Io terrò duro qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra
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Sab, Dic

Io terrò duro qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra

Giovanni Sessa

Il senso della vita
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Per chi è adulto nell’interiorità, è capace di leggere con la profondità della mente, lo slancio e l’avventura che proviene dal cuore e la protezione messa a disposizione dall’istinto. Per chi con l’immaginazione riesce a vedere il presente e percepire come potrebbe essere il futuro. Naturalmente adatto solo al lettore accanito ed incallito…

Giovanni Sessa
Giovanni Sessa

 

Quest’oggi presentiamo il libro edito a fine gennaio 2022 dalle edizioni Oaks di Otto Braun: Io terrò duro, qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra. Una scelta dalle lettere e dai diari di un protagonista delle Tempeste d'acciaio, morto giovanissimo, che Julius Evola ebbe a definire esemplare per la sua testimonianza di slancio volontaristico. Il video è con Giovanni Sessa, curatore del volume.

Giovanni Sessa, già docente di filosofia e storia nei licei, già assistente presso la cattedra di Filosofia politica dell’Università "Sapienza" di Roma e già docente a contratto di Storia delle idee presso l’Università di Cassino. I suoi scritti sono apparsi su riviste, quotidiani, volumi collettanei e Atti di Convegni nazionali e internazionali. Ha pubblicato diverse monografie e molti saggi.

Il testo di Otto Braun fu tradotto da Evola, e tanto tempo impiegò per vedere la luce… Franco Volpi desiderava che il testo in questione potesse essere offerto al lettore italiano… Parlare del presente libro ci pare interessante in questo momento storico così come rievocare non solo Braun che partì per il fronte come volontario, perdendo la vita, ma anche la figura di Evola che fece conoscere in Italia anche Ernst Jünger e ricordare la figura di Franco Volpi filosofo, conoscitore eccelso del pensiero e dell’opera di Heidegger e che fu messo in contatto col mondo di Eumeswil dallo stesso Ernst Jünger per presentare all’epoca il volume intervista, compiuto da Lui e Antonio Gnoli, su Jünger. Ne nacque così la presentazione dell’intervista ''I prossimi Titani'' (Adelphi edizioni)

RISVOLTO Oltrepassati i cent’anni ed entrato ormai nell’età patriarcale, Ernst Jünger ha deciso di concentrarsi sulle sue occupazioni predilette, la scrittura e l’entomologia. Chiuso nella solitudine di Wilflingen, ha declinato inviti e onorificenze, facendo sapere a chi chiedeva di essere ricevuto che non avrebbe più concesso interviste. Ha fatto solo un’ultima eccezione: le conversazioni che qui presentiamo. Nato nell’anno dell’Affare Dreyfus, della scoperta dei raggi X e dell’invenzione del cinema, lo scrittore tedesco racconta, seguendo il filo dei ricordi, le convulsioni del nostro secolo: sfilano così eventi, personaggi e vicende che ne hanno segnato la storia, la letteratura e il pensiero. La sua rievocazione va dagli ultimi anni della Belle Époque e dell’Impero germanico alle carneficine della prima guerra mondiale, da Weimar a Berlino, dalla Parigi occupata ai processi di Norimberga, e vi compare un’impressionante schiera di protagonisti del Novecento: da Carl Schmitt a Heidegger, da Kubin a Picasso, da Colette a Cocteau, da Drieu La Rochelle a Montherlant, da Céline a Marguerite Yourcenar. Obbediente al suo magistero di scrittore, Ernst Jünger sa che "il buon Dio è nel dettaglio" e ci offre ricostruzioni circostanziate di episodi da cui lo separano ormai molti decenni. E mai appare elusivo, neppure quando le domande vertono sugli anni del nazismo. Mentre illuminanti, ancora una volta, sono le osservazioni sulla tecnica, potenza che regge non solo il nostro mondo ma anche quello dei "prossimi Titani", cui Jünger dedica un accenno presago. E nell’ombra si profila la figura dell’Anarca, il "grande solitario" che qui viene dichiarato "sovrano anche sulla tecnica". Questa intervista e presentazione, condotta da Antonio Gnoli, giornalista della "Repubblica", e Franco Volpi, già docente di Filosofia, ha avuto luogo nel 1995, anno del centenario della nascita di Jünger. Dopo il presente incontro seguirono presentazioni di altri libri a cui facevano da sfondo e da eco bellissime conversazioni notturne…

Nel video Giovanni Sessa entrerà nel dettaglio a parlarci di Otto Braun e del suo scritto con grande pathos, entusiasmo e cogliendo i punti nevralgici ed in che modo può esserci di aiuto.

Noi parleremo di Franz Marc il pittore tedesco che andò volontario al fronte nel corso della prima guerra mondiale perdendo la vita e dello Jünger giovanile, delle prime opere che nacquero per imprimere nero su bianco le sue esperienze al fronte … È complicato scegliere di quale opera riportare alcuni passi, ma lo reputiamo necessario per meglio comprendere cosa voglia dire guerra e cosa abbia significato in Marc e Jünger e per vedere come il pensiero del secondo è mutato nel corso della sua lunga esistenza durata più di un secolo… Tante idee che ognuno di noi cova, plasma col senno di poi assumono connotazioni del tutto diverse e vengono tramutate, riviste e ritrattate… Molte considerazioni che facciamo sono il frutto dell’epoca storica entro la quale la nostra esistenza si insinua e si dipana…

Vi riporteremo lunghe pagine dei due autori per entrare in descrizioni di guerra al fronte per meglio comprenderla. Per dire no alla guerra non basta non volerla, occorre molto di più.

Oggigiorno i generali dell’arma, i civili non vorrebbero la guerra, ma la propaganda, i capi di Stato non trattano per la pace… Non hanno l’animo quieto, non stanno in pace …

Marc Frank: Nel purgatorio della guerra ( dattiloscritto dell’ottobre 1914 ) "In principio era l’Azione". Ciò che noi soldati stiamo vivendo in questi mesi supera di molto la nostra capacità di pensiero. Ci vorranno anni prima che possiamo considerare questa indicibile guerra come un’azione, come una nostra esperienza.

Forse chi è rimasto in patria ha già esplorato per qualche strato i suoi segreti. Noi, che siamo in mezzo, sempre con attese e comandi in mente, cavalchiamo e marciamo senza posa, per poi dormire un paio di ore come orsi. Non riusciamo a pensare. Possiamo vivere solo in modo primitivo; la nostra coscienza oscilla spesso tra due domande: questa folle vita di guerra è solo un sogno, o sono un sogno i pensieri della nostra terra, che a volte ci raggiungono? Sembrano entrambi un sogno, entrambi veri.

Stiamo al margine di un bosco con il nostro carro armato di munizioni; il tuono del cannone rimbomba per tutto l’orizzonte come un temporale. Dovunque le piccole nuvole di fumo dell’esplosione.

L’uno e le altre appartengono al paesaggio, come pure l’eco, che raddoppia ogni fucilata.

Improvvisamente un sorprendente sibilo ci sovrasta velocissimo, ineguale, con continue oscillazioni, passando da note flautate a brontolii profondi; è come il largo grido di un uccello rapace, sempre più concitato, con l’ostinazione delle bestie che non conoscono altro richiamo. Poi in lontananza il fragore sordo. Sono colpi dell’artiglieria pesante nemica, che imperversano sopra di noi, verso una meta sconosciuta. Un colpo segue l’altro; il cielo è di un purissimo azzurro autunnale e non avvertiamo i profondi solchi dei colpi che lo attraversano.

La guerra di artiglieria ha qualcosa di mistico, di mitico, anche per gli artiglieri. Siamo fanciulli di due mondi. Noi uomini del XX secolo sperimentiamo ogni giorno che tutte le saghe, la mistica, l’occultismo diventano verità, sono state verità. Ciò che Omero canta dell’invisibile Zeus portatore di fulmini, delle divinità lontane, e di Marte con le sue frecce invisibili, è per noi verità.
E il sapere non ci difende dall’orrore mistico.

Ci dicono che la vicina cittadina di S. è stata bruciata dal nemico, e stiamo nascosti allo zenit della grande traiettoria degli spari. Passiamo la notte nella postazione; il sibilo risuona sopra di noi, cantando nella notte chiara. Dormiamo avvolti nei mantelli. I cavalli abbassano il capo e riposano stancamente, in piedi.

Ora ognuno appartiene solo a se stesso, e può sognare, pensare, se il sonno non allontana i pensieri.

In un angolo remoto della nostra coscienza fantastichiamo forse tra veglia e sonno. Nessuna grande guerra è stata meno razzista di questa. Dov’è oggi la razza germanica? Questa parola ha mai sperimentato un insuccesso più grande? Ci si abituerà definitivamente a dire "tedesco" anziché "germanico"; per questo l’ aquila tedesca riceverà un paio di possenti artigli in più sul suo blasone. Mi piacerebbe disegnare la nuova aquila tedesca quando questa guerra finirà.

Si, quando la guerra finirà, cosa accadrà in Germania ? Ci sarà oltre alla Germania politica anche una Germania artistica?

Negli ultimi anni abbiamo dichiarato marce e inutili molte cose nell’arte e nella vita, e abbiamo mostrato cose nuove. Nessuno le voleva.

Non sapevamo che sarebbe venuta così follemente presto la grande guerra, che annulla al di là delle parole il marcio stesso, elimina gli oziosi, e rende il futuro presente.

"… ma si deve mettere il vino in otri nuovi". Con questa grande guerra finirà, insieme con molte altre cose che sono ingiustamente sopravvissute nel XX secolo, anche la pseudo arte, che ha reso felice troppo a lungo il Tedesco.

Il desiderio di novità nella musica, nella poesia e nell’arte è stato così prepotente nelle ultime generazioni tedesche, che ha fatto decadere le brutte e opache ripetizioni delle antiche forme artistiche.

Il popolo nel suo insieme avvertiva la grande guerra più fortemente dei singoli e tendeva ad essa tutti i suoi nervi.

L’arte in tale epoca di attesa non era di moda; l’arte come fatto di popolo era inattuale.

Il popolo avvertiva che avrebbe dovuto superare la grande guerra, perché si potessero concepire una nuova vita e nuovi ideali.

Aveva ragione a non accettare nuove concezioni artistiche in extremis. Non si semineranno buoni semi, se sta per venire la tempesta.

La guerra è scoppiata presto e ha compromesso molte belle semine. Non credo che molto di ciò che noi nuovi pittori avevamo creato in Germania prima della guerra potesse mettere radice. Dovremo ricominciare a lavorare daccapo, prima per noi stessi, imparando da questa grande guerra, poi per il popolo tedesco. Perché se avverrà la grande liberazione, anche l’uomo tedesco riprenderà a chiedere la propria arte, senza la quale non c’è epoca matura.

Ci sono stati scultori in epoca gotica, poeti e musicisti nel XIX secolo e ci saranno scultori nel XX secolo. Noi tedeschi dal punto di vista della scultura siamo diventati incredibilmente poveri dopo il gotico; avevamo altro in mente; oggi abbiamo in mente questa terribile guerra. Chi la vive ed il presentimento della nuova vita che con essa conquisteremo, pensa certo che non si metterà vino nuovo in vecchi otri. Noi imporremo al nuovo secolo la nostra volontà artistica.

"A chi sarà dato". Quanti pensieri di Cristo sono ancora sconosciuti, poco meditati. Ogni epoca ha il Cristo che si merita, e spesso attinge da una brocca.

Il grande Nazareno ha colto intuitivamente le leggi della natura. I Suoi discorsi pieni di immagino non hanno perso la loro forza rispetto alle nostre nuove teorie. I Suoi pensieri più profondi si muovono in parallelo con le nostre ricerche; e noi sentiamo sempre il mormorio di questa sorgente di vita accanto a noi.

In questi giorni selvaggi in cui ci poniamo ancora tutti i problemi fondamentali, alcuni problemi superati, o apparentemente superati, sorgono dalle loro tombe. Tutti i grandi eventi della storia del mondo sono giorni del Giudizio per la conoscenza umana. Le più autorevoli opinioni e le frasi più convincenti vengono nuovamente soppesate. Ciò che ieri era valido, oggi è sorpassato ed eliminato. Restano solo le cose buone, le cose autentiche, ponderate, vere; che vengono purificate e temprate dal purgatorio della guerra.

Noi Europei, in secolo di serio lavoro comune, abbiamo accresciuto un autentico - scientificamente, vero - tesoro, un bene che è sopravvissuto a ogni guerra e non si è mai arrugginito: "le scienze esatte". Per la prima e unica volta lo spirito umano ha raggiunto l’ "assoluto": ha creato un regno che "non è di questo mondo" eppure sente e ordina e impregna tutto ciò che è mondo. Le scienze non conoscono confini nazionali, non lasciano spazio alla politica. Tutti gli uomini moderni, tutti i buoni Europei sono in balia di questo regno.

Vestigia terrent! Non possiamo lodare il fatto che, contro lo spirito delle superiori coscienze europee, alcuni scienziati tedeschi di buona fama abbiano fatto qualcosa che in Europa poté agire come segnale di contrabbando: hanno rinunciato "nel nome del sentimento nazionale tedesco agli onori loro tributati dalle università, dalle accademie, dalle società scientifiche inglesi, e ai diritti connessi".

Questo non va bene. Si vuole erigere uno steccato intorno al libero foro della scienza; non può durare a lungo, perché la scienza è soprattutto una potenza spirituale che tende all’infinito; il tentativo stesso è sbagliato perché non ha futuro. Nessun movimento nazionale, ipernazionale, dei nostri giorni può giustificarlo.
Il nemico non sta dove è diretta la freccia.

Il nostro spirito tedesco e il nostro istinto nazionale devono essere attivi e aggressivi in tutt’altra direzione. La guerra deve portarci ciò che desideriamo, e compensare il nostro sacrificio? Il respiro di blocca di fronte a questa equazione titanica. Allora noi tedeschi dobbiamo evitare col massimo accanimento le meschinità dell’animo e della volontà nazionale. Queste ci perderebbero. A chi sarà dato. Solo con questa massima rimarremo anche moralmente i vincitori e saremo i primi europei. Il futuro tipo europeo sarà il tipo tedesco; ma prima il Tedesco deve diventare un buon Europeo. Cosa che oggi non avviene sempre ed ovunque.

Il germanesimo dopo questa guerra supererà tutte le frontiere. Se vogliamo rimanere sani e forti e non perdere il frutto della vittoria, ci serve un’immensa forza primigenia e una vitalità che tutto impregni, e non indietreggi di fronte all’estraneo e al nuovo che la nostra posizione di forza porterà in Europa. Un tempo il cuore d’Europa era la Francia; d’ora in poi lo sarà la Germania, se saprà cogliere senza meschinità nazionali il frutto della sua vittoria. Questo dovrebbe pensare chi è rimasto in patria. Noi, che siamo al fronte, respiriamo un’atmosfera più libera, più cavalleresca, più spirituale. Lottiamo con l’avversario. Vediamo solo lui, il soldato che ci sta di fronte. Lo vinciamo, ma non pensiamo a coprire di zolfo la cultura francese. Alcune notizie che ci giungono da casa hanno purtroppo un cattivo odore. Si ha paura della vittoria? Si pensa che sarà insopportabile? Non straripiamo dai confini per poi erigere una muraglia cinese intorno alla nostra casa. Siamo abbastanza ricchi e abbastanza forti per fare a meno delle roccaforti in guerra e degli steccati in pace. Nelle cose spirituali non possiamo essere paurosi e meschini come in altre cose. Anche nell’arte non può essere diversamente. Non abbiamo mai conosciuto la paura dello straniero. Le influenze franco - moresche hanno nuociuto al gotico tedesco? Non ci rallegriamo ancora oggi che questi leggiadri regni si siano incontrati, che i nostri antichi maestri abbiano familiarizzato con loro? L’influenza orientale dal gotico al Rinascimento non è da porre tra i passivi dell’arte tedesca. Le nostre bibbie tedesche non sono per questo meno tedesche.

Così dipende dal nostro amalgamare l’odierno neolatino, minacciato dalla volatilizzazione, con la cultura futura: non per conservarlo ma per arricchirci, nella consapevolezza della nostra viva forza e della gioia della ricchezza. Dall’ Est ( slavo o orientale) la nostra arte prenderà anche qualche pietra preziosa, per incastonarla tra le proprie.
Nessuna ricchezza straniera ci può essere straniera,se vogliamo rimanere ricchi.

Franz Marc muore presso Verdum, il 4 marzo, nel pomeriggio del 1916. La mattina aveva scritto a Maria: "Si, quest’anno anch’io ritornerò alla mia amatissima casa, a te, e al mio lavoro". "Non vedrò la Terra Promessa" aveva scritto Cezanne nelle sue ultime lettere. Marc, invece, nel "Purgatorio della guerra" non fa che progettare il futuro dell’arte europea, della coscienza europea. Di quel futuro voleva essere, era convinto di poter essere, uno degli artefici. Per questo, quanto può esservi di eccessivo, di predicatorio e di apocalittico nelle sue pagine estreme, quanto dei fraintendimenti militaristici è rimasto impigliato in alcune sue righe, gli si condona facilmente, pensando a come la sua stessa vicenda esistenziale avrebbe presto soffocato quelle speranze. A pochi profeti è stato dato, come a Franz Marc, di dimostrare personalmente il fallimento delle proprie profezie. ( Dallo scritto di Elena Pontiggia)

Riportiamo di Ernst Jünger l’ introduzione de "La battaglia come esperienza interiore" Talvolta brilla agli orizzonti dello spirito un astro nuovo che colpisce gli occhi degli irrequieti, premonizione di tempesta, annuncio di svolta epocale come fu per i re magi. Allora le stelle tutt’ attorno affogano in braci incandescenti, le immagini degli idoli vanno in croci e ancora una volta forme già plasmate si fondono in mille altiforni per essere colate in nuovi valori. I flutti di tale epoca s’infrangono su di noi da ogni dove. Cervello, società, Stato, dio, arte, eros, morale: decadenza fermento - resurrezione? Le immagini continuano a baluginarci senza sosta davanti agli occhi, gli atomi continuano a roteare nel calderone della grande città. Eppure anche questa tempesta si placherà, anche questa zaffata cocente si raffredderà. Ogni folle corsa è destinata a schiantarsi contro i ruderi, salvo incontrare un pugno di acciaio capace di domarla. Come mai il nostro tempo abbonda di energie tanto distruttive quanto creatrici, covando in grembo una mostruosa promessa? Poiché anche se molto rischia di soccombere per le vampate dell’influenza, la stessa fiamma prepara in mille alambicchi cose future e meravigliose. Basta camminare vigili per strada, basta lanciare un occhio al giornale, in barba a tutti i profeti.

È stata la guerra a fare degli uomini, e di questo tempo, ciò che sono. Una schiatta come la nostra non aveva mai calcato l’arena del pianeta per assumere il controllo sulla propria epoca. Mai prima d’ora una generazione è tornata alla luce della vita uscendo da un cancello buio e imponente- questa stessa guerra. E non possiamo negare, come alcuni vorrebbero, che la guerra, madre di tutte le cose, lo sia anche di noi; ci ha forgiato, scalpellato e indurito. E sempre, finché la macina vibrante della vita continuerà a roteare in noi, questa guerra sarà il suo asse. Ci ha educato alla lotta, e resteremo combattenti finché viviamo. Potrà sembrare morta, i campi di battaglia abbandonati e maledetti come camere di tortura o colline da patibolo, ma lo spirito guerriero si è trasferito nei suoi uscieri, e non li abbandona mai. Esso è in noi, quindi ovunque, perché siamo noi a modellare il mondo, non il contrario, noi siamo osservatori nel senso più creativo del termine. Non la udite forse ruggire in mille città, non udite le tempeste montare come un tempo, quando le battaglie c’accerchiavano? Non vedete forse la sua fiamma splendere negli occhi di ciascuno? A volte magari s’assopisce, ma quando la terra trema, essa schizza dalla bocca di ogni vulcano. D’altronde: la guerra non è solo nostra madre, ma anche nostra figlia. L’abbiamo cresciuta, così come ha fatto con noi. Noi abbiamo assaggiato l’ incudine ed il martello, ma siamo anche gente che li sa usare, che sa andarci di scalpello, noi siamo fabbri e acciaio sfavillante allo stesso tempo, martiri di noi stessi spinti da intime pulsioni.

Abbiamo convissuto nel grembo di una cultura strampalata, più stretti dei nostri antenati, disintegrati tra voglie e affari, a rotta di collo tra piazze scintillanti e tunnel della metropolitana, attirati nei caffè dal bagliore degli specchi, viali, fasci di luce colorata, bar pieni di liquore scintillanti, tavoli di conferenze, tutto all’ultimo grido, una novità all’ora, ogni giorno un problema risolto, una nuova sensazione a settimana e una grande, rintronante insoddisfazione di fondo. Tecnicamente ancora produttivi, ce ne stavamo con sorrisi da Rabbi Akiva al termine dell’arte, avevamo decifrato l’enigma del mondo o almeno credevamo di essere sulla buona strada. Il punto di cristallizzazione pareva raggiunto, il superuomo in procinto di arrivare. Così tiravamo avanti, orgogliosi. Figli di un’epoca ebbra di materia, il progresso ci appariva come il massimo coronamento, la macchina era la chiave per avvicinarsi a dio, il telescopio e il microscopio erano organi di percezione. Ma sotto quella scodella sempre pulita e lucente, sotto tutte le vesti con le quali ci agghindavamo come prestigiatori, restavamo nudi e crudi come gli uomini della foresta o della steppa.

Tutto questo risultò chiaro quando la guerra lacero’ la compagine europea, quando ci raccogliemmo, nel nome di una decisione arcana, sotto bandiere e simboli che certuni, increduli, hanno a lungo deriso. A quel punto il vero uomo recuperò, in un’orgia febbricitante, tutto il tempo perso. A quel punto i suoi istinti, troppo a lungo frenati dalla società e dalle leggi, divennero l’unica cosa sacra, la ragione ultima. E tutto ciò che nel corso dei secoli aveva modellato il cervello in forme sempre più raffinate, servì solo ad aumentare la furia del pugno - all’infinito. Ora ce l’abbiamo alle spalle, nera e inquieta come un bosco attraversato nottetempo. Chi non capirebbe come mai ci è accelerato il respiro? Ci siamo tuffati come sommozzatori nell’esperienza, e siamo tornati cambiati.
Cos’è accaduto in fondo? Propugnatori della guerra nonché suoi stessi prodotti, uomini le cui vite essa ha dovuto portare in battaglia trasformandone fattezze e obbiettivi … cosa siamo stati per lei, cos’è stata lei per noi? Questa è una domanda alla quale alcuni cercano ora di trovare risposta. E lo stesso vale per queste pagine …

Ci avviamo verso la conclusione di questo lungo excursus riprendendo il pensiero di Vannoni. Il pianeta Marte è sempre stato associato al dio della guerra, prima dei greci e poi dai romani, la sua è energia del combattimento; forte e tumultuosa abbatte ogni ostacolo, e l’uomo che la veicola può essere un terribile guerriero. Ma la grande guerra santa è il combattimento spirituale, la guerra contro i nemici generati dalla propria insipienza, che si frappongono all’entrata del castello, dov'è la sala del trono, in cui il prode cavaliere diventa re. Questi nemici sono i caleidoscopici prodotti della personalità non agita, che impediscono all’essenza di svilupparsi. L’energia marziale può essere captata dall’essenza per rafforzarsi e costringerli alla resa. I termini del vocabolario militare come furor, ferg ecc., esprimono la collera e l’intenso calore, emanato dall’incorporazione dell’energia marziale. Il ventaglio semantico della parola kratu designa in origine l’energia del dio Indra, quindi l’ardore eroico del combattente, infine l’energia dell’uomo pio che raggiunge la beatitudine ed è con questa illuminazione fornita da Eliade in Miti, sogni e misteri, che ci accomiatiamo da Voi con l’augurio e la speranza di essere in grado attraverso la consapevolezza esistenziale e la conoscenza del pericolo di convertire l’energia marziale da bellica in beatitudine spirituale avvertendo la nostra origine stellare, proprio in questi giorni che rievocano la trasmutazione, trasfigurazione, rinascita a nuova vita e risorgere del Cristo con la possibilità latente che possa verificarasi nel singolo nonché del genere umano tutto…

VIDEO. Otto Braun: Io terrò duro qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra, con Giovanni Sessa

 

Otto Braun: Io terrò duro qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra
Otto Braun: Io terrò duro qualunque cosa accada. Diario e lettere di un giovane volontario di guerra

 

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