Kreator, Carcass, Exodus e Nails: anatomia di una serata estrema all’Alcatraz
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Kreator, Carcass, Exodus e Nails: anatomia di una serata estrema all’Alcatraz

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(Adnkronos) - “Stasera ci facciamo male” esclama un ragazzo con la t-shirt degli Slayer, mentre si fa strada sotto palco all’Alcatraz di Milano. E in effetti le premesse per una serata da ricordare ci sono tutte. Il cartellone

è di quelli per duri e puri del genere: Kreator, Carcass, Exodus e Nails, un quartetto metal estremo, compresso in una sola sera. Non un concerto per tutti i palati ma del resto nemmeno vuole esserlo. Ad aprire le danze sono i Nails, con il loro grindcore che imposta subito il tono della serata, entrando immediatamente nel vivo. Gli Exodus, invece, giocano in casa nella storia del thrash: nati nella Bay Area nei primi anni ’80, sono stati tra i primi a dare una forma concreta al genere, prima ancora che diventasse un’etichetta portata poi in auge da band come Anthrax, Megadeth e Metallica (fu lo stesso Kirk Hammett a formare gli Exodus prima di unirsi alla band di James Hetfield nel 1983, sostituendo Dave Mustaine). Il loro set è diretto e mette d’accordo quasi tutti.  

Quando alle 20.15 arrivano i Carcass, il registro cambia. Nati a Liverpool a metà anni ’80, hanno praticamente inventato o quantomeno codificato più di un sottogenere: dal goregrind degli esordi fino al melodic death metal di ‘Heartwork’, disco del spartiacque datato 1993 che ancora oggi definisce al meglio la loro epoca d’oro. In tanti sono venuti qui solo per loro. ‘Unfit for Human Consumption’ apre subito il set mentre ‘Buried Dreams’ e ‘Incarnated Solvent Abuse’ riportano immediatamente al loro suono più riconoscibile degli anni ’90. Non manca il lato più viscerale e brutale del set, con ‘Genital Grinder’ ed ‘Exhume to Consume’, titoli volutamente provocatori, mentre ‘Corporal Jigsore Quandary’ ed ‘Heartwork’ funzionano ancora perfettamente tra tecnica e melodia, tenute insieme da una precisione chirurgica da parte di Jeff Walker. I suoi dreadlock sono solo un ricordo ma per il cantante e bassista, oggi sul palco in jeans e camicia bianca, il tempo sembra non essere mai passato: la sua voce è ancora graffiante. Sotto palco i fan apprezzano.  

I Kreator prendono possesso della scena che l’aria è già satura. Eppure riescono a spingerla oltre. ‘Eccessivi’ è la sintesi più onesta per descriverli. Basta guardare la scenografia sul palco: tre demoni con le corna piazzato al centro e sui lati e teste mozzate sulle aste dei microfoni. “È bello essere tornati qui in italia, aprite il wall of death” esordisce Mille Petrozza, 58 anni, padre di origini italiane, alla guida di una delle band simbolo del thrash europeo. Nati in Germania negli anni ’80, i Kreator hanno attraversato decenni di cambiamenti senza perdere identità, passando dalla furia grezza di ‘Pleasure to Kill’ a una forma più strutturata e moderna negli ultimi lavori. La scaletta riflette proprio questa traiettoria. L’apertura, affidata a ‘Run to the Hills’ degli Iron Maiden e ‘Eve of Destruction’ di Barry McGuire funziona come intro teatrale, con tanto di video che riproduce guerre e rivolte attraverso la storia dell’umanità (tra cui le immagini dei cadaveri di Mussolini altri gerarchi fascisti a Piazzale Loreto). L’ingresso vero e proprio è sulle note di ‘Seven Serpents’ e ‘Hail to the Hordes’. Da lì in poi brani come ‘Enemy of God’, ‘Hate Über Alles’, e ‘Satanic Anarchy’ costruiscono un blocco compatto.  

I richiami alla storia della band sono disseminati mentre la sequenza centrale, con ‘People of the Lie’, ‘Hordes of Chaos’ e ‘Satan is Real’ scatena uno dei pit più violenti della serata. Nel finale, dopo il duetto sul recente ‘Tränenpalast’ con la cantante Britta Görtz degli Hiraes, la band affonda nelle radici con la tripletta di ‘Endless Pain’, ‘Pleasure to Kill’ e ‘Violent Revolution’, che riportano in superficie l’anima più primitiva dei Kreator, quella che li ha resi un punto di riferimento nella scena thrash. Il risultato è un live parecchio fisico. Non un concerto per tutti i palati, dicevamo, ma sicuramente quelli più allenati hanno portato a casa più di qualche livido, vivendo una serata senza filtri.  

“Facciamo musica dagli anni ‘80 - ricorda il cantante prima di attaccare ‘666 World Divided’ -. Grazie per averci sostenuto in questi anni, è sempre dannatamente bello tornare nella terra di mio padre, originario di Catanzaro, Calabria”. Thrash vs death, chi vince la sfida all’Alcatraz? Più che decretare un vincitore si può dire che sul palco vadano in scena due idee diverse ma complementari di metal estremo. Se i Carcass sono alfieri nel lavoro di precisione e controllo, con cambi di tempo continui e repentini, i Kreator puntano tutto sull’impatto della scenografia e sulla forza d’urto della loro musica. In mezzo, Nails ed Exodus fanno da cerniera: i primi portando l’estremo alla sua forma più radicale, i secondi ricordando da dove tutto è partito. Una fotografia completa del genere, dalle origini alla sua evoluzione, tutta concentrata in una sera. (di Federica Mochi) 

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