D’Ambrosi porta la teatro‑terapia nelle sale e all'Onu: "Il modello italiano può portare una rivoluzione mondiale"
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D’Ambrosi porta la teatro‑terapia nelle sale e all'Onu: "Il modello italiano può portare una rivoluzione mondiale"

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(Adnkronos) - Il 10 ottobre, nel cuore delle Nazioni Unite di New York, l’Italia porterà qualcosa che non è mai stato presentato prima: i protocolli scientifici di teatro‑terapia sviluppati da Dario D’Ambrosi,

fondatore e presidente del Teatro Patologico, insieme agli scienziati della Columbia University. Un riconoscimento internazionale che arriva in concomitanza con un’altra data simbolica: il 13 maggio 1978, quando l’Italia chiuse per prima al mondo i manicomi con la Legge Basaglia. “Se la nostra teatroterapia verrà riconosciuta come cura psichiatrica - dice D’Ambrosi in un'intervista all'Adnkronos - sarà un momento storico non per me, non per il Teatro Patologico, ma per l’Italia intera”. 

L’annuncio arriva mentre il regista si prepara all’uscita, il 14 maggio, del suo film ‘Il principe della follia’, presentato in anteprima il 7 maggio alla Camera dei deputati. Un’opera che racconta la salute mentale dal punto di vista delle famiglie, quelle che ogni giorno convivono con la fragilità psichica e che troppo spesso restano sole. “Dopo la nostra presenza a Sanremo, dove ci hanno visto 16 milioni di italiani, abbiamo capito quante famiglie sono completamente abbandonate dalle ASL e dai servizi sociali. Parliamo di migliaia, forse milioni di persone. In Italia ci sono 17 milioni di individui che soffrono di un disturbo psichico: se aggiungi un genitore, un fratello, una sorella, significa che due terzi della popolazione è coinvolta direttamente o indirettamente. Perciò questo film non è importante: è fondamentale”. 

Alla Camera, la proiezione di giovedì scorso ha lasciato un segno. D’Ambrosi racconta di aver percepito, per la prima volta, una comprensione trasversale del valore del Teatro Patologico. “La legge 180 è stata fondamentale, ma non ha risolto tutto. Dopo la chiusura dei manicomi, migliaia di persone sono state abbandonate: chi dalle famiglie, chi dalle cure, chi è finito sotto i ponti. Se Franco Basaglia avesse conosciuto il Teatro Patologico avrebbe detto: ‘Ecco, questo è il completamento della 180’. Il malato esce dal manicomio, ma trova un luogo che gli dà speranza, futuro, inclusione. Spero che questo sia arrivato alla politica, tutta, senza distinzioni”. 

Il lavoro quotidiano con le famiglie è il cuore del metodo D’Ambrosi. Un metodo che negli anni Ottanta gli valse l’etichetta di “matto che lavora con i matti”, ma che oggi è studiato nelle università e osservato dagli scienziati americani. “Mancano i fondi, questo è certo. Ma abbiamo fatto passi enormi. Il contributo più bello è vedere un ragazzo che ricomincia a sorridere. Quando sta bene un ragazzo disabile, non sta bene un individuo: stanno bene migliaia di persone. Il papà, la mamma, i fratelli, i nonni, il quartiere. Se vogliamo migliorare la società, dobbiamo partire da lì”. 

Il 10 ottobre, ai microfoni dell’ONU, D’Ambrosi presenterà i risultati dei protocolli scientifici elaborati con la Columbia University: evidenze che mostrano come la teatro‑terapia, applicata secondo il metodo del Teatro Patologico, abbia effetti positivi non solo sulle emozioni, ma anche sul cervello. “I risultati sono straordinari. L’individuo non reagisce solo a livello emotivo, ma anche cerebrale: riesce a connettere spazio, mente ed emozione. Se questo verrà riconosciuto, gli psicofarmaci potranno essere ridotti e sostituiti dal lavoro teatrale. Ma la gente non sa cos’è davvero la teatroterapia: tutti pensano che la teatroterapia sia mettere un naso rosso da clown al malato, un mantello di Arlecchino e sbatterlo sul palcoscenico. Invece no, la teatroterapia sono degli esercizi anche violenti, sono esercizi che mettono in discussione proprio le tue emozioni, come lo specchio, le tre sedie, i quattro angoli. È una rivoluzione”. 

Una rivoluzione che, se approvata, renderebbe l’Italia il primo Paese al mondo ad adottare ufficialmente la teatro‑terapia come cura psichiatrica. “Siamo stati i primi a chiudere i manicomi. Siamo stati i primi, con Tor Vergata, ad aprire un corso universitario per ragazzi con disabilità psichiche. E potremmo essere i primi a riconoscere la teatroterapia come cura. È un orgoglio per il Paese”. 

Nel film, questa rivoluzione prende forma anche attraverso un Joker “vero”, come lo definisce D’Ambrosi: un personaggio che non recita la follia, ma la attraversa, la restituisce, la trasforma. “Spero che la gente venga a vedere ‘Il principe della follia’. Perché lì si vede cosa può fare davvero la teatroterapia. È un’emozione potentissima”. 

Il 14 maggio il film arriva nelle sale. Il 10 ottobre, invece, l’Italia arriva all’ONU. Due date che raccontano la stessa storia: quella di un Paese che, grazie al lavoro di un regista visionario e delle famiglie che lo seguono, potrebbe cambiare per sempre il modo di curare la fragilità psichica.  

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