Nietzsche e il Senso della Vita
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Lun, Dic

Nietzsche e il Senso della Vita

Nietzsche e il Senso della Vita

Il senso della vita
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Robert Reininger, Nietzsche e il senso della vita, Traduzione e prefazione di Julius Evola, a cura di Sebastiano Fusco, Postfazione di Giovanni Sessa, edizioni Mediterranee. Questo è il testo che verrà presentato quest'oggi nel nostro video curato da Giovanni Sessa.

Nietzsche e il Senso della Vita
Nietzsche e il Senso della Vita

 

Un libro ricco dove non solo è interessante il tema trattato, ma dove lo stesso Nietzsche assume e si assurge a valore di simbolo. Come ha da dire lo stesso Reininger, la sua persona incarna anche una causa, "è la causa dell'uomo moderno per la quale si combatte, di quest'uomo senza più radici nel mondo sacro della tradizione, oscillante tra le vette della civiltà e gli abissi della barbarie, cercante se stesso, volto, cioè, a crearsi un senso appagante per un'esistenza del tutto rimessa a se stessa". Il problema si specifica come problema dell'uomo dell’epoca del nichilismo, del "punto zero di tutti i valori" dell’epoca in cui "Dio è morto", tutti i sostegni esterni vengono meno e il "deserto cresce".

L'opera che vi presentiamo oggi giunge grazie alla scoperta di Gianfranco de Turris quando notò, per caso tra i vari faldoni dei manoscritti di Evola, proprio il testo in questione. Si trattava del 1970 e il libro vide la luce nelle librerie nel 1971 .

Questo testo così rilevante, che porta una nuova luce su di un autore come Nietzsche era stato ignorato per tanto tempo e la dice lunga su come, dopo la seconda guerra mondiale, la cultura italiana sia stata sottoposta, dai poteri dominanti, a un'operazione di "lavaggio" e damnazio memoriae per cancellare anche il ricordo di figure "scomode". A raccontare l'episodio è il curatore del volume che ricostruisce scrupolosamente la corrispondenza tra Evola e la casa editrice Laterza. "don Benedetto Croce" nonostante avesse aiutato precedentemente Evola a pubblicare altri testi su questo rimase immobile.

Il libro venne - perciò - pubblicato, circa quaranta anni dopo essere stato tradotto e presentato a Laterza, da Volpe che, grazie alla sua passione letteraria, aiutò assai l'editoria italiana chiusa in un tremendo oscurantismo…

A guidarci e parlarci del testo su "Nietzsche ed il senso della vita" sarà Giovanni Sessa e lo farò in maniera approfondita e con grande competenza.

Noi invece desideriamo far parlare Hans - Georg Gadamer con La filosofia nella crisi del moderno.

Gadamer, fondatore dell'ermeneutica fu figlio spirituale di Heidegger che a sua volta fu il figlio spirituale di Jünger, come ci insegna l'attuale critica letteraria che fu anello di congiunzione col pensiero di Nietzsche. Ci troviamo perciò in quella immensa, vasta famiglia che sono i figli spirituali spesso più affezionati e legati ai proprio padri dei figli di sangue e che si accostano al pensiero e all'opera dei loro Maestri coltivandoli nel proprio mondo interiore e proseguendo a proprio modo l'opera e rendendola fertile e viva nel e attraverso il tempo.

Fra l'altro il testo che vi proponiamo è a cura di Guntar Figal e Hemo Schwilk e quest'ultimo è stato il biografo ufficale di Ernst Jünger ed ha curato una delle più belle, vaste, precise biografie del nostro amato Maestro di Wilflingen.

Il libro di Gadamer andrebbe letto in toto perché sembra scritto ora per tutti noi è invece un testo del 1988 e tradotto in italiano da Andrea Sandri e pubblicato nel 2000 dalle ed Herrenhaus di proprietà della stesso Sandri.

…"Possiamo solo sperare che essa alla fine si riveli essere un'autentica crisi fatta di tensioni e strettoie che supereremo, una crisi che ci consentirà di prevedere per le generazioni a venire un futuro meno minacciato. Non è certamente possibile sperare nella soluzione di una crisi attraverso la guerra. Se in altre epoche i rapporti fra le potenze provocavano tensioni e portavano a scariche belliche cui faceva seguito un nuovo stato di pace equilibrato, oggi una siffatta crisi si rivelerebbe d’altra natura. A causa dell’energia atomica, delle bombe atomiche e soprattutto dell’enorme progresso della tecnologia bellica l'essenza della guerra globale si è trasformata in alcunché di completamente nuovo. Si può solamente dire che una guerra di questo tipo comporterebbe uno sterminio di massa, almeno nel caso in cui essa sia condotta con armi atomiche. Ossia: essa non è volta ad alcuna pace ma promette soltanto distruzione. È una realtà seria che non possiamo trascurare, che, proprio per questo, dovrebbe essere ben presente alla coscienza di ognuno.

Il secondo aspetto della crisi è quello ecologico. Si tratta fondamentalmente di uno sviluppo della medesima situazione. Al fabbisogno energetico dell’umanità si fa fronte mediante lo sfruttamento intensivo. Così un tempo erano chiamati i procedimenti che portavano all’alterazione irreversibile di un patrimonio forestale e all’isterilimento dei campi. Oggi che le scorte di carbone, di petrolio e di gas sono limitate, il loro esaurimento appartiene ad un processo irreversibile. L’energia atomica, e forse quella solare, appaiono costruire nel tempo l'unica via di uscita, benché entrambe pericolose.

Il terzo aspetto è quello della crisi della gioventù. Difficilmente potremmo sminuire la realtà di una gioventù pessimista ravvisandone le cause, alle quali basterebbe soltanto porre rimedio, nella rovina epocale o nel fallimento delle vecchie generazioni o in altri presupposti inerenti a scuola e società. Riteniamo piuttosto che dietro a questo aspetto della crisi si profilino le conseguenze della rivoluzione industriale. Al singolo che cerca la propria via sempre più viene negata la conferma immediata cui aspira la coscienza ancora inesperta - e ciò, essere giovani, significa non sapere ancora fino a che punto le proprie forze siano pronte a quel che la vita esigerà. Qui mi sembra sia la ragione profonda delle difficoltà in cui si trova la nostra gioventù. Essa deve affermarsi in un sistema produttivo, economico e sociale burocratizzato e costruito in maniera sempre più funzionale. Sarà sempre più difficile trovare conferme e soddisfazioni attraverso la propria spontaneità.

Come si è giunti a questa crisi? Ci servirà la riflessione ad apprendere come si possa volgere la futura guarigione?...

...Così assieme alla cultura scientifica dell'evo moderno è sorta una intera traduzione di critica culturale. Si fecero carico di questa critica figure eccentriche come Jakob Burkhardt e Friedrich Nietzsche che allora non riuscirono a diffondere ovunque la coscienza. Poi, invece, proprio durante anni di oscuri presagi, all’inizio del nostro secolo, quando incombeva l'epoca delle guerre mondiali, lentamente iniziò a diffondersi un profondo disagio di fronte all'età della scienza e della tecnica. In seguito alle due guerre, che furono quasi come una sola Guerra di Trent'anni, dalla folle industria si passò, a causa di quell’incessante paradosso del ritorno, a una nuova irruzione della tecnica in tutti gli ambiti della vita dell’uomo. Questa nuova irruzione ha imprigionato sempre più il pensiero delle giovani generazioni e ha cambiato ed alienato repentinamente la vita sociale degli uomini.

Noi siamo nel mezzo di questo sviluppo. In particolare la coscienza di essere esposti senza posa a mutamenti così radicali si è trasformata in coscienza che si ridefinisce continuamente. Così se ancora qualche decennio fa, mentre la liberalizzazione dell’energia nucleare e la minaccia della guerra atomica si annunciavano all'umanità, si parlava con tutta naturalezza di Atomic Age, nel frattempo si è iniziato a discutere di Computer age nella convinzione non fondata che con questi nuovi mezzi di comunicazione cambieranno lo stile di vita di ognuno e le relazioni essenziali (Lebensbeziehung) fra gli uomini. Quando premere un pulsante rende raggiungibile il prossimo, questi in realtà viene sbalzato in un irraggiungibile estraneità.

Quando introduciamo nella nostra lingua nuovi concetti esprimenti valore o disvalore, ritorniamo ad avvertire il modo del mondo in cui l’uomo vive (Lebenswelt), nel quale si affacciano alla coscienza degli uomini le loro necessità e i loro problemi. Vorrei esaminare più attentamente questo evento servendomi di due esempi. Per la prima volta, dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, nel mezzo della nuova alta marea industriale, fu introdotta la parola "qualità della vita". In un primo momento essa suonò come una reminiscenza umanistica dell'ammonimento con cui Socrate si rivolgeva ai suoi concittadini ricordando loro che non si tratta di vivere, quanto piuttosto di vivere bene, eu zen.

Ma ricordo che l’espressione "qualità della vita" assunse un significato ben diverso quando ne fece uso un ministro della Repubblica Federale Tedesca. Infatti questa espressione indica qui il livello di ciò che garantisce incremento di benessere, comfort ed espansione della civilizzazione industriale. O meglio, con essa si vuol dire che, nonostante tutti gli sviluppi e i miglioramenti della nostra vita, la questione della qualità della vita, la quale non può fare a meno di servirsi dei nuovi impianti tecnici, è divenuta incerta. Solo da grandi distanze, quando riprendiamo in considerazione il concetto socratico del vivere bene, sentiamo qualcosa che ci dice che la bontà della vita non sta nel crescente progresso delle fogge del vivere bensì in qualcos’altro, sentiamo tutto ciò in maniera tale che la coscienza dovrebbe essere innalzata a una distanza critica rispetto allo stesso percorso della civilizzazione. La disumanizzazione dei rapporti tra gli uomini che si fa strada attraverso gli automatismi degli apparati che si prendono cura della nostra esistenza, ci rende coscienti del fatto che l’esaurimento dell’eredità umanistica fra gli uomini rappresenta il grande punto interrogativo circa il progresso.

Un altro esempio circa dieci anni fa, per le strade di Colonia incontrai per la prima volta un reporter che domandava ai passanti se non soffrissero a causa della "pressione con cui erano costretti a svolgere prestazioni" (Leistungsdruck). La parola, benché comprensibile, mi sembrò assolutamente nuova. Era, inoltre, avvilente porre questa domanda a dei giovani e ritenere che si dovesse fare loro presente ciò che essi forse di quando in quando già avvertivano. Che fosse la prestazione ad essere avvertita come qualcosa di alieno, mi opprimeva. E questa dovrebbe essere una buona novella? Senza dubbio ci sono sempre state situazioni di pressione, si pensi agli esami e ad altre fasi critiche durante le quali si è sottoposti a richieste alle quali non è facile corrispondere. Ma al concetto di prestazione, al contrario, appartiene quello di compimento e la gioia derivante dal compimento di una presentazione. Così ancora oggi nella coscienza comune della lingua una prestazione è qualcosa di cui si ha rispetto e si può andare orgogliosi. La gioia del poter fare sembra spegnersi nell’anonimato proprio lungo le linee di sviluppo della nostra civilizzazione industrializzata e burocratizzata.

Così il ricordo che ha forgiato il nostro divenuto storico diventa sempre più pallido nella coscienza degli uomini di oggi, e il suo risveglio sempre più importante per il "vivere bene"".

Invece ritorniamo a Nietzsche ed il senso della vita! Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957. Vive ad Alatri (Fr) ed è docente di filosofia e storia nei licei. È stato, inoltre, assistente presso la cattedra di Filosofia politica della facoltà di Scienze Politiche dell’Università "Sapienza" di Roma, tenuta da Gian Franco Lami, e docente a contratto di "Storia delle idee" presso l’Università di Cassino. L’incontro con Lami avvenne quando il futuro filosofo politico era assistente del pensatore cattolico Augusto Del Noce e Sessa studente universitario di Filosofia. Nacque, da quell’incontro, un sodalizio, umano e intellettuale, durato fino alla prematura e improvvisa scomparsa di Lami, fondatore della "Scuola Romana di Filosofia politica", nel 2011. Scritti e saggi di Sessa sono comparsi su un numero considerevole di riviste. Per lo storico mensile "il Borghese" cura, da oltre un decennio, la rubrica di informazione libraria e culturale "Tic e Tabù" È Segretario della Fondazione Evola e tra i curatori dell’Annuario "Studi Evoliani". Suoi saggi sono apparsi in molti volumi collettanei. Tra essi si segnalano: Il maestro della Tradizione. Dialoghi su Julius Evola, Controcorrente, Napoli 2008; E sotto avverso ciel luce più chiara, Città Aperta, Troina 2009; Il pensiero di Eric Voegelin a 50 anni dalla pubblicazione di Ordine e Storia, Franco Angeli, Roma 2011; Per una Nuova Oggettività. Popolo, partecipazione, destino, Heliopolis, Pesaro 2011; Pulsional TransArt, Gepas, Avola 2012; Pulsional Ritual, Gepas, Avola 2012, scritto con lo storico dell’arte Vitaldo Conte; Modernizzazione, Secolarizzazione, Risorgimento: Studi in occasione del Centenario della nascita di Augusto Del Noce, Drengo, Roma 2012; Carlo Michelstaedter e il Novecento filosofico italiano, Le Lettere, Firenze 2013; Non aver paura di dire…, Heliopolis, Pesaro 2014. Ha pubblicato le monografie, Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter, Settimo Sigillo, Roma 2008; La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo, Bietti, Milano 2014, con prefazione di R. Gasparotti, accompagnata dal quaderno inedito 122 del 1953 del filosofo veneto; Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile, Solfanelli, Chieti 2015, con prefazione dello storico della filosofia Davide Bigalli; Tradizione. Demitizzare la modernità, Nazione Futura, Roma-Cesena 2019; Julius Evola e l’utopia della Tradizione, Oaks, Sesto San Giovanni 2019, con prefazione di Massimo Donà; L’Eco della Germania segreta. "Si fa di nuovo primavera" Oaks, Sesto San Giovanni 2021, con prefazione di Marino Freschi, Introduzione di Romano Gasparotti, Appendice di Giovanni Damiano. Ha prefato e curato decine di volumi. È stato relatore in Convegni di studio, nazionali e internazionali, tra essi "Lo stato degli studi voegeliniani. A 50 anni dalla pubblicazione di Ordine e Storia" (Roma - Alatri, 19-20 Ottobre 2007),  "Archè e Anarché" (Roma - Alatri, 29 e 30 Maggio 2009) "Michelstaedter tra ebraismo e Cristianesimo" (Salerno - Cava dei Tirreni, 27 e 28 Settembre 2007). Partecipa quale relatore e/o organizzatore dei convegni annuali della Fondazione Evola. Sulla sua formazione hanno svolto un ruolo importante filosofi come Colli, Heidegger e Löwith, mentre, negli ultimi anni, è risultato essenziale per lui, l’incontro con le prospettive teoretiche dei filosofi contemporanei Massimo Donà e Romano Gasparotti. Appassionato di escursionismo e alpinismo, convinto assertore sulla scorta di Thoreau del valore "sacramentale" del camminare, ha, di recente, dato alle stampe i suoi diari di viaggio in Irlanda, Nepal, Pakistan, Islanda e Mongolia con il titolo, Azzurre lontananze. Tradizione on the road, Iduna, Sesto San Giovanni 2022. Attualmente sta lavorando al volume di filosofia della natura, Icone del possibile. Giardino, bosco, montagna.

VIDEO. Nietzsche e il Senso della Vita - con Giovanni Sessa

 

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L’Associazione si fonda su tre pilastri:

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