Un’indagine dell’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD) evidenzia l'isolamento crescente degli psicoterapeuti. “Sempre di più serve una rete strutturata, non si può lavorare da soli”.
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Un’indagine dell’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD) evidenzia l'isolamento crescente degli psicoterapeuti. “Sempre di più serve una rete strutturata, non si può lavorare da soli”.

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COMUNICATO STAMPA - CONTENUTO PROMOZIONALE

Milano, 3 marzo 2026 – Le dipendenze non sono più un fenomeno confinato ai servizi specialistici. Oggi sono una presenza frequente negli studi di psicologi e psicoterapeuti italiani, che si trovano sempre più spesso ad affrontare casi complessi senza una rete stabile di

supporto clinico.  

È quanto emerge dall’indagine promossa dall’Istituto Europeo delle Dipendenze (IEuD), centro milanese specializzato nella diagnosi e nella cura integrata delle dipendenze. Il questionario, inviato a oltre 1.000 psicologi e psicoterapeuti formati attraverso i corsi ECM dell’Istituto, percorsi che solo nell’ultimo anno hanno registrato oltre 3.000 iscritti e più di 9.000 crediti formativi erogati, restituisce un quadro chiaro: le addiction sono ormai parte strutturale della pratica clinica quotidiana.  

Dipendenze: un fenomeno trasversale, non più marginale  

Secondo i dati raccolti: Il 61,2% dei professionisti incontra spesso pazienti con problematiche di dipendenza; Il 25,5% li incontra occasionalmente; nessuno dichiara di non aver mai affrontato un caso di addiction nella propria carriera.  

Le forme più frequenti restano legate alle sostanze: Alcol (71,9%), cannabinoidi (61,7%), droghe stimolanti (52%).  

Ma crescono in modo significativo anche le dipendenze comportamentali: dipendenza affettiva (43,9%), gioco d’azzardo (31,1%), Internet, gaming, shopping compulsivo o sesso (31,4%).  

Il fenomeno appare sempre meno circoscritto alle sostanze e sempre più intrecciato con la dimensione relazionale, emotiva e sociale. Spesso, inoltre, la dipendenza non rappresenta il motivo esplicito della richiesta di aiuto, ma emerge durante il percorso terapeutico, associata a disturbi dell’umore, difficoltà relazionali o problematiche identitarie.  

Ambivalenza, ricadute, senso di impotenza: le difficoltà dei terapeuti.  

Accanto alla complessità clinica, emerge un forte impatto emotivo sui professionisti. Il 59,2% indica come principale difficoltà l’ambivalenza del paziente tra il desiderio dichiarato di cambiare e i comportamenti effettivi; il 41,8% fatica a porre limiti e a gestire l’inaffidabilità; il 37,2% segnala come critica la gestione delle ricadute; il 26% parla apertamente di senso di impotenza. Solo il 35,4% dei rispondenti dichiara di sentirsi pienamente formato per trattare questi casi.  

La richiesta di rete c’è, ma manca una struttura stabile. L’82% dei professionisti afferma di aver chiesto supporto almeno una volta. Tuttavia: il 35,2% fatica a trovare contatti affidabili; il 28,6% segnala l’assenza di riferimenti chiari; solo il 20,4% si è rivolto a un centro specializzato, il 58,5% considera molto importante poter collaborare con un centro specialistico anche vicino geograficamente.  

Un dato che evidenzia un bisogno concreto: la rete professionale esiste come esigenza, ma non è ancora organizzata in modo strutturato.  

Gestire un paziente con problemi di dipendenza in autonomia rappresenta una sfida particolarmente complessa. L’addiction coinvolge aspetti psicologici, biologici e sociali: può richiedere valutazioni farmacologiche, monitoraggio medico, interventi riabilitativi e gestione di comorbilità psichiatriche come depressione o disturbi d’ansia.  

«Molti psicologi e psicoterapeuti incontrano pazienti con dipendenza senza avere un riferimento clinico stabile a cui appoggiarsi nei momenti critici», sottolinea il Prof Emanuele Bignamini, referente scientifico dell'Istituto Europeo Dipendenze (nella foto).  

Il centro nasce proprio con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento specialistico per le dipendenze, offrendo: valutazione diagnostica, multidisciplinare, presa in carico integrata per i casi complessi, collaborazione attiva con il terapeuta inviante, supervisione clinica e formazione continua.  

Il trattamento delle dipendenze richiede competenze specifiche, lavoro in équipe e continuità terapeutica. Senza una rete di confronto e collaborazione, aumenta il rischio di isolamento decisionale, burnout professionale e minore efficacia del percorso clinico.  

L’indagine fotografa una realtà ormai evidente: le dipendenze sono parte della pratica quotidiana di psicologi e psicoterapeuti italiani. E la solitudine professionale non può più essere considerata una risposta adeguata a un fenomeno così diffuso e complesso.  

Contatti: Immediapress  

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www.ieud.it  

COMUNICATO STAMPA - CONTENUTO PROMOZIONALE

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