E' tempo di sacrificio alla terra
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Sab, Dic

E' tempo di sacrificio alla terra

È tempo di sacrificio alla terra

Il senso della vita
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Se il tre è il numero perfetto, il terzo appuntamento con Grazia Marchianò ci offre un incontro con un Suo uno scritto poetico, ricolmo di ricchezza di immagini e contenuti di rara bellezza.

Il tema il "Il sacrificio" e si situa in un momento cruciale religioso: la Quaresima che vede il Figlio del Padre incarnato e prossimo al "Grande Sacrificio" della Croce ed in un momento di guerra in cui al Sacro Cuore della Madonna sono state affidate l’Ucraina e la Russia.

È tempo di sacrificio alla terra
È tempo di sacrificio alla terra

 

Il sacrificio è un tema che poco piace alla società del benessere, ma che da sempre è stato narrato: il sacrificio di Odino all’albero cosmico per nove giorni e nove notti… In cambio ebbe la conoscenza delle rune… Siddharta rinunciò ai suoi agi e ricchezze e in meditazione profonda, per sette giorni e 7 notti, trovò l’illuminazione sotto l’albero del Bodhi…

Sembra che senza il sacrificio l’uomo non possa crescere, evolversi, acquisire consapevolezza esistenziale…

Il sacrificio volontario appartiene alle forme nobili per arricchirsi di comprensione del mondo, di se stessi, del Tutto.

Come mette in evidenza la Professoressa Marchianò il termine sacrificio è il compimento di un’azione sacra che, in quanto tale, celebra il sacro, celebra ciò che importa, celebra il valore che dà un senso a noi stessi e alla vita e non va trascurato…

A noi contemporanei, quasi del tutto dimentichi dell’esperienza del sacro, farebbe bene leggere "Il sacro" di Rudolf Otto. Si legge dal risvolto di copertina:… È un’opera di eccezionale potenza. Apparso per la prima volta in Germania nel 1917, indaga "ciò che costituisce l’intima essenza di ogni religione", di ogni fenomeno religioso, ossia la categoria del sacro, il cui dato fondamentale e originale è il "numinoso", il razionalmente indeducibile, il concettualmente inesplicabile. In esso il divino si manifesta come "mysterious tremendum" e "fascinans", come il nascosto, il non rivelato, "l’assolutamente altro", che terrorizza e al tempo stesso affascina, che sconvolge e sbigottisce con la sua "tremenda majestas", dinanzi a cui ogni creatura è schiacciata nella propria nullità, nel suo essere "fango e cenere e nient’altro". Il sacro è dunque essenzialmente, originariamente, "tremendum" e "fascinans" e solo più tardi la religione - al suo livello più alto nel cristianesimo - si autofonda come autonoma esperienza, si razionalizza, dando corpo da una parte alle idee di giustizia, di legge morale, di peccato e di redenzione, e dall’altra all’immagine della divinità come provvidenza, come misericordia, come amore.

Ed allora vale la pena di leggere di Ernst Jünger: Tipo Nome Forma, così il testo ci viene descritto: "Alla parola "giglio" ciascuno associa una certa rappresentazione, ammesso che si possieda una sia pur lontana conoscenza del regno delle piante. Quando la parola viene pronunciata, emergerà in colui cui ci si rivolge un’immagine che può corrispondere a un tipo o esserne anche solo un accenno. Egli penserà allora a un giaggiolo, a un Iris selvatico o a un giglio della Madonna. Anche al giglio araldico della corona francese, perfino al fiore di un giardino sconosciuto del quale non conosce il nome del quale tuttavia gli sono rimasti impressi il profumo ed il colore".

Le parole possiedono un’originarietà più lontana dell’istante in cui abbiamo imparato a farne un uso corretto. Serbano un deposito di significato più remoto di quello cui rimandano i sistemi delle terminologie e delle classificazioni. Risalgono a un passato immemorabile anteriore all’esperienza e al ricordo. Così il giglio, indipendentemente dai diversi "tipi" di liliacee ordinati nelle tassonomie botaniche, evoca la "forma" di un fiore che a chi pronuncia o ascolta quel "nome" appare tanto vaga quanto reale. "L'immagine del giglio raggiunge una profondità maggiore rispetto al nome. Quando arriviamo in un paese straniero dobbiamo tenere a mente una parola diversa; non occorre però che impariamo di nuovo che cosa sia un giglio".

La meditazione di Ernst Jünger sul linguaggio va a toccare nelle parole il fondo che aderisce agli strati più lontani dell’essere. Nei pensieri raccolti in Typus, Name, Gestalt, e pubblicati nel 1963, lo scrittore prende le mosse dell’antica disputa sugli Universali per interrogarsi sul "realismo" dei nomi e sul loro rapporto con le cose. Sulla linea di pensiero di Goethe più che dei linguisti (medievali e moderni), Jünger risponde assegnando al linguaggio un originario spessore ontologico, reale contenuto d’essere. E ci presenta il mondo come l’avamposto nel quale si incontrano i fenomeni e le parole: provenienti gli uni dall’indistinto, le altre dal Senza nome. Dare nomi alle cose, denominare gli oggetti del mondo - le piante, i fiori, gli animali, persino i divini - rappresenta così il contributo che la potenza senza nome riposta nell’uomo apporta alla conformazione della potenza dell’ indistinto che pulsa nell’universo vivente: un gesto di religiosa pietà oltre che di conoscenza. "L' indistinto e il senza nome - scrive Jünger- sono uno e lo stesso; il fondo del mondo e il fondo dell’uomo sono uno".

Per esprimere una simile corrispondenza occorre un nuovo stile di pensiero, una scrittura misurata, consapevole e orientata sul modello della letteratura più che della teoresi. E infatti, lo Jünger teoreta elabora qui il proprio pensiero limando aforismi perfetti, cesellati come cammei. E vi lascia risuonare i motivi che percorrono da cima a fondo la sua opera: la libertà ed il dolore, la bellezza e la divinazione, l’arte e la poesia, la natura e le sue classificazioni, il sacro e la sua venerazione.

Un esempio di quanto detto, espone sempre Jünger: "una parola, un nome, acquisisce tre ranghi diversi: "Cristo" è un segno per innumerevoli individui, è poi un tipo che vale come modello e infine è una forma elevata. Il tipo sta nel mezzo: su di lui la luce cade da entrambe le parti - tanto la luce solare quanto quella originaria; è il modello dell’apparenza fuggevole e l’immagine che sta per la forma. In quanto tale è oggetto della vita superiore e delle sue espressioni, quale la venerazione e, non da ultimo, l’arte".

Quanto più profondo sarà il nostro pensiero quanto più potremo rendere sacrificio al mondo e al Cielo che altro non è che esperienza del sacro nelle sue molteplici e fuggevoli forme…

Ricordiamo che Grazia Marchianò è nota pensatrice indipendente, esperta di filosofie orientali e di estetica comparata, dottore honoris causa presso la Opem University, Edimburgo, è stata professore ordinario in questi campi all’Università di Siena-Arezzo. Il suo sodalizio con Elémire Zolla è durato un quarto di secolo fino all’anno della morte del grande studioso nel 2002. Responsabile da allora del Fondo Scritti Elémire Zolla, è autrice della biografia intellettuale di Zolla, Il conoscitore di segreti (Marsilio 2012), ed ha introdotto e curato dodici volumi dell’Opera Omnia presso l’editore veneziano. Il 13°: L’umana nostalgia della completezza. L’Androgino e cinquanta scritti ritrovati uscirà nel maggio 2022, nella ricorrenza del ventennale della morte, contemporaneamente al convegno internazionale sul pensiero e il lascito zolliano nel Novecento, promosso a Villa Falconieri (Frascati) da Accademia Vivarium Novum, cui Marchianò ha donato la biblioteca di 9000 volumi dello scrittore. La Prof.ssa Marchianò ha preso in custodia l’opera di Elémire Zolla e con cura la trasmette.

Leggi l'articolo:  È tempo del sacrificio alla terra di Grazia Marchianò

Leggi anche: Associazione Eumeswil


 L'ASSOCIAZIONE #EUMESWIL​ è un’associazione culturale non-profit, sorta a Firenze e Vienna con lo scopo di studiare e diffondere l’opera, il pensiero e lo stile esistenziale di #ErnstJünger​.

L’Associazione si fonda su tre pilastri:

CULTURA - Intesa come coltivazione di sé.

TRADIZIONE - Come l'eredità spirituale dei nostri antenati.

RETTITUDINE - Come modo di essere e non di apparire.

Visita il Sito: Associazione Eumeswil

 

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