che la tecnica moderna sta sprigionando soltanto se ritrova il suo radicamento nella profondità della sua origine dalla terra".

D: A che cosa guarda e verso quali prospettive tende questa sua filosofia della storia?
E. J.: "Con il ventunesimo secolo noi entreremo in una nuova era dei Titani che sarà caratterizzata dallo sprigionamento di una immane quantità di energia. Penso in primo luogo all'energia atomica. Ma anche a questa energia sarà necessario produrre per soddisfare i bisogni di una popolazione mondiale in crescita costante. Il pianeta sarà sottoposto a una accelerazione a cui l'umanità dovrà adeguarsi trasformando se stessa. Il vecchio dovrà cedere al nuovo. Ecco perché il Lavoratore (in Jünger è inteso il lavoratore in senso metafisico il punto di incontro tra fisica e metafisica) rimarrà la forma d'uomo adeguata alla nuova realtà. Con ciò tuttavia non intendo dire che dobbiamo seguire la raccomandazione di Spengler secondo cui le nuove generazioni dovranno "dedicarsi alla tecnica invece che alla lirica, alla marina piuttosto che alla pittura, alla politica anziché alla teoria della conoscenza". Naturalmente, per sopravvivere nella transizione bisogna sbarazzarsi di tutto ciò che è superfluo. Tuttavia io sono convinto che la poesia non è una zavorra inutile, ma fa parte della natura dell'uomo. È il suo segno di riconoscimento. Forse compariranno all'orizzonte dell'uomo anche nuovi dei".

D: L'importanza che Lei da al naufragio del Titanic ha a che vedere con tutto ciò ?
E. J.: "Certo il naufragio del Titanic è un simbolo grandioso, a cominciare dal nome stesso del piroscafo per arrivare fino al modo in cui avvenne il suo naufragio. È l'affondamento dell'idea stessa di progresso: la perfezione della tecnica è turbata dall'incidente; al bandazoso ottimismo subentra il panico, al massimo lusso la distruzione, all'automatismo la catastrofe. Ricordo che alla fine della guerra l'immagine del Titanic ricorreva nelle lettere che Carl Schmitt e io ci scrivevamo, con la sensazione di essere ormai nelle profondità del Mälstrom: a Berlino, sotto i pesanti bombardamenti, anche lui si trovava in una situazione molto difficile, apocalittica.

D: C'è chi, come Heidegger, sostiene che l'angoscia caratterizzi l'atmosfera del nostro tempo...
E. J.: "Heidegger coglie nel segno. L'angoscia è uno stato d'animo del tutto particolare, indeterminato. Quando arriva, la si percepisce ovunque, eppure è impossibile localizzarla in un luogo preciso. Si, forse è lo stato d'animo fondamentale dell'uomo, questo strano essere che attraversa il tempo è che nella sua lotta con il Nulla è chiamato ad altre due inevitabili prove: quella del dubbio e quella del dolore. Ho cercato di mettere a fuoco tutto questo nel saggio "Der Waldgang" [Tratrato del Ribelle ], in cui il Ribelle, l'Anarca, "passando al bosco", cioè ritirandosi nei penetrali di se stesso, affronta e vince l'angoscia, il dubbio il dolore.

D: In che senso Lei parla del "bosco"? È la natura? Oppure un rifugio, o qualcosa di analogo a ciò che esso è per Heidegger?
E. J.: "No, per me il bosco non è soltanto come per Heidegger il luogo naturale concreto in cui vivono e operano I contadini della Foresta Nera. Certo, è una dimensione naturale, ma è soprattutto una metafora per indicare un territorio vergine in cui ritirarsi dalla civiltà ormai segnata dal nichilismo, in cui sottrarsi agli imperativi delle chiese e alle grinfie del Leviatano".

D: A volte Lei parla del bosco come dì qualcosa di segreto, di inaccessibile...
E.J.: "Anche questo, certo, ma nel senso in cui è segreta la propria intimità, la propria casa. In tedesco le parole HEIM [casa], HEIMAT [patria], e HEIMLICH [segreto], hanno la stessa radice. Il bosco è segreto non soltanto nel senso che nasconde, ma anche nel senso che, nascondendo, protegge".

D: La metafora del bosco come rifugio assume un'importanza particolare nel nostro secolo, che ha partorito le minacce più pericolose per l'Anarca, cioè i totalitarismi ma anche le democrazie di massa. Come interpreta questi due fenomeni, che sembrano inghiottire ogni spazio di vera libertà?
E. J.: "Sono due esperienze che obbediscono al principio agonale dei contrari: quanto più si radicalizza un estremo, tanto più affiora quello opposto. A rigore, dal punto di vista dell'Anarca, del grande Solitario, totalitarismo o democrazia di massa non fanno molta differenza. L'Anarca vive negli interstizi della società, la realtà che lo circonda in fondo gli è indifferente, è solo quando si ritira nel proprio mondo, nella propria biblioteca, ritrova la sua identità. In ogni caso è raccomandabile freddezza: su una palude ghiacciata si avanza con maggior sicurezza e rapidità".

D: Lei ha scritto di provare una particolare irritazione nel raffrontare la piccolezza degli uomini politici contemporanei e l'enorme potere di cui dispongono... È forse una contraddizione inevitabile dei nostri tempi?
E. J.: "Nei saggi degli anni Cinquanta ho detto che la scomparsa della grandezza, della qualità e della sostanza è sintomo che caratterizza l'età del nichilismo. Sennonché, essendo ormai mobilitato un flusso di energia immane, può succedere che un uomo così insignificante come il presidente degli Stati Uniti possa premere un bottone e distruggere l'intero pianeta".

D: Pensa qualche volta alla morte?
E.J.: "Certo, e la immagino in termini positivi: non come la causa per cui la vita cessa, ma come il momento in cui la vita passa ad un'altra forma. Quindi la morte non è la fine, ma un ricominciare della vita. Io penso a ciascuno dei miei morti come se fossero ancora vivi, e ai viventi come se la morte li separasse già da me. Solo che la vita dopo la morte è come un continente inesplorato, e chi vi è inoltrato non è più tornato a raccontarci che cosa ci attende. Vorrei pensare che dopo la morte ci aspettino ancora molte avventure".

D: Crede nell'aldilà?
E. J. "Vorrei poterlo fare".

D: Neppure la filosofia Le è venuta in soccorso?
E.J.: "Il mio giardino mi da' una certezza maggiore di qualsiasi sistema filosofico. Basta osservare per capire che lì succedono cose assolutamente diverse da quello che percepiamo. Come per esempio il dialogo cosmico che avviene tra la terra e il sole durante la fioritura, e che può coinvolgere nel profondo il nostro animo senza bisogno che ci sia di scomodare un aldilà. La poesia può bastare, perché mette nel giusto stato d'animo."

D: Ma la poesia può ancora assolvere un compito così difficile?
E. J.: "Non lo so, come non so se la poesia abbia in genere un compito. Ma so che va protetta. Gli anni che stanno chiudendo il secolo, simili agli anni dell'età avanzata, paiono volare via, così, semplicemente. È un tratto saturnino che ha a che fare di più con l'età che con il fluire inesorabile del tempo. D'altronde ogni azione ha la sua fine e ogni opera il suo finale. C'è da chiedersi se l'accelerazione a cui noi prendiamo parte porti a una fine od a un finale, se stiamo passando cioè a un nuovo atto storico o a un altro spettacolo. A favore della seconda ipotesi depone il fatto che la distruzione non si limita alla dimensione della storia, ma si estende ai regni della natura. Per questo i mezzi classici della politica e della morale falliscono. E per questo la poesia, in attesa di un nuovo diluvio che minaccia con il fuoco, se vuole salvarsi deve provare nuove strade".

D. Lei crede nei miti?
E. J.: "Anche se non si volesse credere alla verità che nascondono, è impossibile non credere alla loro incomparabile potenza simbolica. Nonostante la loro consuzione moderna, i miti restano, al pari della metafisica, un ponte gettato verso la trascendenza. Così pure l'astrologia, che non è soltanto una moda: quand'anche la sua importanza consistesse soltanto nel trasmettere agli uomini il senso dei grandi cicli naturali, essa avrebbe un valore inestimabile indipendentemente dal suo sapersi connettere al destino di un individuo. Penso invece che i teologi e gli intellettuali che praticano oggi con tanto zelo la demitologizzazione assomigliano a un esercito di formiche entrate in una pingue cucina: divorano e distruggono tutte le leccornie che vi trovano, ma non smettono di raccontarsi quanto siano squisite".

D. A proposito di teologi, nei Suoi diari emerge come un motivo quasi costante la Sua lettura della Bibbia...
E. J.: "Durante la seconda guerra mondiale lessi interamente l'Antico e il Nuovo Testamento per ben due volte. Si tratta per me di un libro straordinariamente ricco, che annovero tra i classici sublimi della letteratura mondiale. Quando furono pubblicati i diari, qualcuno interpretò questa mia frequentazione della Bibbia come il segno di una conversione. Altri invece, poiché leggevo questi testi sacri come un'opera letteraria, mi considerarono un neopagano. La mia famiglia era di professione evangelica, ma mio padre, che era chimico, era un perfetto ateo, un Darwinista. Da giovane mi appassionavo molto alle discussioni che facevamo con lui a tavola: vertevano spesso sulle nuove scoperte e sui continui, strabilianti progressi della scienza, ed erano in sintonia con il clima generale di quegli anni, segnato dalla visione ottimistica del progresso che alimentava i sogni e le illusioni del mondo borghese della Belle Époque, ma cui già da allora la gioventù tedesca cominciava ad opporsi. Per quanto mi riguarda, al pari di mio padre mi sento incapace di aderire a una confessione o religione positiva, ma attraverso la mia visione dell'accadere cosmico sono convinto di avere maturato col tempo un giusto senso del sacro. (Ernst Jünger si convertì in seguito al cattolicesimo e le Sue esequie furono secondo il rito cattolico)".

D: Ma Lei che idea ha del progresso?
E.J.: "È per me un antropomorfismo con il quale l'uomo moderno ha tentato di leggere la storia. Un surrogato dell'idea di "spirito del mondo". Bisogna prendere le distanze e osservare piuttosto l'universo e la sua storia dal punto di vista del principio della conservazione dell'energia. La potenza del cosmo rimane sempre la stessa, non ci sono progresso e regresso nè accelerazione nè decelerazione che possano modificarla. Ciò che cambia sono le figure, le forme che la storia, anzi, la terra produce incessantemente dal suo profondo. Il problema che qui vedo sorgere è un altro: possiamo considerare l'uomo, questa apparizione sovrana nella storia dell'universo, responsabile della sua evoluzione?"

D: Questo per quanto riguarda il futuro. Come immagina dunque il prossimo secolo?
E. J.: "Non ne ho una idea troppo felice e positiva. Per dirla con una immagine, vorrei citare Hölderlin, il quale in "Pane e vino" ha scritto che verrà l'evo dei Titani. In questo evo venturo il poeta dovrà andare in letargo. Le azioni saranno più importanti della poesia che le canta e del pensiero che riflette. Sarà un evo molto propizio per la tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura".

D: Tornando alla Sua visione della tecnica, un punto da chiarire è il seguente: da un lato Lei parla del Lavoratore come di colui che è all'altezza della sfida della tecnica e che la doma con forza prometeica; dall'altro teorizza la figura dell'Anarca, colui che si ritira nel proprio io quale ultimo baluardo di resistenza. In che rapporto sta l'Anarca con il Lavoratore, e quale delle due figure deve essere il modello per l'uomo d'oggi?
E. J.: "L'anarca non si lascia coinvolgere dalla dimensione della tecnica: se ne serve la sfrutta se ciò gli torna utile, altrimenti la ignora e si ritira nel suo mondo interiore, nel mondo delle sue letture. L'Anarca è anche sovrano sulla tecnica".

D: Ma l'Anarca non rischia di essere una figura troppo letteraria, quasi romantica?
E. J.: "Non direi. L'uomo romantico in qualche modo fugge dalla realtà e si costruisce con la fantasia poetica o con il sogno un proprio tempo e un proprio spazio. L'Anarca invece conosce e valuta bene il mondo in cui si trova, ed è capace di ritirarsi da esso quando gli pare. In ciascuno di noi c'è un fondo anarchico, un impulso originario all'anarchia. Ma non appena si nasce esso viene limitato dal padre e dalla madre, dalla società e dallo Stato. Sono salassi inevitabili che l'energia originaria dell'individuo subisce e a cui nessuno sfugge. Ma l'elemento anarchico rimane latente, e può erompere come lava: può liberare l'individuo, ma anche distruggerlo. L'Anarca sa che la libertà ha un prezzo, e sa che chi vuole goderne gratis dimostra di non meritarla. Per questo non va confuso con l'anarchico: quest'ultimo si relaziona alla società, sta con essa in un rapporto negativo, che si manifesta in maniera virulenta nella disponibilità dell'anarchico a praticare il terrore per raggiungere i propri scopi. All'Anarca invece la società è indifferente. L'Anarca non ha società. La sua è un'esistenza insulare, come ha messo in evidenza Max Stirner, la cui opera "L'Unico e la sua proprietà" a questo riguardo è fondamentale".

D: Che definizione dà di successo letterario?
E. J.: "Un conto è il successo di pubblico, che è certo importante, anzi decisivo. Ma per me l'essenziale del successo letterario è immanente alla letteratura stessa. È, per esempio, la sensazione di aver concepito e formulato una frase perfetta".

D: E il fallimento che cosa è per Lei?
E. J.: "L'esatto contrario. In ogni caso non è misurabile in base ai favori del pubblico".

D: Lei sostiene che il compito dello scrittore non è di natura sociale. Posto che abbia uno scopo che non sia quello di scrivere, qual è?
E. J.: "Il vero scrittore, come la vera ricchezza, si riconosce non dai tesori di cui è in possesso, ma dalla capacità di rendere preziose le cose che tocca. Egli è pertanto simile a una luce che, invisibile in se', riscalda e rende visibile il mondo".

D: È una definizione molto bella. Ma forse poco rispondente a questo finale di secolo, tanto travolgente da apparire confuso ad alcuni, senza speranza per altri. C'è chi sostiene che la musica di un millennio che si chiude esiga orchestre apocalittiche.
E. J.: "Ma la potenza di uno scrittore sta appunto in questo: nel diffidare della confusione e nel non lasciarsi coinvolgere dell'atmosfera apocalittica. Evitare o lenire la catastrofe è compito del politico, che merita aiuto. In questo campo anche le forze spirituali più eccelse non possono cambiare nulla. Il loro intervento può essere, semmai, di natura censoria. Ma, come si sa, scommettere sul loro successo è aleatorio: ci sono sviluppi che vengono condannati dall'unanimità da un punto di vista morale e che contraddicono persino la logica - eppure prendono il loro corso."

Interrompiamo così bruscamente la prima parte dell'articolo per darVi tempo di una pausa, di una riflessione. Lo scritto è un modo per cercare di diffondere il pensiero e lo stile esistenziale del Maestro di Wilflingen e a supporto del video assai ricco di suggestioni e pertinenti riflessioni di Enrico Magnelli: "La parola e la poesia come forze creatrici nella cultura classica ed ebraica"

Enrico Magnelli: è Professore di letteratura greca presso l'Università di Firenze. Si occupa di poesia ellenistica e tardoantica, commedia attica, metrica greca, letteratura giudaico-ellenistica, poesia greca bizantina e umanistica, storia della filologia classica.

VIDEO. La parola e la poesia come forze creatrici nella cultura classica ed ebraica. Con Enrico Magnelli

 

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 L'ASSOCIAZIONE #EUMESWIL​ è un’associazione culturale non-profit, sorta a Firenze e Vienna con lo scopo di studiare e diffondere l’opera, il pensiero e lo stile esistenziale di #ErnstJünger​.

L’Associazione si fonda su tre pilastri:

CULTURA - Intesa come coltivazione di sé.

TRADIZIONE - Come l'eredità spirituale dei nostri antenati.

RETTITUDINE - Come modo di essere e non di apparire.

Visita il Sito: Associazione Eumeswil

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