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Dom, Giu

Cultura e crescita

Il senso della vita
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Otto Rank
Otto Rank

 

Il trauma della nascita è un interessante saggio di Otto Rank un psicanalista, filosofo austriaco che mette in evidenza che il nascere è dolente e ci colleghiamo al saggio di Gianluigi Moressa su: Nasce l'uomo a fatica che vi invitiamo a leggere dove possiamo, attraverso collegamenti che vanno dalla psicologa, arte, poesia , rintracciare e delineare il senso della vita.

Moressa è medico psicologo, psichiatria, giornalista pubblicista. Interessato al rapporto tra processo mentale ed esperienza creativa, ha pubblicato numerosi testi in tema di storia, arte e letteratura.

È da poco uscito il Suo volume "La Romagna di Dante", "Percorsi del desiderio e della nostalgia", Foschi (Santarcangelo) editore.

Riprendendo, invece la nostra argomentazione iniziale, dopo essere stati accolti nel ventre materno, luogo protetto e idilliaco, se la madre ci ha ben voluto e le condizioni della gravidanza sono state favorevoli e non abbiamo avuto una madre troppo à la page che per mostrare il suo bel pancione ci ha esposto hai raggi intensi del sole e che, per curiosità e apprensione morbosa, non ha compiuto troppe ecografia, dopo un periodo d’oro, attraverso un tunnel stretto e buio ci si trova espulsi da un luogo confortevole!

Con un respiro ed un pianto si inizia un processo di gettatezza nel mondo e ricerca di autonomia.

Un percorso che va dall’esistere all’essere e dovrebbe portarci ad individualizzarci.

Percorso facile a dirsi, ma non a compiersi se non in maniera automatica, perché il processo avvenga in maniera consapevole, occorrono molteplici sforzi ed attenzione focalizzati su più fronti.

Ci sembra che crescere è sempre stato complicato. Per le nuovissime generazioni ancor più.

A causa non solo della situazione che stiamo vivendo, la fanciullezza e l'adolescenza spontanee, naturali sono in parte tradite.

Se consideriamo Piaget, varie sono le fasi cognitive di un piccolo da quando nasce alla maggiore età.

In ciascuna epoca l’essere apprende qualcosa di differente su se stesso, sullo stare al mondo e l’altro.

Se consideriamo la Montessori il bambino viene visto come dotato di una mente assorbente, in grado di acciuffare tanto se non tutto.

Non usiamo il termine acciuffare a caso, in quanto apprendere vuol dire anche afferrare e lo possiamo visualizzare come un prendere un qualcosa con la mano.

Non solo possiamo afferrare un’idea, un concetto al volo, ma spesso un piccolo afferra un oggetto e lo porta alla bocca, lo assaggia, lo tocca, lo rotola su se stesso, lo guarda ed interagisce con questo come se fosse vivente.

Non discrimina immediatamente tra oggetto animato e inanimato.

Ugualmente il bimbo afferra un dito di una mano, una ciocca di cappelli, si aggrappa ad una gamba...

Ci sembra che la situazione odierna depauperi il bambino, limitandolo delle sue conoscenze del mondo, di un momento di crescita irripetibile...

Un bambino, un adolescente che non può socializzare a pieno è un essere che sicuramente riporterà dei traumi da grande...

Ci sembra, inoltre, che a soffrire di questa situazione sia anche l'anziano che per proteggerlo, perché debole e fragile, spesso rimane solo in uno dei percorsi di allontanamento dalla vita terrestre...

Ci parrebbe opportuno riflettere cosa altro nasconde questo momento e quale povertà sta portando non solo dal punto di vista materiale, ma soprattutto spirituale.

Ci interessa poter porre rimedio...

Crescere non è solo un atto che avviene a livello fisico, sulla carta anagrafica, ma dovrebbe esserlo sopratutto sul piano etico, significa: acquisizione della stazione eretta, divenire responsabili e autentici.

I nostri piccoli al contrario degli scugnizzi napoletani di una volta, di un bimbo in India che vive per le strade o in Brasile in mezzo ad una favelas, non diviene maturo né a 5 anni, ma spesso neppure a 80 anni...

Sicuramente vi è stato un processo, che è ancora in atto, che ha portato a considerare la cultura come acquisizione di nozioni invece di un ente vivo dove è contenuto il sapere dell’umanità dalle sue origini, dalle epoche mitiche. Il termine cultura è legato al concetto di culto e di coltivazione di se stessi.

La cultura perché sia reale deve essere non solo teorica, ma pratica.

I suoi frutti devono sbocciare dentro l’uomo e nel mondo.

Non cogliamo che l’essere umano, gettato sul pianeta terra, deve compiere un percorso che lo elevi e lo renda autonomo non soltanto dal punto di vista economico.

La venerazione dell’uomo moderno è per l’economia .

Questa è divenuta "il nuovo sacro" insieme alla finanza e ha tolto l’idea di crescita interiore, di mondo sovra empirico, sovrasensoriale, un qualcosa che vada oltre la sola unione terrena di se stesso...

Non riconosce più l'essere umano la sua appartenenza stellare, solare, luminosa.

Appartenere soltanto alla Terra vuol dire perseguire la "meccanicità della vita" che porta automaticamente verso il basso.

La cultura non ha più lasciato spazio allo spirito. Lo spirito lo eleviamo, con cuore, mente, sensibilità, determinazione. volontà, sforzo costante.

Lo si nota nella formazione del bambino a cui spesso non si raccontano più le fiabe attraverso le quali non solo si possono delineare le fasi del suo sviluppo psichico, ma anche abituarlo a presagire un mondo ideale, un mondo collocato fuori da questa dimensione temporale una specie di 'illo tempore' (in quel tempo).

Il bambino è depauperato della magia e dello stupore che è parte del mondo sensibile e sovrasensibile, ma non solo, attraverso le fiabe si diviene: eroi per giuste azioni, vi sono i buoni propositi, i sacrifici da compiere per divenire principi e principesse e poter poi vivere una vita felice...

Vi auguriamo una buona lettura del testo di Moressa.

Leggi: ''Nasce l’uomo a fatica''. Rappresentazioni e interpretazioni del senso della vita tra arte, poesia, psicoanalisi

 


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