Kneecap: "Musica e politica sono inseparabili. E non cambieremo lingua per piacere a tutti"
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Kneecap: "Musica e politica sono inseparabili. E non cambieremo lingua per piacere a tutti"

Spettacoli
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(Adnkronos) - Provocatori e irriverenti. Ma soprattutto impossibili da ignorare. A poche ore dal loro primo concerto in Italia, l’AdnKronos incontra Mo Chara dei Kneecap all’ombra degli alberi del Circolo Magnolia. Una lattina di

birra in mano, il tempo di qualche battuta e il rapper di Belfast si concede a una lunga conversazione che tocca politica, identità culturale, lingua irlandese e il momento più delicato vissuto dalla band nell’ultimo anno. La data milanese è soltanto la prima tappa di un ‘mini tour’ italiano che nei giorni successivi porterà il trio -composto anche da Móglaí Bap e DJ Próvaí- a Bologna, Roma e Bari ma si percepisce che attorno ai Kneecap sta succedendo qualcosa di raro. Al Magnolia arrivano giovanissimi da tutta Italia, molti poco più che quindicenni, attratti da una band che ha trasformato il gaelico irlandese in un linguaggio di appartenenza e rivendicazione. Sotto il palco, quella connessione diventa evidente. Tra slogan contro governi e potere, cori politici, bandiere della Palestina e un pubblico completamente coinvolto, i Kneecap battezzano il loro debutto italiano. "Avevo sentito parlare del pubblico italiano, è vero: siete pazzi - dirà Mo Chara dal palco -. Questo è il nostro primo concerto in Italia e sono sicuro che sarà il migliore".  

Il momento non potrebbe essere migliore. La band arriva in Italia mentre continua a raccogliere consensi internazionali grazie a 'Fenian', un disco più cupo, diretto e combattivo rispetto ai precedenti lavori, uscito il primo maggio scorso. Un album nato in settimane particolari, segnate anche dalla vicenda giudiziaria che ha coinvolto Mo Chara, al secolo Liam Óg Ó hAnnaidh, accusato di un reato legato alla normativa antiterrorismo per la presunta esposizione di una bandiera di Hezbollah durante un concerto a Londra. Accusa poi archiviata dall’Alta Corte di Giustizia londinese ma che, come racconta lui stesso, ha finito per influenzare la scrittura dei brani anziché rallentarla. Tra lotta sociale, appartenenza culturale, Palestina, immigrazione e memoria storica, 'Fenian' conferma la volontà dei Kneecap di usare la musica come strumento di espressione politica senza rinunciare all’intrattenimento. "Musica e politica sono inseparabili", sostiene Mo Chara durante la nostra conversazione. E allo stesso modo lo sono lingua e identità. Perché, come racconta nell’intervista, il successo internazionale del trio non nasce dal tentativo di raggiungere un pubblico più ampio ma dalla scelta opposta: continuare a raccontare Belfast e l’Irlanda contemporanea nella propria lingua, senza compromessi. Una scommessa che oggi porta migliaia di persone, anche dall’altra parte d’Europa, a cantare parole che spesso non comprendono fino in fondo, ma nelle quali riconoscono qualcosa di autentico. 

Questo è il vostro primo anno in Italia e nel corso degli anni vi siete costruiti un seguito molto forte qui. Come vi sentite a riguardo e che messaggio vorresti mandare ai fan italiani?  

"È interessante. Quando abbiamo iniziato lo abbiamo fatto usando una lingua che nemmeno molte persone in Irlanda parlano davvero. Non avremmo mai immaginato di venire a suonare in posti come Milano, Bologna o Bari e avere un seguito. E' strano. Non so come saranno con noi, ma da quello che ho sentito i fan italiani sono piuttosto pazzi e molto calorosi, ed è proprio quello che fa per noi. Non spetta a me dire cosa fare. Però spero che la gente si diverta e che esca da qui stasera con la voglia di rivederci. Questo è l’obiettivo principale: che le persone vengano a vederci e pensino: 'Voglio rivedere tutto questo'".  

Nell’ultimo anno avete affrontato molte critiche e avete risposto con un disco accolto molto bene da critica e pubblico. Quanto di quella controversia è finito nell’album? Quanto ne ha influenzato il clima generale?  

"Credo che la maggior parte delle band abbia la possibilità di andare in studio per due mesi, chiudere le porte e lavorare soltanto a un album. Per noi è stato diverso, perché avevamo sette settimane per fare il disco e, dopo tre settimane, abbiamo dovuto andare in tribunale e poi realizzare un grande concerto. È stato un periodo molto intenso, mentre per molte band quello è il momento di relax durante la realizzazione di un album. Noi non abbiamo avuto quella possibilità. Pensavamo che la vicenda giudiziaria sarebbe stata un ostacolo, ma in realtà si è rivelata positiva per il disco, perché ci ha influenzati molto. Avevamo più argomenti di cui parlare e nuove idee per le canzoni. Quindi, per l’album, in un certo senso è stato d’aiuto. Niente più tribunali, però (ride)". 

Come avete vissuto quest’anno, sia personalmente che come band?  

"Direi bene. Siamo amici, ci conoscevamo già prima della band. Siamo stati molto fortunati da questo punto di vista, perché abbiamo condiviso il peso della situazione. Non è stata una vicenda vissuta in isolamento o in solitudine. Eravamo tutti insieme e ci siamo divisi il carico. Mi sento molto fortunato e vorrei ringraziare tutte le persone che ci hanno sostenuto online e quelle che sono venute in tribunale a manifestare. Siamo davvero molto grati. Sono felice che sia finita, ma siamo molto riconoscenti. E, a dire il vero, a tratti è stato anche divertente. La reazione della gente è stata molto calorosa. Le persone ci hanno sostenuto tantissimo ed è stato bello". 

Anche musicalmente il disco contiene molte influenze e avete lavorato con Dan Carey. In che modo ha cambiato il vostro suono e la vostra musica?  

"Penso che con Dan Carey il risultato sia stato un suono molto più oscuro. Lui porta con sé questa influenza più cupa. Anche gli argomenti trattati erano più oscuri e quindi la musica ha seguito quella direzione. Noi siamo molto semplici, ci piace mantenere le cose essenziali, mentre Dan è molto complesso. Penso che la sua complessità e la nostra semplicità si siano mescolate bene e abbiano trovato il punto d’incontro perfetto". 

Come siete riusciti a bilanciare il vostro pensiero politico e la musica in 'Fenian'?  

"Non so se ci siamo riusciti davvero. Non credo. È complicato perché non credo che a nessuno piaccia andare a un concerto e vedere qualcuno che si limita a predicare o fare la morale per tutto il tempo. Penso che sia una battaglia continua trovare il giusto equilibrio tra politica e intrattenimento. Ma credo che con l’esperienza riusciremo a trovarlo". 

Nelle ultime settimane c’è stato un dibattito in Italia perché un cantautore molto noto, Francesco De Gregori, durante una conferenza stampa, ha detto che gli artisti non dovrebbero prendere posizione sul palco e non dovrebbero parlare di ciò che accade nel mondo, delle guerre, di Gaza e di questi temi. Qual è la tua opinione?  

"Credo che, quando fa comodo, certe persone nell’industria musicale siano felici di parlare di politica. Persone come Bob Geldof, per esempio, che organizzano Live Aid e raccolgono fondi per l’Africa. Anche quella è politica, ma in quel caso va bene, è accettabile. Per qualche motivo, invece, quando si parla di Palestina, Libano o altri argomenti simili, allora diventa una questione controversa e si dice: 'Musica e politica non dovrebbero mescolarsi'. Per me musica e politica sono inseparabili. Sono la stessa cosa. Parlano entrambe delle persone e non puoi separarle. Credo anche che sia un dovere, una responsabilità, salire su un palco e parlare di queste cose quando hai un seguito e una piattaforma, se davvero ci credi". 

Gli artisti hanno una voce e una responsabilità e dovrebbero usarla...  

"Esattamente. E ci sono persone che non ce l’hanno. Perciò è la cosa giusta da fare". 

C’è una canzone, o alcune canzoni di 'Fenian' che rappresentano chi sono i Kneecap oggi?  

"La prima che mi viene in mente è ovviamente 'Fenian', la title track. E' una parola che deriva dal termine 'Fían', un insulto che probabilmente avrete già sentito (dispregiativo usato dai protestanti e dai lealisti britannici contro i cattolici e i nazionalisti, ndr). Penso che il fatto di esserci riappropriati di quel termine e di aver iniziato a creare arte per noi stessi sia importante. L’Irlanda ha sempre prodotto arte e musica per gli americani, o per qualcosa che potesse funzionare bene in Inghilterra, a Londra o in California. Credo che quel periodo abbia avuto il suo momento. Oggi gli artisti irlandesi stanno creando arte partendo da sé stessi, per la propria cultura e per la propria gente. Le persone all’estero vedono questa autenticità e la apprezzano. Non è necessario che si identifichino con ciò che fai. La gente vede semplicemente che siamo noi stessi, anche se non capisce la lingua che usiamo. È bellissimo ed è così che dovrebbe essere". 

Se dovessi descrivere i Kneecap a qualcuno che non vi ha mai ascoltati e non sa nulla di voi, cosa diresti? Quando mi chiedono che genere fate, non riesco a rispondere semplicemente rap o hip hop.  

"È difficilissimo rispondere perché non lo so nemmeno io. Penso che siamo troppo 'Adhc'. Siamo iperattivi su molti fronti e non riusciamo a concentrarci su un solo genere. Credo che dipenda dalle nostre influenze. Costruiamo gli album pensando ai concerti e a ciò che ci piace fare dal vivo. Molti artisti si definiscono attraverso un genere preciso e dicono: 'Questo è il tipo di musica che faccio'. A me non piace. Non mi piace rinchiuderci in una scatola: un giorno possiamo fare hip hop lento, il giorno dopo rave o house music. Dipende semplicemente dall’umore che abbiamo in studio quel giorno". 

In 'Fenian' sono confluite diverse influenze, quali sono state le principali?  

"Penso che molto sia dipeso da Dan Carey. Noi avevamo un’idea di come volevamo che una canzone suonasse e lui iniziava a costruire le basi mentre noi scrivevamo in studio. Quindi musica e testi si sviluppavano contemporaneamente, ed è stato interessante. Credo però che avessimo naturalmente un tono più oscuro. Volevamo qualcosa di più cupo e più musicale, piuttosto che restare sempre su atmosfere allegre e leggere. Le influenze non erano necessariamente legate a una band o un suono specifico ma ci ha ispirato quello che stava accadendo nel mondo attorno a noi". 

Hai citato la lingua irlandese, che è una parte fondamentale della vostra musica. Avete mai pensato di usare più inglese per raggiungere un pubblico più ampio?  

"No. Non si è mai trattato di raggiungere un pubblico più ampio. E penso che proprio per questo alla fine siamo arrivati a un pubblico molto grande: perché lo facciamo per noi stessi. Abbiamo iniziato pensando che sarebbe piaciuto ai nostri amici ed era l’unica cosa che ci interessava: avere qualcosa che rappresentasse noi, che parlavamo irlandese e venivamo dalla città. Chi parla irlandese di solito vive nelle zone rurali, fuori dai grandi centri urbani. Adesso però c’è un nuovo movimento di giovani che parlano irlandese e vivono in città, che amano divertirsi, fare festa, che sono anche politicamente attivi e partecipano alle proteste. Non esisteva una rappresentazione di questa realtà. E riguardo al pubblico più ampio: no, è sempre stato qualcosa fatto per noi". 

Quando le persone ascoltano 'Fenian' cosa vorresti che portassero con sé alla fine dell’ascolto? Quale sensazione?  

"Vorrei che avessero voglia di ascoltarlo di nuovo. Ma soprattutto vorrei che ciascuno ne ricavasse ciò che sente. Non voglio dire alle persone cosa devono capire. A volte qualcuno mi incontra e mi dice: 'Questa frase che hai scritto significa questo'. E io penso: 'In realtà non era quello che intendevo'. Ma se per te significa quello, allora va benissimo. Qualunque cosa le persone ci trovino dentro, ben venga. Alla fine, però, spero che chi proviene da una cultura che è stata repressa per molto tempo possa ascoltare 'Fenian' e pensare: 'Posso fare qualcosa del genere anche nella mia lingua madre'. Mi piacerebbe che ispirassimo le persone a creare nella propria lingua. C’è già abbastanza musica in inglese". 

È molto interessante vedere come le persone reagiscono ai vostri testi, anche quando non capiscono di cosa stiate parlando. Eppure la reazione è molto calorosa.  

"Assolutamente. È proprio questo che mi piace E che piace alle persone. Perché dovremmo cambiarlo adesso? La gente ama il fatto che sia qualcosa di molto specifico e profondamente nostro. E penso che questo sia importante". 

Come stai vivendo quello che sta accadendo in questo momento a Belfast con le violente proteste anti-migranti scoppiate nei giorni scorsi e degenerate in gravi scontri di piazza?  

"Penso che la gente abbia la memoria corta. Molto di quello che sta accadendo avviene in aree unioniste, quindi non nelle zone da cui veniamo noi. Mentirei se dicessi che non ci sono persone della nostra comunità coinvolte. Anche per me, da repubblicano irlandese, è assurdo. Gli irlandesi sono uno dei popoli più emigrati al mondo. Andiamo ovunque. Non esiste un angolo del pianeta dove non trovi un pub irlandese o una persona irlandese. Quando siamo andati in America, a Londra o in Inghilterra siamo stati trattati male come immigrati e ci è voluto molto tempo perché questo cambiasse. Ripetere lo stesso comportamento verso chi arriva dopo di noi è sbagliato. È una vergogna. Le persone hanno il diritto di essere arrabbiate. Ti mostrano in televisione le banche che fanno certe cose tutto il giorno e poi ti convincono a dare la colpa al tuo vicino, che ha meno soldi di te. Le persone hanno la memoria corta. Spero solo che riescano a informarsi abbastanza da capire che gli immigrati non sono il problema. Le persone hanno il diritto di essere arrabbiate ma per le cose giuste". 

Anche noi europei siamo storicamente un continente di mobilità e migrazione...  

"Certo. E spesso siamo stati trattati male quando siamo arrivati in altri Paesi. È la stessa cosa. E adesso non puoi fare lo stesso con gli altri. È una vergogna ed è molto triste". (di Federica Mochi) 

 

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