(Adnkronos) - “L'Italia è stata uno dei primi Paesi a pianificare e mettere a terra un programma di screening per l’epatite C che, però, essendo partito nel periodo infelice della pandemia, è stato un po’ rallentato. Il primo problema del programma è la capillarità e la diffusione su tutto
“Alcune regioni si sono subito attrezzate per implementare un programma attivo di screening, e la Lombardia è tra queste - spiega l’epatologo - ma molte altre regioni, purtroppo non hanno implementato un programma o, pur avendolo, non l'hanno messo a terra e non hanno organizzato gli screening”.
Dall’analisi dei dati nella fascia d’età coperta dallo screening, che riguarda la popolazione nata prima degli anni Novanta, quando il virus non era noto, “si è confermato che nella fascia d’età interessata la maggior parte dei pazienti o degli individui positivi sono a carico dei Serd, quindi nell'ambito della tossicodipendenza o nelle strutture carcerarie. Nella popolazione generale - precisa Fagiuoli- le prevalenze di casi identificati grazie allo screening sono effettivamente molto basse, più basse del previsto. Di conseguenza, questo si rivela essere il secondo step assolutamente necessario per non vanificare lo sforzo organizzativo di chi ha già messo in atto lo screening: allargare la fascia di età e fare in modo che il sommerso emerga in quanto, a oggi, disponiamo di terapie efficaci, tollerate e non esiste un paziente che non possa essere trattato senza rischi e con un successo che sfiora il 98%. È quindi - conclude - un'occasione imperdibile”. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel mondo ci sono 50 milioni di persone con infezione cronica da Hcv e 1 milione di nuove diagnosi ogni anno. In Italia si ritiene siano migliaia i casi ancora non diagnosticati di epatite C.
