Sergio Castellitto: "Il mio Dalla Chiesa intimo, uomo di pace e di valori"
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Sergio Castellitto: "Il mio Dalla Chiesa intimo, uomo di pace e di valori"

Spettacoli
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"E' molto difficile parlare del proprio lavoro soprattutto davanti a una storia come quella di Dalla Chiesa. Partirei da una domanda: qual è l'ultima pagina dei libri di storia per le scuole? Temo sia la Seconda Guerra Mondiale.

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Questa è la prova evidente che il processo di storicizzazione di fatti come il terrorismo e la mafia è difficile perché sono ferite ancora aperte". Sergio Castellitto parla così della serie 'Il nostro generale', prodotta da Stand By Me di Simona Ercolani con Rai Fiction che andrà in onda su Rai1 in quattro serate (9, 10, 16 e 17 gennaio prossimi) nella quale veste i panni del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

"Questo è un film - sottolinea l'attore - non mi piacciono le parole come serie, fiction e soprattutto episodi. Sono parole terribili". "Ma la serialità esiste, ha un suo linguaggio, ha imparato molto dal cinema ma è fatta di episodi. E poi è amata dai giovani ai quali 'Il nostro generale' si rivolge, per far conoscere loro la storia di questo Paese", replica la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, spiegando che si tratta di una "'serie evento', in linea con gli obiettivi del Servizio Pubblico, perché racconta la storia a tutto tondo di un grande uomo e di un grande eroe civile".

Diretta da Lucio Pellegrini con Andrea Jublin, la serie affronta gli anni che vanno dal '73 all''82, ossia dagli anni della 'guerra' (come lo stesso Dalla Chiesa la definiva) al terrorismo, durante i quali il generale fondò il Nucleo speciale antiterrorismo, a quei cento giorni in cui fu prefetto di Palermo per combattere la mafia e venne brutalmente ucciso in un agguato in via Carini nel capoluogo siciliano. "Una storia ancora viva che abbiamo vissuto sulla nostra pelle", osserva Castellitto, che aggiunge: "L'uomo Dalla Chiesa nasce quasi esploso dalla fine dell'800, un uomo di pace che ha fatto tutto quello che ha fatto, dalla Resistenza alla lotta al terrorismo e alla mafia, perché legato a dei sentimenti che oggi ci appaiono retorici. Di fronte ai trolley del Parlamento europeo questi valori di onestà scolorano. Era sempre in divisa, anche a casa, ma era un uomo di pace". Come attore Castellitto ha voluto rendere "l'aspetto intimo e psichico di Dalla Chiesa, e in questo ho avuto la fortuna di parlare molto con la figlia Rita e soprattutto mi sono sforzato di superare il concetto di performance e di raccontare una storia, quello che ritengo debba essere il compito di un attore. La parte più difficile da rendere è stata proprio quella più intima e personale del generale, ma anche la relazione con i ragazzi della squadra dei quali diventa padre e tutore".

"Castellitto è entrato nel personaggio cercando di capire quali erano i principi che muovevano Dalla Chiesa, con un'interpretazione eccellente, fedele ma anche propria", dice Ammirati che ringrazia i figli del generale, Nando e Rita Dalla Chiesa per la collaborazione che hanno dato alla realizzazione della serie: "Non è sempre facile per coloro che restano, per i familiari, accettare la riproposta di una fiction che racconti la storia del padre". Una fiction che ha richiesto "tre anni di lavoro - dice Ercolani - per una storia importante che non è mai stata raccontata e ci sarebbe anche da chiedersi il perché. Per realizzarla ci siamo basati sui documenti, sui racconti dei ragazzi che facevano parte della squadra e che ormai sono anziani, ma anche di quelli di Rita e Nando. Quei ragazzi hanno combattuto quella che Dalla Chiesa stesso definiva un 'guerra' contro il terrorismo degli anni di piombo, salvando la democrazia in Italia. Abbiamo girato a Roma, Torino e Palermo e durante le riprese siamo stati accolti dai Carabinieri come se fossimo della loro stessa famiglia".

Quello che la serie tenta di restituire al pubblico è "la sensazione di tensione e paura" che dominava "quel decennio di guerra civile" che furono gli anni di piombo, spiega il regista Lucio Pellegrini, ma anche "il calore e l'umanità di Dalla Chiesa nei suoi rapporti familiari e con i ragazzi della squadra di cui mi hanno parlato sia i ragazzi sia Rita. Ho cercato di privilegiare l'aspetto umano e questo modo di vivere con grandissima intensità anche in un periodo così difficile". Un lavoro basato "su materiale documentale, interrogazioni e testimonianze - spiega la sceneggiatrice Monica Zapelli, rispondendo alla domanda su come fosse stato trattato il rapporto tra Dalla Chiesa e la P2 - senza la pretesa di scrivere la verità ma con la coscienza di seguire i documenti, lasciando al pubblico la sintesi e l'onere di valutare i fatti".

"'Ci sono cose che non si fanno per coraggio ma per poter guardare negli occhi i propri figli', mi rispose mio padre quando gli chiesi chi glielo facesse fare di andare a Palermo se si sentiva abbandonato dalle istituzioni", aggiunge Nando Dalla Chiesa, sottolineando che "la vita privata di mio padre può essere letta come la culla di quella pubblica". "Per noi carabinieri il generale Dalla Chiesa è un esempio palpitante e vivo, una figura che ha punteggiato la propria esistenza con dei fatti straordinari e con intuizioni ancora oggi attualissime. Più passa il tempo da quell'eccidio barbaro e più il messaggio che rimane è proprio lui. E noi continuiamo a prendere esempio da lui", conclude il Generale dei Carabinieri, Ubaldo Del Monaco.

 

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