COMUNICATO STAMPA - CONTENUTO PROMOZIONALE
C’è un filo invisibile che lega i ristoranti più rinomati delle principali capitali europee, fino a Los Angeles, ai boschi dell’Appennino centrale. È un filo fatto di terra, umidità, stagionalità, pazienza e determinazione. Ed è lo stesso
Molto prima dell’avvento della tecnologia di ultimo grido, Domenico Trivelli si aggirava per le valli marchigiane incontrando i tartufai della zona. Forte di una credibilità costruita negli anni, Domenico fungeva da intermediatore tra i cavatori di tartufi e le grandi aziende del settore. Era ancora un’Italia rurale, informale, in cui la reputazione era l’unica garanzia contrattuale. In quegli anni, il nome Trivelli inizia a farsi largo tra chi vive sulle pendici di quei monti. Poi, tra gli anni ’70 e ’80, il tartufo vive una stagione irripetibile. Le aree di raccolta sono ampie, la pressione antropica limitata, l’offerta abbondante. È in quel contesto che Silvio, figlio di Domenico, fonda la prima azienda agricola insieme alla moglie Stefania Sciamanna, trasformando l’intermediazione in un modello strutturato: acquisto, selezione, lavorazione e vendita. Non più solo commercio, ma filiera. L’imprenditore allestisce un garage sotto casa con le prime attrezzature professionali: un tavolo in acciaio, una bilancia di precisione, una piccola autoclave per i primi esperimenti di sterilizzazione. È l’inizio della trasformazione industriale di un prodotto che resta profondamente legato a quella terra meravigliosa.
“La svolta avviene quando i miei genitori hanno deciso di industrializzare l’attività, nel 1988”, racconta Domenico Trivelli, figlio di Silvio, attuale guida dell’azienda. “Durante il processo, il tartufo viene calibrato manualmente per coglierne a pieno la forma, la consistenza, l’integrità. La selezione determina la destinazione d’uso: fresco di alta gamma, prodotto da lavorazione o tartufo più piccolo atto alla lavorazione. Ogni procedimento richiede controllo termico, gestione del vapore, rispetto delle normative igienico-sanitarie via via sempre più stringenti. Con gli anni arrivano i primi collaboratori, la messa a norma, la tracciabilità fiscale. In un comparto storicamente segnato dal sommerso, la scelta è netta: ogni approvvigionamento deve essere tracciato”.
Poi, nel 2010, ecco arrivare la grande opportunità: un pezzo di terra con tanto di rudere in vendita proprio a Roccafluvione, la località in provincia di Ascoli Piceno che aveva dato i natali alla famiglia Trivelli. “Oggi l’azienda opera in uno stabilimento di tremila metri quadrati – mille per piano – con magazzino interrato e reparti dedicati”, spiega Domenico. “Circa il 60% del fatturato è legato al prodotto fresco, il restante 40% alle conserve. Una divisione strategica: il fresco esprime l’eccellenza stagionale, la trasformazione garantisce continuità commerciale e presidio dei mercati esteri. Perché il tartufo, se selezionato correttamente e spedito entro finestre temporali rigorose, può arrivare in 48 ore nelle principali capitali europee e nei ristoranti d’oltreoceano senza perdere il suo valore organolettico”.
Tra il Monte Vettore e il Gran Sasso, in un’area vocata a tutte le principali specie – dal nero pregiato allo scorzone estivo – la famiglia Trivelli continua a lavorare quasi esclusivamente sul segmento premium, offrendo al mercato un prodotto che unisce tradizione e innovazione. Resistere, in questo caso, non significa restare fermi, ma mantenere saldo il rapporto fiduciario con i tartufai e, allo stesso tempo, investire in logistica, controllo qualità, trasparenza e comunicazione.
La storia della Trivelli Tartufi non è quella di una “mega impresa”, ma di un’impresa vera. Di quelle che crescono senza l’aiuto di nessuno, che riempiono un magazzino che sembrava troppo grande e che, a distanza di molti anni, non basta più. È la storia di un settore che affonda le radici nelle cronache degli antichi, ma che oggi sa parlare la lingua dell’impresa, della supply chain e dell’export. E, soprattutto, è la storia di una famiglia che ha scelto di restare fedele alla terra, trasformando un dono naturale in un sistema produttivo moderno. E tutto questo senza perdere l’odore della terra, il rumore della pioggia, il piacere di una camminata nel bosco.
www.trivellitartufi.it
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