Nel mondo 416 mln di persone a rischio Alzheimer
Il sito "il Centro Tirreno.it" utilizza cookie tecnici o assimiliati e cookie di profilazione di terze parti in forma aggregata a scopi pubblicitari e per rendere più agevole la navigazione, garantire la fruizione dei servizi, se vuoi saperne di più leggi l'informativa estesa, se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.
15
Lun, Ago

Nel mondo 416 mln di persone a rischio Alzheimer

Salute e Benessere
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

(Adnkronos) - Nel mondo il numero di persone a rischio di sviluppare demenza è ampiamente sottostimato e oggi conta circa 416 milioni di casi. Inoltre il 22% della popolazione mondiale di età superiore ai 50 anni - soprattutto donne - potrebbero beneficiare di strategie di prevenzione che includono interventi e trattamenti in

grado di bloccare o almeno rallentare la progressione verso la malattia di Alzheimer. E' quanto emerge da un articolo sulla diffusione dei casi di persone affette da Alzheimer nel mondo, pubblicato nell'ambito del progetto 'Alzheimer's value Europe' (Pave). L'unico italiano nel gruppo di autori è Paolo M. Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell'Irccs San Raffaele di Roma. 

I dati emersi dallo studio - sottolinea una nota del San Raffaele - saranno di particolare importanza per i sistemi sanitari al fine di predisporre servizi adeguati e allo stesso tempo prepararsi all'erogazione di terapie attualmente in sperimentazione. Lo studio mostra inoltre un panorama di possibilità legate alla prevenzione, inclusi tutte le misure e gli sforzi volti a favorire il benessere del cervello al fine di allungare il periodo di totale normalità delle funzioni cognitive per il paziente e quindi la sua abilità di vivere in modo indipendente. 

"E' evidente che oggi si arriva troppo tardi a una diagnosi di demenza - afferma Rossini - e che non sono stati ancora messi a punto metodi per la precoce identificazione degli stadi iniziali (prodromici di malattia) che sono proprio quelli che maggiormente si prestano e si presteranno a interventi preventivi, terapeutici e riabilitativi. Le implicazioni dello studio sono molto rilevanti e avranno un significativo impatto sull'organizzazione assistenziale, sulla ricerca clinica in Europa, sulle attività delle autorità regolatorie per il farmaco e, cosa più importante, sui malati e le loro famiglie, rappresentando una base e un punto di partenza per future strategie di contrasto contro questa terribile malattia".  

Ho scritto e condiviso questo articolo
Author: Red AdnkronosWebsite: http://ilcentrotirreno.it/Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.