(Adnkronos) - “In Europa una persona su 10 convive con una malattia autoimmune. Milioni di uomini e donne quindi hanno necessità che il Vecchio Continente sia più competitivo anche nel settore delle biotecnologie. L’accesso alle cure deve essere invece più rapido. Vanno create le condizioni perché
Sempre a Bruxelles è emerso come l’Europa stia progressivamente perdendo terreno nella competizione globale per investimenti, ricerca e crescita delle imprese biotech. Nel 2002 - precisa la nota - gli Stati Uniti investivano in ricerca e sviluppo farmaceutico circa 2 miliardi di euro più dell’Europa. Oggi il divario è salito a circa 25 miliardi. Tra il 2015 e la metà del 2025, inoltre, le start-up biotech europee hanno raccolto circa 25 miliardi di euro di venture capital, contro circa 219 miliardi negli Stati Uniti.
“Come Azienda siamo nati nel 2008 e la nostra storia dimostra che l’Europa può generare scienza e innovazione di altissimo livello, ma deve essere capace anche di finanziare la crescita delle imprese che da quella scienza nascono - prosegue Celia - Vanno create anche nel nostro Continente le condizioni perché un’azienda biotech possa trovare anche qui la scala di investimenti necessaria per diventare globale. Se non riusciamo a farlo, rischiamo di finanziare la nascita dell’innovazione in Europa per poi vederne la crescita e la creazione di valore spostarsi altrove. Va inoltre superata l’idea che investire nei farmaci innovativi significhi semplicemente aumentare una voce di spesa sanitaria. La competitività europea si gioca sull’intero ciclo: scienza, capitale, sviluppo, accesso, ritorno dell’investimento e reinvestimento. Se uno di questi passaggi non funziona - osserva - il ciclo si interrompe. Il Biotech Act rappresenta l’opportunità per contribuire a ricostruirlo e fare dell’Europa non soltanto il luogo in cui nasce una parte della migliore scienza mondiale, ma anche quello in cui l’innovazione può crescere, raggiungere i pazienti e generare le risorse necessarie per alimentare la prossima generazione di ricerca. Sempre nell’interesse delle persone costrette a vivere con una malattia autoimmune - conclude - riteniamo fondamentale rendere più rapidi, prevedibili e coordinati i percorsi di sviluppo”.
